SOCIAL NETWORK/ Google+ o Facebook: l’amicizia diventa “somma”, e non più preferenza

- int. Jonah Lynch

Quanto i social network (Facebook, Skype, Google+…) si scontrano con la realtà e modificano il nostro rapporto col mondo? Lo abbiamo chiesto a JONAH LYNCH

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Fonte: Fotolia

Tredici anni fa nasceva Google (e oggi un allegro doodle celebrativo ne modifica il logo per il 13° compleanno di Google, appunto) e internet conosceva la prima rivoluzione diventando di prepotenza un fenomeno di massa. Poi è stato l’avvento dei Social Network esplosi con Facebook e che ora vedono una ulteriore evoluzione con il neo-nato Google +. Quanto i social network (appunto Facebook, Twitter e Google+ per citare quelli più diffusi) modificano il nostro rapporto con la realtà? Quali possono essere gli effetti sulle strutture mentali di chi li frequenta con assiduità? Ne abbiamo parlato, in esclusiva per ilSussidiario.net, con Jonah Lynch che ha trattato questo tema nel suo saggio Il profumo dei limoni (Lindau 2011). L’autore non si presta a una facile condanna tout court dello strumento in sé, ma avverte sui rischi della quantificazione dell’amicizia: rimanere collegati con tanti, tantissimi amici, che magari non si rivedranno mai e che superano anche le possibilità reali della nostra mente di mantenere dei rapporti veri: “Ciò che è interessante – afferma Jonah Lynch – è che il cervello ha dei limiti. La promessa di poterli superare si incontrerà prima o poi con la testardaggine della realtà”.

In che modo i social network hanno modificato la percezione dello spazio e del tempo, dei rapporti e perfino di noi stessi?

E’ una domanda molto vasta. Possiamo fare qualche esempio, non esauriente: un elemento che è saltato subito agli occhi con l’avvento di Facebook è stata la quantificazione dell’amicizia. Un altro aspetto significativo è la promessa di poter avere più amici, amici lontani, che magari non si vedranno mai. Il social network viene vissuto come un luogo che può estendere i nostri limiti fisici. Un altro elemento della “filosofia di fondo” dei social network è stato messo in evidenza ieri sul Corriere da Maria Laura Rodotà: “proviamo trepidazione e compiacimenti infantili legati all’uso del bottone “mi piace” sul quale clicchiamo quando un nostro amico (di Facebook) mette in bacheca una considerazione, un video, un articolo di giornale on line di nostro gradimento (a volte lo facciamo per compiacere lui/lei, per attrarre la sua attenzione o per ricambiare). Che controlliamo quando postiamo qualcosa noi, e siamo contenti se piace ufficialmente a molte persone. È il social network, bellezze, ed è quello che oggi passa per vita sociale”. E’ una riduzione dei rapporti a “fascio di reazioni”.

Cambiano anche le nostre strutture mentali?

Sì, è una scoperta recente in neuroscienza, ben descritta nell’ultimo libro di  Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? (Cortina 2011). Ho riportato gli elementi cruciali delle sue scoperte nel mio Il profumo dei limoni (Lindau 2011). Lo psichiatra Tonioni ne parla pure nel suo Quando internet diventa una droga (Einaudi 2011). È una pista di ricerca importante per liberarsi dalla fiera dei pareri e giudicare in modo sereno e veritiero il rapporto tra uomo e social network.

Può fare un esempio specifico di questi cambiamenti?

Un articolo su The Economist, due anni fa, riportava la ricerca del dott. Robin Dunbar, un antropologo dell’Università di Oxford. Le sue ricerche suggeriscono che nella media il cervello umano è capace di mantenere circa 148 reti di amicizia stabili. La sua ricerca ha fatto scalpore ed è subito stata contestata. Ma in realtà non importa molto se il numero massimo di rapporti stabili per un determinato uomo è 148, o 248, o 1000. Ciò che è interessante è che il cervello ha dei limiti. La promessa di poterli superare si incontrerà prima o poi con la testardaggine della realtà.

Cosa ci può dire questo riguardo alle novità annunciate ieri nel mondo dei social network?

In qualche modo queste novità sono l’eterno ritorno all’uguale: oltre ad essere un tentativo di togliere la terra sotto i piedi di Skype, offrendo videoconferenze con più persone gratuitamente, Google+ è un insieme di strumenti pensati per tappare i buchi più vistosi di Facebook, riguardo alla privacy. Permette di stabilire dei “cerchi” di amici con cui condividere informazioni di vario tipo. Sulla homepage del lancio del servizio, promette così di “copiare la vita”. Certe cose le dici all’amico intimo ma non al capoufficio. Ma chiunque abbia mai provato a scrivere una procedura per il corretto svolgimento di un lavoro, chiunque abbia avuto a che fare con le lacune e le imprecisioni della legge, chiunque abbia provato a stabilire regole certe e inflessibili per educare il proprio figlio, sa che la vita scappa alla sistematizzazione. I “cerchi” di Google+ potranno essere una meno cruda rappresentazione della vita, ma rimangono infinitamente lontani dalla ricchezza e flessibilità della vita vera. Ticker, di Facebook, è l’ennesimo flusso di notizie, in parte scelte dall’utente, in parte “intuite” da Facebook in base alle proprie preferenze come potenzialmente interessanti. I blog sono pieni di commenti inorriditi a riguardo – troppe notizie, troppo affanno. Effettivamente, giunge un punto dove le notizie che riguardano la vita inghiottono la vita stessa.

Da dove nascono, secondo lei, queste novità?

Sono una conseguenza logica della strada imboccata tempo fa: lo sbilanciamento sul quantitativo a discapito della qualità. Se nell’amicizia è clamoroso che non tutti gli amici su Facebook hanno lo stesso valore, anche nella notizia la quantità, e la velocità, generano un impoverimento. Anche se lo spirito dell’uomo è quodammodo omnia, “in qualche modo tutto”, non può essere simultaneamente cosciente e coinvolto in molte vicende. In definitiva, deve imparare che amare profondamente un particolare è amare l’universale. Non può giungere all’universale per via della somma aritmetica dei particolari. Credo, con il Papa, che lo sviluppo dei social network evidenzi un enorme, si direbbe parossistico, desiderio di comunione. E credo, con non poca evidenza, che i social network sono delle società per azioni che hanno a cuore non tanto la realizzazione della comunione che i loro utenti desiderano, bensì l’utilizzo di quel desiderio per generare profitti.

Siamo destinati ad essere cambiati dai social network o è possibile sfuggire al loro condizionamento, pur utilizzandoli?

Certamente ogni esperienza ci cambia. Non esiste utilizzo che non modifichi l’utente. L’importante è fare esperienze che ci cambiano in meglio. Proprio questo è il significato del ripetere, dell’esercitarsi con uno strumento musicale, per esempio. Siamo capaci di decidere che cosa vogliamo e di perseguirlo. E, di conseguenza, di venirne cambiati in meglio. Non penso che possiamo condannare i social network tout court. Credo che ognuno possa giudicare la propria esperienza, e privilegiare i luoghi in cui trova la comunione che tutti desideriamo.

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