LETTURE/ Luzi, Pasolini e il marxismo

- Fabrizio Sinisi

Tra l’estate e l’autunno del 1954, sulle pagine del periodico La Chimera si svolge una polemica tra Pier Paolo Pasolini e Mario Luzi molto interessante anche per l’oggi. FABRIZIO SINISI

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Mario Luzi (1914-2005) (InfoPhoto)

Tra l’estate e l’autunno del 1954, sulle pagine del periodico La Chimera si svolge una polemica che, al di là dell’aneddotica e del pettegolezzo letterario, si rivela estremamente interessante: e non solo per la sua capacità di mettere a fuoco quello che è l’eterno problema dell’arte occidentale – il realismo – ma, soprattutto, perché vede contrapporsi due posizioni, quelle di Mario Luzi e di Pier Paolo Pasolini, che curiosamente risultano, oggi, quasi come dei paradigmi, emblemi di due tendenze, due connotazioni agoniche sempre presenti – e spesso in lotta – nel gesto conoscitivo di chiunque. Una contrapposizione che contrapposizione non è, e che soprattutto non si esaurisce nel banale schema di lettura del “poeta cattolico” (Luzi) contro l’“intellettuale comunista” (Pasolini).

I due autori si erano fino ad allora frequentati pochissimo. Luzi veniva suo malgrado visto come l’alfiere dell’ermetismo fiorentino; Pasolini, di contro, si era fatto portavoce di quella cultura marxista che intendeva porre le basi di nuove modalità di rappresentazione estetica e di elaborazione linguistica “popolare” – a partire proprio dalla brutale revisione di quella letteratura “ermetica” considerata elitaria, narcisistica, antistorica nonché, a suo tempo, connivente al fascismo.

La scintilla scatta quando, in un articolo intitolato – non senza una sottile intenzione provocatoria – Dubbi sul realismo poetico, Mario Luzi si interroga sulla effettiva validità artistica delle nuove soluzioni espresse dai gruppi torinesi e romani, di cui Pasolini era uno degli esponenti più originali e vivaci. Scrive Luzi: «Quel che importa in ogni modo osservare è che (…) una equazione realtà-verità è lontana dal sentire moderno. D’altra parte, solo il cattolicesimo accoglie fermamente la nozione di realtà come un gradino gerarchico della verità: e appunto la letteratura cattolica ha sempre abbondato di scrittori dal piglio vigorosamente realistico. Il curioso è dunque che il richiamo al realismo non provenga oggi né da una dottrina immanentistica né dal cattolicesimo, ma dall’umore, dal temperamento, dal gusto di chi lo interpreta o semplicemente descrive il mondo per fragmenta».

È chiaro, da parte di Luzi, l’intento di smontare una pretesa, quella del presunto realismo marxista degli anni Cinquanta. Si posizionava aggressivamente rispetto a qualsiasi tentativo diverso, e tuttavia, nel tempo, si sarebbe dimostrata velleitaria. Così poi, molto acutamente, Luzi commentava la questione: «Ciò a cui stiamo assistendo non è la crisi, bensì la crisi della crisi e cioè la nevrosi. Non temessi di riuscire paradossale e brillante, direi infatti che è proprio la crisi che è in crisi; evade cioè dalla sfera che le è propria, dalla morale, dalla coscienza critica, abdica, demanda frettolosamente alla bruta fenomenologia del reale ogni potere, le lascia ogni facoltà di imposizione. Tutti i sintomi della nevrosi si possono riassumere, mi pare, in una grave perdita di concretezza: i gesti che suggerisce peccano di astrazione, mancano di mordente e di presa proprio mentre traducono l’ansia di afferrare risolutamente e definitivamente, senza più gerarchia perché senza più centro, i termini del problema. Spara a bruciapelo su ogni parvenza o ombra, temendo gli scappi la preda». 

Ma il passaggio dell’articolo di Luzi che più innervosì Pasolini fu questo: «Oggi nessuna convinzione teorica e scientifica pone il principio e il fine della realtà nella realtà stessa, neppure il marxismo che considera piuttosto la dinamica delle leggi che la governano. Il concetto di reale non è mai stato più dubbio e soggetto a vertiginose complicazioni».

Pasolini reagisce con forza, e, sempre sulla pagine della Chimera, scrive: «No, dobbiamo essere oggettivi. Oggi una nuova cultura, ossia una nuova interpretazione intera della realtà, esiste, e non certamente nei nostri estremi tentativi di borghesi d’avanguardia nello sforzo sempre più inutile di aggiornare la nostra: esiste, in potenza, nel pensiero marxista; in potenza, ché l’attuazione è da prospettare nei giorni in cui il pensiero marxista sarà (se è questo il destino) prassi marxista nella storia di una nuova classe sociale organizzante la vita. […] Esiste dentro di noi, sia che vi aderiamo, sia che la neghiamo; e proprio in questo nostro impotente aderirvi, e in questo nostro impotente negarla».

