STORIA/ La lezione di Roma e Cartagine all’Italia di oggi

- Moreno Morani

MORENO MORANI invita alla lettura del saggio di R. Miles, Carthago delenda est, per rivisitare la storia dei rapporti tragici tra due grandi città molto diverse, Roma e Cartagine

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Rovine di Cartagine

“Mentre i Romani discutevano, Sagunto veniva espugnata con estrema violenza”. Gli ambasciatori di Sagunto si erano rivolti a Roma, nel 219 a.C., mentre la città stava subendo un lungo assedio da parte di Cartagine: speravano di ottenere la protezione che ritenevano fosse loro dovuta, in base al trattato di alleanza che era stato sottoscritto anni prima: ma l’unico risultato della loro richiesta fu di suscitare un lungo e logorante dibattito (divenuto perfino proverbiale), e Roma rimase a guardare e discutere, mentre gli avvenimenti precipitavano e la città cadeva. Si trattò di uno dei casi diplomatici più controversi della storia antica, in cui ragioni e torti si incrociavano in maniera intricata.
Con la fine della prima guerra punica Roma si era proposta come potenza non più soltanto terrestre, ma anche navale. La severità delle clausole di pace, e la durezza con cui erano state applicate, avevano convinto i Cartaginesi che ormai era preclusa una possibilità di espansione commerciale o militare nella zona centrale del Mediterraneo, verso la Sicilia e l’Italia. Cartagine doveva trovare nuovi sbocchi più a Occidente, e la penisola iberica poteva rappresentare il teatro ideale. Ma una presenza cartaginese troppo forte in questa zona diventava alla lunga una potenziale minaccia per Roma.
In un momento in cui nessuna delle due città aveva interesse a scatenare un nuovo conflitto si giunse a un compromesso: Roma lasciava a Cartagine mano libera sulla Spagna, purché l’espansione cartaginese non oltrepassasse il fiume Ebro. Roma però nel frattempo aveva stretto alleanza con Sagunto e altri centri minori che si trovavano a Sud dell’Ebro. Da un punto di vista strettamente giuridico dunque entrambi i contendenti potevano vantare delle ragioni e addossare all’avversario una violazione dei patti. Quella di Annibale, il giovane e brillante generale cartaginese, l’uomo di punta della fazione (fin allora minoritaria) che sosteneva una politica bellicista e revanscista, fu però una deliberata provocazione dalle conseguenze funeste. Le guerre puniche furono per l’antichità quello che le guerre mondiali furono per l’epoca moderna: nella seconda Roma dovette sostenere un urto pesantissimo, e si trovò a combattere su diversi fronti (in Italia, in Sicilia, in Spagna, in Macedonia) contro un nemico dotato di un potenziale bellico inizialmente superiore.
Occorre ricordare che, pur con armi la cui potenza distruttiva era infinitamente minore di quella moderna, le guerre dell’antichità provocavano lutti e danni in misura elevatissima: i morti delle guerre puniche si contarono in decine di migliaia, e le fragili strutture economiche degli Stati antichi subivano dissesti gravissimi. Roma fu obbligata a intervenire e la lentezza della sua decisione iniziale le costò cara, perché si trovò il nemico in Italia e fin quasi sulle porte di casa, dopo una serie di insuccessi disastrosi.

Da sempre gli Stati piccoli e deboli sono costretti, per avere speranze di sopravvivenza, a stringere alleanze con Stati più forti, e questi sono disponibili a fornire aiuto e protezione nella misura in cui questo può accrescere il loro prestigio e corrisponde alla loro convenienza: ma nessuno è propenso a impegnarsi in guerre che si prevedono lunghe e sanguinose per aiutare uno stato lontano: nessuno vorrebbe morire per Danzica, e Sagunto fu la Danzica di allora. Inoltre le democrazie hanno tempi di reazione fisiologicamente lenti: con questo non si vuol dire che la libertà e la democrazia siano un handicap, ma anche all’inizio della seconda guerra mondiale si ripeté questo scenario, con le democrazie occidentali che subirono mesi di rovesci per l’impreparazione e l’incertezza con cui erano entrate nel conflitto.
Il recente libro di R. Miles, Carthago delenda est, è l’occasione per rivisitare in modo sereno la storia dei rapporti tra due città e due culture molto diverse, la storia di una rivalità e di una lotta che si risolse in modo tragico, con la distruzione di una delle due. Potevano coesistere Roma e Cartagine dopo la sconfitta di quest’ultima alla fine della seconda guerra punica? Forse sì, ma la storia non ammette domande di questo genere, e il nostro compito oggi può essere solo quello di riflettere sugli eventi. Ormai ridotta a potenza regionale, non più in grado di competere con Roma, difficilmente Cartagine avrebbe potuto creare nuovi problemi a Roma. Le condizioni della pace e il risarcimento che aveva dovuto pagare non la mettevano nelle condizioni di affrontare nuove avventure belliche. Perché dunque si giunse a una nuova guerra, sostanzialmente voluta da Roma, conclusa con la distruzione della città stessa? Le motivazioni furono molte e complesse, ma certo la distruzione di Cartagine fu una delle pagine più oscure della storia romana, tanto da provocare malinconia allo stesso generale romano che guidava la spedizione, Scipione Emiliano, nel momento in cui assisteva alla distruzione della città. La ripetizione ostinata e martellante del ritornello “Carthago delenda est” (“Cartagine deve essere distrutta”), con cui la propaganda insisteva sulla necessità di una nuova campagna militare contro il rivale di sempre, segnava anche un cambiamento della politica romana, che abbandonava una linea di sostanziale moderazione che aveva seguito fin allora, e si indirizzava verso una condotta di conquista e di espansione più spregiudicata ed egoistica.
Col 146 a.C. la Cartagine antica cessa di esistere. Viene meno una città e si eclissa una cultura il cui peso nella storia del Mediterraneo era stato sicuramente considerevole. Una cultura che non si era espressa in grandi opere d’arte o in grandi progetti, ma era stata erede di una civiltà (quella fenicia) che aveva dato prova di grande operosità e di dinamismo. Come i fondatori Fenici, anche i Cartaginesi diedero vita a una rete commerciale estesa ben oltre i confini del mediterraneo e tale da procurare, nei momenti migliori, un benessere economico diffuso. Lo Stato era governato da un’oligarchia e guidato da due autorità elettive, i suffeti (“giudici”, secondo la terminologia della Bibbia). Nel momento in cui l’espansionismo commerciale si accompagnò all’espansione militare, e questa si indirizzò verso le terre più prossime, cioè la Sicilia e l’Italia, era inevitabile l’urto con l’altra grande potenza della zona.

