ARTE/ Uno contro tutti: breve storia del furbo (e geniale) Jacopo Tintoretto

- Giuseppe Frangi

Alle Scuderie del Quirinale, a Roma, è esposto Jacopo Tintoretto. Chi era davvero Jacopo Robusti, “il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura”? GIUSEPPE FRANGI

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Tintoretto, Gli evangelisti Marco e Giovanni (1557, particolare; immagine d'archivio)

Altezza, un metro e cinquanta o poco più. Bisogna partire da questo dato molto materiale per rendersi conto del carattere di quel grande protagonista della pittura veneziana del 500, quale fu Jacopo Tintoretto. Pur molto piccolo di statura, era febbrile nel suo attivismo, caparbio e determinato; capace di portare a casa imprese pittoriche dalle dimensioni leggendarie: basti ricordare i 24 metri del Paradiso realizzato, in realtà con grande aiuto da parte del figlio Domenico, per Palazzo Ducale.

Tintoretto (il nome vero era Jacopo Robusti; il soprannome gli viene dal mestiere del padre che era appunto un tintore) è stato un pittore controverso. Poco amato dai suoi colleghi, Tiziano per primo (“odiato da quelli dell’arte mia”, aveva denunciato nel 1575), non ha avuto vita facile neppure con la critica. Il primo a metterlo nel mirino fu Giorgio Vasari che nelle Vite lo liquidò così: «nelle cose della pittura stravagante, capriccioso, presto, risoluto, e il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura». Ma più ancora che il giudizio del Vasari pesa la bocciatura lapidaria che gli affibbiò Roberto Longhi, in un testo celebre, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana. L’accusa è sempre la stessa: pittore troppo sommario, che compensa con effetti speciali e anche spettacolari delle sue tele una sostanziale mancanza di spessore artistico.

Tintoretto era certamente consapevole dei giudizi che volteggiavano sopra la sua testa, ma non se ne fece mai grande problema. Era davvero uno spirito battagliero e anche scaltro nel combattere questa sfida da “uno contro tutti” senza mai soccombere. Quando nel 1547 ebbe la prima grande commessa per la Scuola Grande di San Marco, dove per altro giocava in casa in quanto era quella che radunava in particolare i tintori, alcuni dei membri della Confraternita arricciarono il naso di fronte alla novità del suo Miracolo di San Marco. Lui per risposta si riportò la tela di 4 metri per 5,50 nello studio che aveva a Cannaregio, davanti alla Madonna dell’Orto. Dovettero supplicarlo di recedere da quella decisione e così la contestazione si risolse in un piccolo trionfo. Anche perché il più potente intellettuale in circolazione a Venezia in quegli anni, Pietro Aretino, per altro anche amico di Tiziano, elogiò subito quella tela, in particolare «i colori che son carne».

In effetti quel Miracolo è davvero un quadro straordinario e ce ne si può rendere conto visitando la mostra dedicata a Tintoretto da poco aperta alle Scuderie del Quirinale. La si ritrova subito all’ingresso in quello che è certamente il punto più riuscito di tutto il percorso espositivo. È un quadro che suscita grande simpatia umana anche per via della vicenda rappresentata: uno schiavo che il protervo padrone, signore di Provenza, avrebbe voluto fosse fatto a pezzi dai suoi aguzzini, e che invece viene salvato da un poderoso intervento di San Marco: così tutti gli arnesi predisposti per l’atroce rituale vanno miseramente in pezzi tra le mani degli esterrefatti sgherri. 

La “colpa” dello schiavo era stata quella di pretendere di poter andare a Venezia a venerare la tomba del santo. Verrebbe da fare una “ola” per questo ribaltamento degli equilibri e per la “vittoria” inaspettata ma sacrosanta dello schiavo, ed è un po’ quella che Tintoretto mette in scena, con un turbinio travolgente di luci e di persone che assistono scosse e stupite al miracoloso esito.

Tintoretto però non poteva permettersi mai di dormire sugli allori. Otto anni dopo il quadrone di San Marco, nel 1956 dovette subire un’umiliazione gratuita da parte dell’accoppiata Tiziano-Jacopo Sansovino, che lo esclusero dal cantiere della Biblioteca Marciana, proprio di fronte a Palazzo Ducale. Tintoretto non era tipo da perdersi d’animo e così per rifarsi s’inventò una forma di “marketing virale”: rispose a tutte le committenze religiose proponendo di farsi pagare solo le spese di colore e tele, senza margini per sé. I margini li avrebbe fatti grazie ai ritratti che a Venezia erano una fonte sicura e inesauribile.

L’idea ebbe successo, come dimostra l’escalation impressionante di commesse nei decenni successivi. Così qualche anno dopo Tintoretto la ripropose con variante per la committenza che rappresentò la vera svolta della sua carriera: quando la Scuola di San Rocco lanciò il concorso per il grande ovale del soffitto, Tintoretto non arrivò con il bozzetto, ma con l’opera già finita. Non solo: la regalò alla Scuola, sapendo che per statuto non avrebbe potuto rifiutare il dono. Mossa scaltra che gli garantì nell’arco di una quindicina di anni l’esclusiva per tutti i lavori nella Scuola: ciclo che rappresenta senz’altro il suo capolavoro.

Alla mostra di Roma se ne possono vedere due grandi tele, dipinte per ultime. Rappresentano una Maria in lettura e l’altra Maria in meditazione, immersa in ambedue i casi in un enorme paesaggio, dipinti con grande rapidità, con effetti di luci suggestivi e densi di presagi di sentimenti romantici.

Si capisce da queste due tele tutte sviluppate in verticale come la libertà di Tintoretto abbia fatto storcere il naso a tanti ma possa essere un fattore che lo faccia dialogare più di altri pittori del passato con l’arte di oggi. Non è quindi stato un caso che tre sue opere siano state scelte dalla curatrice Bice Curiger per aprire l’ultima Biennale, che aveva per tema proprio quello della luce. Il marketing virale di Tintoretto è arrivato sino a noi…

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