BENEDETTO CROCE/ Veneziani: si è sbagliato, la religione non è una cosa privata

Nemico del fascismo? Per un po’ ha creduto che proprio il fascismo potesse fare pulizia. Poi il cambio di rotta. Dopo Massimo Cacciari, su Benedetto Croce interviene MARCELLO VENEZIANI

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Benedetto Croce (Immagine d'archivio)

Nemico del fascismo? Andiamoci piano. Anzi, per un po’ ha creduto che proprio il fascismo potesse fare pulizia. Non c’è dunque solo un Benedetto Croce antifascista, quello che parlava delle «condizioni gravissime e quasi disperate» del Paese dopo il ’43, citato di recente anche dal Capo dello Stato. Perché il Croce liberale è certamente esistito, ma fu un liberalismo multiforme il suo, variamente ispirato, e per questo da spiegare. È nella sua filosofia della libertà che trova posto il ruolo del cattolicesimo: fu proprio la temperie spirituale di un’Europa vittima dell’ideologia nazista a convincere Croce che la religione cattolica aveva ancora qualcosa da dire. Non «dimezziamo» però il filosofo napoletano, dice Marcello Veneziani.

«Quello che metterei in discussione è il ridurre Croce solo ad uno dei suoi aspetti significativi, dimenticando per esempio il ruolo che ha avuto nell’Italia giolittiana, prima che si formasse il fascismo. Il Croce leader morale dell’antifascismo italiano nel nome della libertà e dell’Europa è sicuramente un Croce autentico, ma non è l’unico».

Ci parli dell’«altro» Croce.

Croce è innazitutto un conservatore prima di essere un liberale. È un appassionato cultore e difensore dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale, dell’Italia della destra storica di Silvio Spaventa. Come cultore dell’hegelismo italiano, è molto più a favore di uno Stato forte che di uno Stato assente. Il suo liberalismo non ha nulla a che vedere con la teoria tipicamente anglosassone dello Stato minimo.

Ma allora che liberalismo è?

Un liberalismo che si concilia bene con l’autorità; almeno per quanto riguardsa il primo Croce, quello che guarda alla realtà dell’ottocento e la immette nel novecento. Il liberalismo di uno Stato che interviene anche in economia e fa numerose nazionalizzazioni.

Cosa possiamo dire dei rapporto Croce-Gentile?

È intenso, soprattutto negli anni precedenti allo scoppio della guerra. Ma sappiamo che le ragioni della successiva separazione derivano dalla lettura dell’idealismo: Croce accusa Gentile di misticismo, di una deriva quasi irrazionale all’interno del pensiero hegeliano, mentre non c’è traccia di una divergenza motivata dal fascismo, come poi ci hanno fatto credere. Il fascismo acuisce la differenza tra i due, ma in realtà nella prima frattura tra Croce e Gentile è Croce il più vicino al fascismo originario. È Croce a immettere nella cultura italiana Georges Sorel che è uno dei primi riferimenti culturali del fascismo, è Croce che parla, sia pure in una dimensione critica, di Stato etico; è Croce che persino incoraggia il fascismo e lo paragona alle orde sanfediste del cardinale Ruffo, ritenendo che il fascismo abbia la funzione di spazzare il campo dal bolscevismo e dalla crisi spirituale e di rimettere in piedi l’autorevole Stato italiano. Ricordo infine che è Croce a suggerire Gentile come ministro della pubblica istruzione per realizzare quel progetto di riforma della scuola che lui, da ministro, aveva avviato in epoca giolittiana. In questa visione, il fascismo ha per Croce una funzione proedeutica al ripristino del vero liberalismo.

Ma allora dov’è finito questo Croce? È come se nei pochi recenti articoli apparsi in occasione dei sessant’anni della morte, fosse scomparso.

È un film ben noto. Da tempo vediamo celebrare gli ultimi sette anni di Montanelli e non i precenti settanta. Allo stesso modo, l’unico Croce che emerge oggi, e di cui è riconosciuto il ruolo, è appunto il Croce maestro di libertà, di Europa e di antifascismo. Mentre c’è un conservatore, attento alle culture reazionarie, che sostiene il fascismo anche dopo l’assassinio Matteotti.

Ebbe idee a prima vista opposte sulla religione. Criticò i Patti lateranensi dicendo che «ascoltare una messa è un fatto di coscienza». A così tanti anni di distanza aveva ragione o aveva torto?

Io credo che avesse torto. Nel senso che non si può immaginare una religione che sia vissuta soltanto nella dimensione privata, perché la religione, nella parola stessa, indica anche un legame sociale, comunitario, e come tale ha una dimensione pubblica. Da questo punto di vista credo che Croce sia stato l’interprete d’avanguardia di una esigenza che definirei neoprotestante, cioè quella che riduce la religione a fatto privato; senza cogliere l’importanza storica per il nostro Paese di ricucire la coscienza ferita degli italiani, divisi in modo innaturale tra l’essere credenti e l’essere cittadini.

E cosa pensa del «non possiamo non dirci cristiani»?

Implica un ulteriore passo di Benedetto Croce, forse sollecitato dalle urgenze della storia. In un momento in cui la civiltà liberale deve unirsi alla civiltà cristiana per difendersi dal neopaganesimo nazista che sta attraversando e squassando l’Europa, Croce sente come suo dovere civile quello di richiamarsi all’eredità cristiana, fattore di identità e di coesione sociale. In questo contraddice il Croce liberale laico che invece pensa che la religione debba rimanere nel chiuso della coscenza individuale.

Qual è il Croce che lei preferisce?

Credo nella vitalità della sua cultura letteraria molto più che in quella della sua filosofia. Apprezzo la sua passione per la storia e il modo di raccontarla e penso alla sua mirabile Storia del Regno di Napoli. Ecco, direi che la lezione più vera di Croce è la sua capacità di tradurre la filosofia in una «saggezza» della vita.

(Federico Ferraù)



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