La propaganda romana poteva facilmente far leva sul tasto del nemico per antonomasia e far credere che Roma non avrebbe mai potuto essere sicura, finché rimaneva la minaccia di Cartagine a poca distanza. I Cartaginesi erano presentati come il nemico, era proverbiale la loro inaffidabilità e la loro capacità di tessere inganni. Questi temi furono a lungo ribaditi da storici e autori delle età successive (forse anche per attenuare l’amarezza e il senso di colpa che la distruzione della città aveva lasciato).

Ma davvero erano questi i sentimenti dell’uomo della strada? Più che i testi canonici, vorrei richiamare una commedia di Plauto, il Poenulus, rappresentata pochi anni dopo la fine della seconda guerra punica, e dunque proprio in questo intervallo in cui la propaganda bellicista proclamava la necessità di abbattere la potenza cartaginese.
Il personaggio che dà il titolo alla commedia è un ricco cartaginese, che si mette in viaggio alla ricerca delle figlie che gli sono state rapite. Alla fine la sua figura risulta l’unica figura positiva in mezzo a un’umanità dai tratti squallidi, fatta di persone che si notano solo per i loro difetti e la loro meschinità: uomini e donne collerici, o avidi, o vanitosi e desiderosi di comparire, o petulanti, o pronti all’imbroglio per pochi soldi. Certo nella rappresentazione dello straniero vi sono tratti che ne mettono in risalto l’alterità (il modo diverso di vestire, gli anelli alle orecchie) e vi sono battute che richiamano, sia pure senza insistenza, i luoghi comuni sull’inaffidabilità dei Cartaginesi.
Ma alla fin fine questo gugga che compare sulla scena è un uomo generoso e devoto agli dèi (preghiere autentiche e genuine come quella che il cartaginese rivolge agli dèi hanno rari riscontri nelle commedie di Plauto). L’“infido” cartaginese è in realtà il solo che mantiene fede ai patti e non è pronto a mentire e ad ingannare gli altri, in sostanza è l’unico che ispira sentimenti di simpatia immediata.

Nei secoli successivi si cercò di proiettare nel mito l’origine della rivalità fra Roma e Cartagine. Se i Romani vantano la loro discendenza dai Troiani guidati da Enea, per i Cartaginesi è Didone l’eroina fondatrice. L’Eneide di Virgilio narra le vicende dell’incontro tra questi due personaggi e della sua tragica conclusione.
Approdato in Africa dopo una tempesta, Enea viene accolto dalla bella regina che sta costruendo la sua nuova città. Tra i due personaggi nasce l’amore, ed Enea dimentica per un attimo che la missione a cui gli dèi l’hanno chiamato non è a Cartagine, ma altrove. Dovranno intervenire gli dèi per richiamarlo e ricordargli ciò che essi pretendono da lui. Ma Didone aveva messo tutta sé stessa e tutto il suo cuore in questa avventura e non può accettare un abbandono di cui tra l’altro non capisce le motivazioni e che sente come un tradimento. La scelta radicale di Didone di togliersi la vita porta con sé anche la maledizione del troiano divenuto ormai mortale nemico: che l’odio con cui ora vede il troiano si propaghi anche alle loro discendenze.
In questa prospettiva la rivalità fra i due popoli non nasce da un atteggiamento di innata malizia o di arroganza dei progenitori dei Cartaginesi: all’origine di tutto vi è una dimenticanza, un momento di distrazione  del “pio Enea”, che non ha saputo sottrarsi e dire di no alle avances di una donna affascinante e potente. Dunque l’origine dell’inimicizia e dell’odio si inquadra in una dimensione di umanità ben più larga, e paradossalmente la responsabilità di ciò che sarebbe avvenuto in séguito viene ricondotta al progenitore dei romani e al suo momento di scarsa vigilanza su sé stesso e sui suoi sentimenti.

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