Nella controversia tra i due s’inserisce a questo punto, in privato, con la discrezione che gli era solita, Carlo Betocchi, poeta anch’egli e sodale di Luzi, che con Pasolini aveva un intenso e affettuoso rapporto d’amicizia. In una lettera del 19 ottobre, Betocchi gli scrive: «…non credo che la dottrina marxista interpreti pienamente la realtà, e si sa che ciò dipende dal fatto che bisogna intendersi prima su che cosa sia la realtà». È quindi Betocchi che, per via personale e non pubblica, si preoccupa di mettere a fuoco la questione nei termini con cui essa si stava realisticamente ponendo: ovvero una riapertura del problema ontologico. Pasolini legge però in questo genere di considerazioni la corsa ai ripari di un apriorismo dogmatico. Scrive: «In un ambito culturale che è quello prima del marxismo, cioè quello borghese e cattolico, tale istanza è puro flatus vocis, in quanto alla domanda “Che cos’è la realtà?”, la cultura borghese e cristiana ha già pronta la sua risposta» (26 ottobre 1954).

Ma nella stessa lettera, Pasolini significativamente aggiunge: «La mia posizione è di chi vive un dramma: sento in me svuotate le ragioni borghesi e ridotto a puro irrazionale e amore cristiano. Questa è una constatazione, non una tesi. D’altra parte nulla sostituisce quegli schemi: non c’è un altro, chiamiamolo rozzamente così, ideale su cui far leva per la purezza della mia vita interiore. Perciò guardo con curiosità e trepidazione all’ideale marxista». 

Accorata è la risposta di Betocchi, datata al 14 di novembre, ed esprime tutta la natura drammatica, e non meramente ideologica, della questione. Scrive Betocchi: «Non sarà mai possibile che una cultura interpreti il mondo, nemmeno quella cattolica, quando si limita ad essere una cultura. […] Comunisti e borghesi sono la stessissima cosa, (…) mentre la verità è un mistero». Ed è interessante come Betocchi torni a porre il problema centrale non in una creatività culturale, ma in una radicale, nonché umile, premessa umana, nell’annuncio di un accaduto: «Cristo solo interpreta il mondo, ossia vive la sua vita integralmente risolutiva del dramma del bene e del male. […] Io non ho cultura, Pasolini mio, io sono un uomo. Tutti i concetti sono cultura, ma con Cristo non esistono concetti. Esiste soltanto il Vangelo, e vivere. La cultura si iscrive nella vita cristiana come una sorella, non come una moglie».

La vicenda, placatasi sul momento, trova un suo proseguimento estremamente amichevole l’anno successivo, quando la rivista diretta da Pasolini, Officina, pubblica tre poesie inedite di Mario Luzi: Richiesta d’asilo a un pellegrino a Viterbo, Nell’imminenza dei quarant’anni e la famosa Las animas. Proprio quest’ultima, che ha come tema la morte e l’interrogazione del significato di questa, colpì profondamente Pasolini, che scrisse a Luzi questa lettera, datata al 22 novembre 1955: «Caro Luzi, / grazie per le tue bellissime poesie: e per quello che, polemicamente, c’è sotto, il tuo traboccante e trattenuto “Memento”: ma non credere che noi apparteniamo alla categoria che dimentichi. […] Ma – sia pure perché carichi dal sentimento della morte, spinti da esso – è meglio pensare alla storia che all’assoluto, ci sembra. Solo nella storia l’amore ha i suoi oggetti: fuori – trepido a dirtelo – non riesco a concepire oggetti, o Oggetto, ma solo la prospettiva di un enorme narcisismo, un soggetto adorante, un mito. Mah… ne riparleremo quando protagonisti de Las animas saremo noi».

Pasolini, da uomo vivo, non era dunque di quella «categoria che dimentica». E proprio nella sua “non-dimenticanza”, nel suo ostinato e pervicace domandare e nella sua altrettanto ostinata resistenza, lancia una provocazione che non può non costituire un’urgenza ineludibile per qualsiasi tentativo culturale: ovvero un principio di conoscenza e di metodo che sia anche e soprattutto fattore presente nella storia, immedesimato nella vicenda degli uomini, radicato nel tessuto dei giorni al punto da potersi imporre, e vivere, e crescere, come reale soggetto d’amore.      

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