LETTURE/ Dal rifiuto di Dio all’invasione dello Stato: la lezione di Gregory

- Danilo Zardin

DANILO ZARDIN presenta il recente saggio di Brad S. Gregory, The unintended Reformation. Un’analisi acuta sull’esito ultimo dello stravolgimento operato dalla modernità secolare

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Dobbiamo ammetterlo: dalla potenza degli Stati Uniti arrivano spesso tante cose buone, anche sul piano della cultura e dell’elaborazione delle idee. È il caso di un importante volume fresco di stampa, pubblicato presso Harvard University Press da uno degli studiosi più brillanti e originali che si occupino oggi di storia nel mondo moderno (Brad S. Gregory, The unintended Reformation. How a religious revolution secularized society).

\Bellissima è l’intuizione di metodo da cui il libro prende avvio: il passato non è una realtà che si chiude e sparisce in modo inesorabile dal nostro orizzonte, superata dal nuovo che invade lo spazio di ciò che noi viviamo. Al contrario, come ha scritto Charles Taylor (L’età secolare, 2007), ripreso con giusto risalto da Gregory: “Il nostro passato è sedimentato nel nostro presente”. Dunque, i due poli della storia restano sempre intrecciati, anche se noi non lo vogliamo o non ne siamo fino in fondo consapevoli. Ciò che è esistito fino a ieri, continua a influire sulla realtà del nostro oggi: abita all’interno di esso come una eredità di cui siamo figli, in quanto è la matrice originaria da cui trae alimento la nostra stessa esperienza. In questo senso, afferma Gregory, la vera storia non può che essere una storia “genealogica”, che tiene insieme il passato e il presente. È uno sguardo che aiuta a decifrare ciò che noi siamo diventati, ciò che siamo realmente, e che per fare questo non può restare incollato appiattendosi sullo schermo di ciò che appare in superficie sotto i nostri occhi. Per vedere ciò che è il presente, nel suo spessore più profondo e nelle sue dimensioni globali, bisogna allontanarsi dal quadro e studiarlo nel suo insieme. Il mondo lo si conosce veramente solo scavando nelle sue radici, immergendosi nei meandri di un lungo percorso attraverso cui l’uomo ha modellato la realtà che aveva davanti e utilizzando tutti i materiali a disposizione ha finito con il costruire un edificio nuovo.

Se si accetta la piena ragionevolezza di questo desiderio di arrivare a una “sintesi”, che ricollega e mette in connessione i diversi frammenti dello sviluppo storico, si comprende la giusta insistenza di Gregory sul fatto che non si può capire e tanto meno amare la storia senza fare spazio alle grandi continuità che ne sono il tronco di sostegno. Le continuità sotterranee sono in primo luogo le tradizioni su cui si basano gli ordinamenti che danno forma all’universo della società. Sono i legami che tengono unite le generazioni, la linfa che distribuisce il nutrimento in tutto il corpo di cui siamo le membra. Il flusso della vita che si riproduce nel tempo sta nascosto sotto i cambiamenti profondi che le rivoluzioni della storia collettiva fanno esplodere lungo il suo cammino: perché il mondo dell’uomo è un corpo vivo, che cresce e si trasforma senza sosta, ma non può farlo che partendo dalla sua ossatura, stando dentro i limiti imposti dal codice genetico che la costituisce. Per questo, scrive acutamente Gregory, le periodizzazioni scolastiche della storia più tradizionale sono una “prigione”. La storia vera non va avanti procedendo per “sostituzioni”: è piuttosto una catena che si annoda e poi si riformula, si scioglie e si ricompone assumendo sempre nuovi assetti. La storia è, al fondo di tutto, “genealogia”.

Entrando nel vivo del suo discorso, Gregory sviluppa fin dalle premesse iniziali del capitolo introduttivo la tesi di fondo che vuole coraggiosamente proporre alla discussione non solo degli specialisti più agguerriti: il nostro mondo moderno è il frutto complesso di una serie diversificata di “rifiuti” e insieme di “rielaborazioni” degli elementi su cui si fondava la cristianità dell’Occidente medievale, entrata in crisi e profondamente ridisegnata a partire dalle scissioni generate dalla Riforma protestante.

La modernità del progresso occidentale (in primo luogo euro-americano) ha dunque avuto un parto estremamente dilatato nel tempo, per così dire “al rallentatore”. La sua nascita va vista come un lungo processo plurisecolare, con abbozzi e timidi accenni riconducibili alle trasformazioni religiose, culturali e politico-sociali innescate quanto meno dai fermenti di crescita maturati nel cuore degli stati cristiani dopo il Mille.

