LETTURE/ Le tre “tentazioni” di chi vede in Benson qualcosa che non c’è

- Enrico Reggiani

L’uscita recente in lingua italiana del romanzo di Robert. H. Benson L’alba di tutto, mostra quanto sia facile leggere certi autori in modo preconfezionato. Il commento di ENRICO REGGIANI

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Robert Hugh Benson

Robert Hugh Benson (1871-1914) è, secondo Joseph Pearce, il “genio non celebrato (unsung genius) del Catholic Literary Revival”, cioè di quell’ampio movimento letterario e culturale (tuttora largamente inesplorato in sede critica) che conobbe grande sviluppo a partire all’incirca dagli anni quaranta del diciannovesimo secolo nei paesi di lingua inglese – dopo che, per secoli, il suo contributo aveva comunque continuato ad alimentare la letteratura delle isole britanniche e d’Irlanda in modo altrettanto sostanziale ma meno connotato sotto il profilo dell’identità religioso-culturale.

Ci furono tempi, tuttavia, in cui le cose andarono diversamente. Come ricorda Peter A. Huff, Benson in vita “si conquistò [tale] fama internazionale come scrittore, drammaturgo, poeta, predicatore e direttore spirituale” che qualcuno – evidentemente preoccupato o indispettito dalla notorietà di un anglicano, figlio del Primate della Chiesa Anglicana, convertito nel 1903 alla Chiesa di Roma e consacrato sacerdote un anno dopo – scrisse NO MORE HUGH BENSON! sulle colonne del British Weekly, un periodico britannico destinato a un pubblico di lettori prevalentemente non-conformist (cioè protestanti, ma appartenenti a confessioni diverse da quella anglicana).

Oggi formano una sparuta pattuglia gli studiosi che si ritrovano a scrivere di questo protagonista della vita letteraria britannica tra otto e novecento (non di rado, anche in area cattolica, con qualche ingiustificabile pregiudizio culturale). George A. Cevasco (della vincenziana St John’s University di New York), ad esempio, ne ha menzionata tanto la spiccata “inclinazione letteraria”, quanto l’efficienza di una creative machinery (non sfugga la connotazione negativa di questa espressione, traducibile con un eufemistico “congegno creativo”) così “sapientemente oliata” da poter garantire ai suoi editori una media di tre libri di successo all’anno (beati loro, diranno i loro epigoni dei nostri tempi!). Il citato Peter Huff (che insegna presso la Xavier University dei gesuiti di Cincinnati) ne ha, invece, enfatizzata la “meteoric career”, l’appartenenza a una “sottocultura cattolica di matrice conservatrice”, l’incompatibilità con il modernismo letterario dei primi decenni del novecento, prima di rimarcare che resta tuttora da superare “il livello embrionale delle riflessioni critiche” dedicate alla sua opera (alla quale, secondo lo studioso in questione, tutti i critici attribuiscono però “scarso merito artistico”) e di auspicare “un’analisi comparativa della fiction di Benson alla luce delle tendenze popolari della letteratura religiosa dell’Inghilterra fin-de-siècle”.

Tutti giudizi ovviamente legittimi e argomentabili, questi, che compongono un complessivo quadro interpretativo in cui, accanto ai detrattori tout court, si collocano anche coloro che decantano la globalità dell’opera di Benson secondo una predominante ed istintiva intenzione agiografica e coloro che ne sottolineano l’importanza e l’influenza sulle generazioni successive con l’acume di grandi colossi della cultura cattolica europea quali Jacques e Raissa Maritain, Evelyn Waugh, Teilhard de Chardin e l’attuale Pontefice Benedetto XVI.

Quali che siano le modalità di fruizione dell’opera di Benson, la profondità della sua comprensione ed il metro adottato per valutarne le varie tipologie di meriti e di difetti, non si può non ribadire la necessità di raccomandare comunque – in questo e in tutti gli altri casi di scrittori della stessa “famiglia di matrice cattolica”, spesso più citati che letti e, se letti, troppo di frequente in zoppicanti e datate traduzioni e troppo raramente in lingua originale – di non cedere alla tentazione di fare quelli che sanno già come va a finire la storia oppure quelli che leggono con il retropensiero di un senso già preconfezionato (per quanto animato da buone intenzioni) e che poi inevitabilmente finiscono per ritrovarlo nel testo... Insomma, se Benson (o, come si diceva, ogni altro scrittore della stessa “famiglia”) s’ha da leggere, lo si legga davvero e l’opera prescelta sia affrontata nella sua completezza in modo che il suo disegno complessivo non perda pezzi per strada oppure sia ridotto a brandelli e lasciato sanguinante sulla strada per Gerico senza samaritani della critica letteraria in vista…

