BENEDETTO CROCE/ Cacciari: sul “non possiamo non dirci cristiani” aveva ragione

- int. Massimo Cacciari

Una Italia «in condizioni gravissime e quasi disperate»: è il paese di fornte al quale Benedetto Croce rilanciava la sua “religione” della libertà. Il commento di MASSIMO CACCIARI

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Roma, infophoto

«Dormo poco la notte: mi sta sempre innazi la rovina dell’Italia». Chissà se anche gli attuali politici, di entrambi gli schieramenti s’intende, provano gli stessi sentimenti che angustiavano Benedetto Croce nel periodo immediatamente successivo al 25 luglio del ’43, di fronte ad una Italia che il pensatore napoletano vedeva «in condizioni gravissime e quasi disperate». Sono passi richiamati dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nella sua recente visita all’Istituto italiano per gli studi storici, fondato da Croce nel 1946 e riproposti in quella occasione dal presidente della Repubblica. Ma quanto è attuale oggi il filosofo del controverso «non possiamo non dirci cristiani», di cui ricorrono nel 2012 i sessant’anni dalla morte? Ilsussidiario.net lo ha chiesto a Massimo Cacciari.

Napolitano ha recentemente rilanciato il Croce filosofo della libertà, l’uomo del post 25 luglio 1943, con le sue sofferte domande sul futuro dell’Italia. Questo Croce è ancora attuale?

Croce è stato il protagonista di un amplissimo arco della vita culturale e politica italiana, quindi è da comprendere in una prospettiva storica di lungo periodo, non può essere banalizzato con fatti più o meno contingenti. Certo, c’è il Croce politico, quello che è rimasto durante tutto il ventennio l’unica voce che potesse liberamente esprimersi e fare in qualche modo scuola di libertà. La sua fama internazionale e la sua condizione sociale lo aiutarono senza dubbio. Non fu un accademico e questo gli permise di non dover giurare fedeltà al regime. Potè parlare. È stato un grande maestro di liberalismo per tutto l’antifascismo. Poi c’è il Croce filosofo, che può essere variamente valutato. Secondo me il suo è un idealismo un po’ datato.

Lei come definirebbe il liberalismo di Croce? È assimilabile a quello di marca anglosassone?

Il suo liberalismo ha una matrice idealistica, distante da quella tipicamente di area anglosassone, dove l’idealismo classico tedesco non ha mai goduto di grande popolarità. L’idealismo di Croce mi sembra molto più vicino alla filosofia classica tedesca, in particolare a quella di Kant. Non a caso il rigore con cui cerca di distinguere diversi ambiti di pensiero e di attività – si pensi alla sua «filosofia dei distinti» – è fondamentale nel suo dissidio con Gentile.

In virtù di questo liberalismo ispirato all’idealismo continentale, si può parlare di una contiguità nella dottrina dello stato etico tra Croce e il fascismo?

Contiguità è un termine troppo forte. Però ricordiamo che l’ispirazione idealistica della filosofia della prassi è una delle componenti della formazione dell’ideologia fascista. Per altro verso è una delle componenti della formazione di quel peculiare marxismo che è il marxismo italiano, e Augusto Del Noce ha spiegato in modo ormai inequivocabile le affinità che ci sono tra Gentile e Gramsci. Anche Croce votò e sostenne il fascismo in una prima fase, ma non seguì Gentile. Non lo seguì perché pur guardando entrambi all’idealismo tedesco, Croce rimase un filosofo della libertà.

Criticò i Patti lateranensi di Mussolini.

Ma li criticò anche Gentile; in questo erano d’accordo.

«Ascoltare o meno una messa è un fatto di coscienza» disse Croce.

In ogni epoca il problema del rapporto tra politica e religione si colloca in modo diverso. L’accordo del regime con la Chiesa cattolica fu certamente una grossa sconfitta per i liberali come Croce, sia dal punto di vista ideologico generale, sia dal punto di vista pratico. Il fascismo aveva il bisogno vitale di chiudere il conflitto con la Chiesa, e la Chiesa aveva urgenza di chiudere il conflitto che si era aperto col Risorgimento. Fu una sconfitta anche per Gentile. Infatti dopo l’accordo la sua influenza all’interno del fascismo crollò rapidamente e il suo ruolo divenne eminentemente accademico.

Ma anche le motivazioni erano le stesse?

Certo, derivavano dalla comune intuizione che andava operata tra Stato − che pure intendevano in modo diverso − e religione, come accade all’interno di ogni pensiero liberale.

Il liberale Croce è però lo stesso del «non possiamo non dirci cristiani». Oggi possiamo ancora dire quella frase?

Certamente sì, come facciamo a non appartenere ad un evo che è marcato dal segno della croce? Solo uno stolto può ritenere che questo non è, per ciascuno di noi, credente o non credente, un problema, forse il problema e cioè quello della propria tradizione, delle proprie radici, del proprio linguaggio e della propria cultura. Per tutto l’idealismo tedesco il confronto con il cristianesimo è fondamentale, anzi è al centro della filosofia e questo trova puntualmente conferma in molte pagine sia di Croce che di Gentile. Anche il loro comune interesse per Marx è figlio della loro parentela con l’idealismo classico.

Cosa andrebbe riletto di Croce, oggi?

Sono molto belle l’antologia dal suo pensiero curata da lui medesimo e alcune delle sue riflessioni letterarie. Oltre che i testi storiografici sui quali si è educata una generazione liberale anifascista, come il capolavoro della Storia d’Europa nel secolo decimonono.

 

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