IDEE/ Rémi Brague: una società che non sa chiedere perdono non ha futuro

“La malattia dell’occidente contemporaneo è la confessione senza assoluzione, senza perdono. Ma senza perdono, non c’è neppure nuovo inizio”. Parla REMI BRAGUE

30.10.2012 - int. Remi Brague
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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668) (Immagine d'archivio)

Senza una metafisica non si mettono al mondo i figli. A dirlo è Rémi Brague, filosofo e docente nella Sorbona di Parigi. Di recente in Italia per un ciclo di conferenze organizzato dalla rivista Philosophical News (philosophicalnews.com) sul tema del senso e del valore della tradizione, Brague sorprende per le sue affermazioni e la sua dote di mostrare le conseguenze tangibili di principi apparentemente remoti e inafferrabili, come quelli della speculazione che attraversa il pensiero dell’occidente. Dire metafisica, per Brague, è dire trascendenza, desiderio di Essere; ansia di destino che dà senso alla vita dell’uomo e gli fa desiderare il bene, per sé e per gli altri. È l’uomo, dunque, ad essere «meta-fisico» per Brague; proprio perché la materia non gli basta.

In una delle sue ultime opere lei afferma che la metafisica è l’«infrastruttura dell’uomo». Che cosa intende?

L’opposto della concezione di Feuerbach e Marx, per i quali la metafisica e la religione, definita quest’ultima come metafisica per il popolo, sono una costruzione astratta, una sovrastruttura edificata sulla base concreta della vita della gente che – nella loro opinione – era solo la vita economica. Invece, senza un rapporto con la trascendenza, colta o nel pensiero metafisico, nel senso filosofico del termine, o nella religione, non è possibile trovare una ragione all’esistenza dell’uomo.

Davvero non possiamo farne a meno? Quel che resta del pensiero postmoderno sembra smentire questa ipotesi.

Occorre recuperare una distinzione forte tra causa e ragione. Causa è ciò che fa esistere qualcosa che è già nel presente; ma della ragione abbiamo bisogno perché ci sia un futuro. Ragione, infatti, è ciò che giustifica la nostra azione come dotata di senso. È importante possedere tale ragione? Sì, perché mai come oggi l’esistenza del genere umano dipende da noi. Tocca a noi, in fondo, decidere se ci sarà o no una generazione dopo la nostra. Oggi la questione demografica è in fondo una questione metafisica.

Lo è anche la crisi economica mondiale?

Ciò che ha rilevanza metafisica è la fiducia dell’uomo in se stesso. In tal senso la crisi economica può essere pensata come conseguenza di una più profonda e radicale crisi di fiducia che l’uomo sta attraversando; crsi di fiducia in se stesso e nelle relazioni reciproche.

Lei afferma che mai come oggi l’uomo si trova a dover scegliere tra l’essere e il nulla. Ci sono ragioni per scegliere l’uno al posto dell’altro?

Subiamo le conseguenze della critica di Nietzsche, per il quale cercare di giustificare l’esistenza sulla base di una cosa «altra» dall’esistenza stessa, sarebbe svalutare questa nostra esistenza in favore di un essere metafisico. Dunque non si ha da cercare ragione al di là di ciò che esiste, al di là della vita presente. Io rispondo che la giustificazione della vita è la vita stessa; ma non la vita intesa come è oggi, e cioè cammino verso la morte, bensì la vita come destino, e dunque la vita eterna.

Se così non fosse?

La metafisica è la riscoperta del significato della vita eterna e della sua pertinenza per la vita presente. Se l’esistenza è soltanto dolore, coloro che noi chiamiamo all’esistenza − i nostri figli! − sono solamente uomini destinati alla morte più tardi di noi. Ma se abbiamo il diritto di chiamare all’esistenza la generazione che verrà dopo di noi, allora dobbiamo anche pensare che i nostri figli sono chiamati a qualcosa di più di questa vita. Rifiutare questa prospettiva metafisica vuol dire abbracciare ragioni essenzialmente immorali; per esempio, dire che la prossima generazione è necessaria per pagare le pensioni di quella attuale. Tratteremmo altri uomini semplicemente come mezzi, e non fini.