Purtroppo, proprio la tentazione dalla quale cui si è appena raccomandato di astenersi è invece sembrata riemergere di recente in occasione dell’uscita della versione italiana dell’ispirato “romanzo” bensoniano The Dawn of All (citare con l’articolo, please!) ad opera della veronese Fede&Cultura (2010) con titolo L’Alba di Tutto. Pubblicato originariamente nel 1911, The Dawn of All è, per citare Lorenzo Fazzini, il “contraltare all’opera che ha reso famoso Benson” – quel The Lord of the World (1907) che la stessa Fede&Cultura ha poi fatto uscire in traduzione nel 2011 con un titolo al quale sarebbe stato da preferire Il Signore del Mondo (per rispettare l’implicita opposizione dell’originario The Lord of the World con espressioni complementari quali, ad esempio, The Lord of Heaven and Earth) e che, come suggerisce Pigi Colognesi, è uno dei “risultati più alti” dell’attività di scrittore di Benson, insieme al “libretto di meditazioni L’amicizia di Cristo”.

Di fronte all’edizione italiana di The Dawn of All la “tentazione interpretativa” di cui si è detto si è manifestata in almeno treforme. La prima – forse la più “tecnica” – ha colpito critici e recensori e ha a che fare con l’identificazione del sotto-genere letterario di quell’opera narrativa (letterariamente geniale, diciamolo, secondo il modesto parere di chi scrive): c’è stato, infatti, chi ha invocato per The Dawn of Allla science fiction o la variante del “romanzo fantareligioso”, impregnato di “futuristic fantasies”, a causa di una serie di dettagli narrativi che paiono anticipare conquiste compiute dalla scienza in giorni successivi a quelli di Benson; e chi ha, invece, evocato il vago profilo della Christian fiction senza precisarne ulteriormente i connotati e lasciando intendere una generica adesione di Benson all’altrettanto vago modello del sensational apocalyptic novel, sbrigativamente attribuitogli dall’Oxford Companion to English Literature.

La seconda “tentazione interpretativa” ha colto – a parere di chi scrive – anche l’editore italiano di The Dawn of All, materializzandosi in quel sottotitolo (“L’utopia del mondo in cui Cristo trionfa”) che – non casualmente – non figura nell’edizione originale, non sintetizza in modo testualmente documentabile le vicende narrate nel romanzo (se ben lette) e impiega un termine (utopia) a cui lo scrittore non ricorre mai nel testo (in quanto culturalmente sbilanciato su un’idealità – con Bachtin – cronotopicamente remota rispetto all’umana esperienza, sia in senso positivo/utopico o negativo/distopico).

La terza “tentazione interpretativa”, infine, sta, per così dire, alla radice delle prime due ed è quella che rischia di rivelarsi più subdola ed ingannevole nel momento della nostra esperienza testuale di The Dawn of All (e di qualunque altro testo analogo) – quale che sia la lingua in cui lo accostiamo. È quella tentazione che, di fronte al romanzo in questione, induce (e ha di fatto indotto) i lettori (anche professional) a dimenticare il ruolo e la rilevanza delle due sezioni-cornice del suo Prologo e del suo Epilogo – entrambi, invece, in grado di fornire fondamentali indicazioni sia rispetto al sotto-genere letterario di The Dawn of All (fugando così la prima tentazione), sia rispetto alle insidie della seconda tentazione per come è stata rintracciata sopra nel sotto-titolo dell’edizione italiana. Prologo ed Epilogo, infatti, rivelano che…

Qui – ovviamente, cosa vi aspettavate? – tace questo breve contributo, invitando caldamente chi abbia avuto la pazienza di seguirlo fino a questo punto, a gustare L’Alba di Tutto nella sua totalità (senza dimenticanze) e auspicando – come scriveva il suo autore nella sua Prefazione a proposito del “pensiero antico” – che Benson e molti altri esponenti della famiglia degli scrittori di matrice cattolica possano essere “‘riscoperti’ da persone persino più moderne degli stessi modernisti”.

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