NATALE 2012/ P. Lepori (cistercensi): la nostra fede è capace di accogliere l’Impossibile?

- Mauro Lepori

Un estratto della meditazione di Avvento “La fede in Cristo, ?compimento di ogni travaglio e anelito del cuore umano”. MAURO-GIUSEPPE LEPORI, Abate gen. dell’Ordine cistercense

congdon_nativita1R439
William Congdon, Natività (Immagine d'archivio)

Proponiamo, per gentile concessione dell’autore p. Mauro-Giuseppe Lepori, Abate generale dell’Ordine cistercense, un estratto della meditazione di Avvento dedicata a “La fede in Cristo, compimento di ogni travaglio e anelito del cuore umano”, tenuta a Roma il 9 dicembre e ad Hauterive (CH) il 15 dicembre scorso.

(…) Onnipotenza e presenza sono le colonne della fede, che non vanno separate, perché, unite, sono la definizione della carità di Dio che fa abitare tutta la sua potenza di Creatore e Sovrano dell’universo in un rapporto semplice e quotidiano con noi, in un’amicizia con noi senza fine, quella di Cristo coi suoi discepoli.

La fede è affidarsi a questo, soprattutto avendone coscienza. I discepoli mancano di fede proprio quando dimenticano che il Signore è con loro, e quando dimenticano che a Lui tutto è possibile. Quando staccano la loro vita, e quello che succede nella loro vita, da questa coscienza, si sentono perduti, tutto va in rovina, sprofondano come Pietro nel mare in burrasca (cfr. Mt 14,30). Ma per recuperare la fede che salva la vita basta un semplice grido che esprime la coscienza che senza la presenza onnipotente di Gesù siamo perduti: “Signore, salvami!”, grida Pietro. Afferma in due parole che Gesù è Signore, l’onnipotente, e riconosce e mendica la sua presenza, la vuole così vicina da afferrarlo.

E Gesù risponde subito, si manifesta subito come l’Onnipotente vicino, come l’Onnipotente così presente da prenderci la mano e tirarci fuori dall’acqua che ci sta affogando: “E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: ‘Uomo di poca fede, perché hai dubitato?’”. (Mt 14,31)

Gesù fa questo dolce rimprovero a Pietro proprio mentre lo sta tirando fuori dall’acqua. Poteva aspettare due minuti e dirglielo con calma dopo, sulla barca o rientrati a casa. No, glielo dice subito, come un commento di quello che sta succedendo, come una didascalia, un sottotitolo della scena che sta avvenendo. Ci fa capire che la fede non è un atteggiamento interiore astratto, una “pietà”, un atto disincarnato, ma un modo di vivere, una posizione del cuore, un giudizio della coscienza e del cuore, dentro la vita in atto.

Il vero mare in burrasca che soffoca la vita in noi è il dubbio nei confronti di Cristo, trattarlo come un fantasma, o un’ipotesi intellettuale, una teoria, da mettere alla prova con esperimenti dubitativi e magici: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque” (Mt 14,28). E Pietro fa il “professore di scienze religiose” dopo aver sentito Gesù dir loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (Mt 14,27). Una parola così, detta con l’amore con cui Gesù deve averla detta, non domandava altra verifica che quella di lasciarlo venire, sempre più vicino, nella barca, per appoggiarsi totalmente sulla potenza della sua presenza. Non era necessario chiedere di andare da Lui sulle acque: il miracolo era che Lui era venuto a loro sulle acque, in mezzo al vento, incontro a loro, alla loro difficoltà ad attraversare il mare, la vita, con la forza delle loro braccia. Il miracolo era già avvenuto: “Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare”. (Mt 14,25). 

È questo il miracolo permanente a cui dobbiamo credere: che la sua presenza viene verso di noi, sfidando ogni ostacolo e impossibilità. La fede deve solo lasciarlo venire fino a noi. Non farlo fermare a qualche metro dalla barca con la pretesa e la sfida di andare noi verso di Lui. Anche questo sarebbe stato possibile se Pietro non avesse dubitato della potenza della Sua presenza. Ma la fede prima di chiedere l’impossibile, lo deve accogliere. L’impossibile è già che l’Onnipotente venga a noi e rimanga sempre con noi. L’impossibile è l’amicizia di Cristo. L’atto fondamentale della fede è credere all’amore di Cristo che ci raggiunge in ogni situazione della vita per salvarci.

Questa fede, la Chiesa ci aiuta ad affermarla e a educarla continuamente. Quante volte, per esempio, ci fa ripetere l’invocazione: “O Dio, vieni a salvarmi! Signore, vieni presto in mio aiuto!”. È il grido di Pietro mentre rischia di affogare. È il grido che chiede che Cristo onnipotente manifesti la sua presenza nella nostra vita.

Quando coltiviamo questa fede nel rapporto con Cristo onnipotente e presente in ogni istante della nostra vita, invocando costantemente la sua salvezza, lentamente cambia il nostro rapporto con tutta la realtà. E la realtà è in fondo il rapporto che siamo fra ciò che è in noi e ciò che è fuori di noi, fra ciò che siamo e ciò che è altro da noi stessi.

Mi ha colpito nelle letture dell’Apocalisse nelle Messe delle ultime settimane dell’anno liturgico l’immagine del nome scritto sulla fronte. “Io, [Giovanni,] vidi: ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui centoquarantaquattromila persone, che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo”. (Ap 14,1; cfr. Ap 22,4)

L’Apocalisse parla anche di coloro che invece del nome di Dio hanno sulla fronte il marchio della bestia (cfr. Ap 13,16-17).

La fronte è in noi un po’ il punto di separazione e di comunicazione fra la nostra coscienza interiore e il rapporto con il mondo esterno. La fronte custodisce il pensieri del nostro cuore e nello stesso tempo li esprime nei rapporti con le persone e le cose fuori di noi. Dietro la fronte percepiamo il lavoro dei nostri pensieri, della nostra coscienza di noi stessi. Davanti ad essa c’è la realtà esteriore di fronte alla quale esprimiamo un atteggiamento, un giudizio. È la fronte, per esempio, che dà ai nostri occhi gran parte della loro espressione. Uno sguardo severo, preoccupato, stupito, interrogatore, è soprattutto con la fronte che lo esprimiamo. Ma a parte queste osservazioni psicofisiche, è soprattutto il significato simbolico della fronte che viene sottolineato dal libro dell’Apocalisse. Portare sulla fronte il nome dell’Agnello e del Padre suo, vuol dire portare in noi e di fronte a noi la memoria, il pensiero, di Cristo e del Padre, cioè il pensiero, se possiamo dire così, dello Spirito Santo. Vuol dire che la coscienza di noi stessi e il rapporto con tutto e con tutti che da essa nasce, è la memoria di Cristo e del Padre, è la memoria della Trinità, quindi una coscienza e una testimonianza che sono “segnate” dalla fede nell’amore che Dio è per noi e per tutti.

La fronte segnata dai nomi dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo e del Padre suo, è così il simbolo della nostra identità di fede, della nostra identità cristiana, che è una coscienza dell’io che cambia il rapporto con tutta la realtà, una coscienza del nostro io e di Dio, del nostro io nel mistero di Dio che lo crea e lo redime, che irradia da noi, quasi senza volerlo, nel rapporto con tutto, il rapporto di fede con tutto che è la carità, il desiderio di annunciare Cristo, la testimonianza a tutti della Redenzione per cui Gesù è nato, ha vissuto, è morto ed è risorto per noi. (…)

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori