FAMIGLIA/ L’uomo, la donna e quel Papa innamorato del “Principio”

- Massimo Serretti

Oggi si apre a Milano il VII incontro mondiale delle famiglie. Giovanni Paolo II dedicò alla famiglia una catechesi che ha segnato una pietra miliare. La ricorda MASSIMO SERRETTI

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Giovanni Paolo II (1920-2005; InfoPhoto)

Quando alle 17.19 del 13 maggio 1981, a quattro giorni dal referendum sulla legge 194 che aveva legalizzato l’aborto nel nostro Paese, papa Giovanni Paolo II fu raggiunto in piazza san Pietro da un colpo di pistola, da due anni stava proponendo una catechesi su “uomo e donna”, sulla teologia del corpo e sulla famiglia e in quel giorno avrebbe dato l’annuncio pubblico della fondazione di un istituto internazionale di studi sul matrimonio e sulla famiglia. Solo nel novembre (mercoledì 11) di quello stesso anno egli potrà riprendere quella catechesi che porterà a termine nel febbraio del 1983, regalando così alla Chiesa uno scrigno prezioso di riflessioni e di meditazioni sulle realtà più ordinarie e quindi più rilevanti dell’essere e dell’esistere umano nelle sue qualità di “uomo e donna”.

Karol Wojtyla, prima come sacerdote e poi come vescovo, si era dedicato ad accompagnare i giovani verso la costituzione di una famiglia e le famiglie stesse con le loro problematiche e con le loro ricchezze di esperienza e di amore. Da questa lunga frequentazione, che non cessò del tutto neppure con la sua elezione a Successore di Pietro, egli trasse un sostegno ed un conforto per la sua stessa formazione umana, come egli stesso ha attestato in diverse occasioni. I due stati vocazionali si richiamano a vicenda e non è quindi strano che dal loro incontro si producano frutti saporiti e nutrienti. 

Da questa esperienza presero forma alcuni lavori poetici letterari: La bottega dell’orefice, Raggi di paternità, ma anche saggi importanti quali: Amore e responsabilità, La famiglia quale comunione di persone. Tuttavia il frutto più maturo, che si colloca al culmine di una riflessione sorta al di dentro di un’esperienza di incontro e di accompagnamento pluridecennale di fidanzati e famiglie è dato proprio da quella summula che raccoglie le sue catechesi dei primi quattro anni di pontificato sotto il titolo Uomo e donna lo creò (Città Nuova Editrice – Libreria Editrice Vaticana). Proviamo a darci uno sguardo.

Il punto di partenza è decisivo. Sorprendentemente Giovanni Paolo II non prende avvio né dalla realtà del Sacramento del Matrimonio, né dal dato esperienziale diretto emotivo, psichico, fenomenico e neppure dalle tematiche classiche di teologia morale coniugale o sessuale in genere. Egli assume un’espressione usata da Gesù nel dibattito con i farisei (Mt 19), che rimanda al “principio”, come chiave di interpretazione metodologicamente centrale per intendere il dato antropologico fondamentale sulla base del quale si innesta l’essere uomo e donna e quindi l’unità dei due. Ma come può un simile punto di partenza aiutare a gettare luce su una realtà concreta e determinata com’è appunto quella della natura sessuata del corpo umano? Oppure sulle infinite sfumature esperienziali che caratterizzano l’incontro e l’unione dell’uomo e della donna?

Il rinvio di Cristo al “principio” è un rinvio alla creazione e quindi ad un’opera di Dio, ad un atto che Dio compie. La tesi di fondo di tutta la catechesi su uomo e donna, sulla teologia del corpo e sulla realtà della famiglia è che tutto quel che l’uomo esperimenta nel suo essere e nel suo esistere è legato in maniera diretta con il “principio”, cioè con l’azione creatrice di Dio. L’uomo può essere considerato a partire dalla sua storia, intesa sia come storia del singolo, sia come storia dell’umanità intera, ma l’uomo è più antico della sua storia e, in realtà, tutto quel che si può constatare nella storia e nell’esperienza dell’uomo è legato a quella che Giovanni Paolo II chiama “la protostoria teologica dell’uomo”. Essa, lungi dall’essere qualcosa di tanto remoto, da risultare ininfluente sul presente di ciascun essere umano, è invece ciò a partire da cui si può comprendere in maniera adeguata il mistero dell’uomo nella concretezza del suo essere e del suo vivere.

La conseguenza che Giovanni Paolo II ne trae è che l’uomo e la donna, se vorranno intendere se stessi e l’unità specifica che è stata ad essi assegnata, dovranno rifarsi proprio a quello che il Creatore ha fatto quando li ha creati in quel determinato modo, secondo quel determinato disegno e in vista di quella precisa finalità. Il segreto e la verità di sé è racchiusa nel “principio” che ha costituito l’umanità dell’uomo.