L’esito ultimo è quello di cui siamo oggi spettatori: una società secolarizzata, fondata sulla privatizzazione dei valori e sullo sganciamento della vita sociale dai quadri di un’etica condivisa, dove lo spazio centrale prima riservato alla dipendenza dall’ordine del sacro cristiano si è capovolto nell’invadenza del potere politico dello Stato posto a tutela della inviolabilità dei diritti dell’individuo, nel medesimo momento in cui una visione “terapeutica” o consolatoria della felicità intramondana viene “colonizzata” dal trionfo dei consumi di un capitalismo sempre più opulento e sempre più globale. 

L’individuo-cittadino, inserito come atomo isolato nell’“iperpluralismo” in cui si è dissolta l’unità culturale lasciata alle nostre spalle, si lancia verso la costruzione di un ben-essere che tende a restringersi nei limiti della manipolazione delle cose. Relega ai margini e di fatto svuota la realtà del Dio-creatore che si incarna nel grembo della storia umana e la guida dal suo interno. Alla fine, è relativizzata ogni domanda sul bene ultimo della vita; ogni presunzione di verità è equiparata alle altre rivali, sottomettendo il conflitto delle dottrine all’avanzata del dominio divorante del “qualunque” o del “fare ciò che piace”.

Ma, di nuovo, questa paradossale “secolarizzazione”, emersa come esito involontario dalle trasformazioni religiose del mondo medievale e della prima età moderna, piegate al servizio di fini e strategie del tutto imprevedibili al momento del loro decollo iniziale, non è fiorita in modo miracoloso in un solo istante. Dietro, ci stanno sommovimenti ed evoluzioni che hanno ribaltato, passo dopo passo, gli equilibri di un antico sistema del vivere costruito in armonia con il centro della fede cristiana, riconosciuta ancora di riferimento per la salvezza del mondo. 

Gregory cerca di scomporre meticolosamente tutti gli snodi di questa vertiginosa “torsione” prodotta nel corso dei secoli che conducono fino al nostro presente più attuale. Ogni capitolo del suo volume è una miniera di spunti da riprendere e da verificare con cura. Ma non si può se non restare ammirati quando, già nel primo, densissimo capitolo lo storico nordamericano abborda il tema cruciale dell’“Esclusione di Dio”, vista in concorrenza con l’avanzata dello spirito scientifico moderno (o meglio, di una certa riduzione positivista della filosofia e della scienza moderna).

Il fenomeno è ricondotto alla progressiva banalizzazione dell’alterità ontologica che la tradizione ebraico-cristiana aveva fin dall’inizio rivendicato come sfondo ultimo del rapporto di simbiosi tra il principio divino e il mondo creato. L’eccedenza incommensurabile del Dio-amante è stata invece riassorbita, partendo da alcune linee di sviluppo della teologia e della filosofia tardomedievali, nella logica di una “analogia” resa “proporzionale” alla struttura delle cose esistenti. Ma il Dio cristiano, una volta avviato a essere concepito come l’ente perfettissimo posto in cima alla scala dell’Essere, era nello stesso tempo destinato a essere espulso da una visione sacramentale della realtà intesa come espansione del Logos che, creando, genera ciò che è diverso da sé e con cui stringe un legame regolato dalla dinamica del “segno”: il mistero che si svela e si rende raggiungibile, senza però essere mai circoscrivibile e dominabile del tutto.

Il Dio filosofico dell’ordine razionale è diventato un Dio che sempre più a fatica poteva confondersi con l’umile presenza incarnata sotto il velo dell’eucaristia. La disponibilità all’accettazione del miracolo entrava in urto con la globalità della comprensione analitica dei processi naturali. Gli interlocutori scomodi, percepiti come residuo di una visione antiquata del mondo, dovevano essere rimossi. E l’avanzata della “ratio” calcolatrice del naturalismo moderno non poteva che mettere alle corde, spingendolo sempre più nell’angolo, l’ardito oggetto di sillogismi intellettuali sottratti al calore della contemplazione adorante. Una metafisica a senso unico, che impoveriva le articolazioni interne della scala di tutto ciò che è reale, poteva cominciare a immaginare un mondo autogiustificato e alla fine autoprodotto dall’uomo.

Prendere coscienza di come ciò possa essere avvenuto, è già il primo passo fondamentale per elaborare un giudizio e tentare di riaprire spiragli diversi, dentro la corazza robusta che ci avvolge da ogni lato.

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