Ma è realmente possibile non considerare mai gli uomini come mezzi?

È vero che considerare gli altri come mezzo nella vita quotidiana è inevitabile. In realtà − e qui si vedono tutte le buone ragioni della prudenza di Kant − occorre che trattiamo gli altri uomini mai semplicemente come soli mezzi, ma anche sempre come fini. Fare figli per avere qualcuno che paghi le nostre pensioni, sarebbe una riduzione allo stato di mezzo terribilmente radicale. Lo stesso discorso vale anche per i rapporti tra nord e sud del mondo.

Lei ha recentemente parlato ad un workshop dedicato a tradizione e innovazione. Quest’anno sono i 50 anni del Concilio Vaticano II. Le due parole di rottura e continuità le sembrano categorie adeguate a comprendere la realtà ecclesiale?

Sì e no allo stesso tempo. La mia opinione è che non dobbiamo votarci alla rottura, ma nemmeno tornare al passato; semplicemente perché non dobbiamo «fare» nulla. Dobbiamo soltanto lasciare che il passato, che ci ha fatto gli uomini che siamo, produca in noi i suoi effetti, cercando semplicemente di agire nel modo più razionale e buono possibile.

Dischiudere un futuro a ciò che viene dal passato chiama in causa l’educazione. Qual è la cosa più importante che ha cercato di insegnare ai suoi figli?

Ho cercato di trasmettere loro con l’esempio ciò che ero e ciò che sapevo. Ciò che si dice ai figli, se non è vivificato dall’esempio, perde di valore. E l’esempio più importante è saper chiedere perdono. Questo me lo hanno detto proprio loro, i miei figli, che ora sono grandi. Tu hai fatto anche errori e sciocchezze, mi hanno detto, ma hai sempre saputo chiedere perdono. La società europea in cui viviamo ha dimenticato l’importanza del perdono ed è avvelenata da un pesante senso di colpa; per quello che di drammatico troviamo nella nostra storia, per quello che come occidente abbiamo fatto. Direi che la malattia dell’occidente contemporaneo è la confessione senza assoluzione, senza perdono. Ma senza perdono, non c’è neppure nuovo inizio.

Anche in questo la metafisica sarebbe indispensabile?

Sì. Senza un rapporto con il Dono assoluto, non possiamo pensare a un perdono. L’unico essere che può veramente perdonare è quello che può donare, quello da cui tutto viene e da cui − per questo − può ricominciare a venire.

Il nostro presente non si misura solamente con il passato, ma anche con le differenze. La Francia sembra non riuscire a trovare la strada per ridefinire una delle sue maggiori eredità storiche. Sarkozy parlava di laicità positiva, non diffidente ma aperta verso le fedi. Ora Hollande sembra tornare indietro. Che ne pensa?

Occorre innanzitutto precisare che la laïcité francese non è traducibile in italiano. Essa non è un principio, un concetto filosofico, ma piuttosto il risultato molto concreto di un compromesso per cui ci è voluto quasi un intero secolo; un accordo imperfetto tra Stato, Chiesa e società civile nella sua concretezza, la gente nella diversità della sua ispirazione e provenienza.

Il problema viene dal fatto che oggi lo Stato non si trova più ad aver a che fare solo con il cristianesimo. E i vecchi equilibri sono saltati.

Sì, perché nell’islam il concetto di fede ha un significato differente da quello cristiano, mentre la laïcité alla francese è stata elaborata storicamente per trovare un posto alla Chiesa e alla fede cristiana nei suoi rapporti con la società civile e lo Stato repubblicano. Con l’islam è tutto diverso, non soltanto sul piano della relazione tra la sfera politica e quella religiosa, ma anche tra quello della fede rispetto all’insieme delle norme del comportamento privato. Può, nello Stato laico, essere il Corano l’ultima regola ispiratrice di comportamento? Nella sfera pubblica, avremmo per esempio un Parlamento in cui l’ultima regola del diritto sarebbe il diritto coranico…

Cosa fare?

L’unica risposta possibile mi pare quella di un aggiustamento progressivo della convivenza. Non vedo altre soluzioni.

 

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