Con questa impostazione “dall’alto” Giovanni Paolo II entra in maniera decisiva nel cuore della controversia infuocata sull’origine. Il misconoscimento della verità e del realismo della Creazione e la sua sostituzione idolatrica, cioè, di mera parvenza, con ipotesi più fantastiche che mentali, ha ormai pervaso l’intero occidente.

Giovanni Paolo II afferma che la realtà di Dio è al principio di tutto quel che è, e in modo specialissimo dell’uomo, quale uomo e donna. Non solo, ma che questo “principio” determina per intero la realtà e l’esperienza dell’essere uomo nel suo “qui e ora” e che quindi esso costituisce il cardine esplicativo della realtà umana nel suo insieme e nei suoi dettagli. 

Ciò significa che la verità dell’identità dell’essere “uomo e donna” e quindi della relazione tra i due è posta dal Creatore “in principio” ed è rivelata da Dio nella sua implicazione storica con l’uomo. Quando quel “principio” viene riconosciuto e osservato tutto si ordina in riferimento ad esso, qualora venga occultato o censurato, tutto si deforma e si disordina in frammenti irricomponibili e quindi privi di senso. L’accrescersi dell’umano nell’uomo o la sua sfigurazione dipendono essenzialmente dall’ammissione e dal riconoscimento del “principio” rivelato. La Rivelazione conferisce senso all’esperienza e, una volta accolta l’intelligenza della Rivelazione, anche l’esperienza diviene fonte di esplicazione e di esplicitazione dell’umano nell’uomo.

L’attacco massiccio, programmato e finanziato che su questo fronte è in corso, vedi la “guerra del gender” (D. O’Leary), essendo rivolto al punto in cui il Creatore ha posto il vertice di tutta l’opera creazionale, tende a svellere non un punto qualsiasi, seppur rilevante, ma il “principio” stesso, il punto archimedico della intera creazione. Non si dovrebbe neppur parlare di disordine, ma di un sovvertimento tentativamente completo dell’intera opera divina della creazione. È lo stesso Giovanni Paolo II che parla di “sfida a Dio Creatore” (25 marzo 1984) da parte di una potente corrente ideologica contemporanea istrionicamente mascherata di umanesimo. 

“Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza’ (…) E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1, 26s.). L’insegnamento che il Beato Giovanni Paolo II ci ha lasciato in eredità su questo dato antropologicamente basilare, ricostruisce al dritto quelle che nella Rivelazione anticotestamentaria sono chiamate “le fondamenta del mondo” (Sal 81, 5, Is 40, 21; 15; Gb 38, 4). Nell’ordine della creazione il rapporto uomo-donna ha consistenza di fondamento primordiale. La manipolazione dell’unità tra l’uomo e la donna stabilita dal Creatore è la peggiore delle manipolazioni possibili, perfino di quelle genetiche sulle quali si esercita la bioingegneria.

Se questo è il punto di avvio delle catechesi su “uomo e donna”, lo sviluppo disegna un affresco di grandi dimensioni. Il Papa si sofferma a lungo sul “linguaggio del corpo” e sulla “teologia del corpo” e quindi sulla sessualità, sulla dignità personale dell’uomo e sulla “comunione di persone” che è la famiglia, sulla realtà della famiglia, sul Sacramento del Matrimonio, sulla verginità e, da ultimo, sulle questioni capitali di etica coniugale impostate dalla Enciclica di Paolo VI Humanae vitae. Tutto il disegno si dipana tra la logica del “principio” e il termine della “altissima vocazione dell’uomo”, tra la protostoria e l’escatologia, tra la Creazione e la Risurrezione (“redenzione del corpo”) cui l’uomo è chiamato “in Cristo”.

Con questo insegnamento Giovanni Paolo II ha detto “all’uomo tutta la verità sull’uomo” a partire dal mistero di Dio e ha ridato alla Chiesa intera, dopo una pausa plurisecolare, un’antropologia che fornisce “sempre più chiaramente le ragioni per cui la norma insegnata è vera ed è praticabile da tutti” (Carlo Caffarra), offrendo da un lato le premesse per evitare la china moralista, dall’altro ragioni che legittimano la morale.  

Se il suo capolavoro filosofico era centrato sul mistero e sulla dignità dell’essere personale dell’uomo, ora egli perviene al realismo della “comunione delle persone” (GS 12) integrando la dottrina tradizionale dell’essere ad immagine e somiglianza con l’aspetto della natura originariamente comunionale dell’uomo. L’uomo, afferma Giovanni Paolo II, non è a immagine di Dio, che è Comunione di Persone, solo per il fatto di avere una facoltà di ragione, di volontà, di libertà, ma anche per il fatto di essere istituito nella comunione e chiamato alla comunione (cf. DV 34). Tale apporto si affaccia alla sua meditazione e al suo pensiero proprio attraverso la considerazione della unità dell’uomo e della donna nella famiglia.

Siamo al cuore della “verità sull’uomo”.

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