DIBATTITO/ “Bene comune”, slogan da rottamare?

L’espressione “bene comune”, sempre affermata quanto contraddetta nei fatti, è diventata un refrain privo di significato, o alla meglio, sinonimo di “inciucio”. Perché? FRANCESCO BOTTURI

30.07.2012 - Francesco Botturi
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Nelle teorie socio-politiche attuali ci sono terminologie che richiamano quella del bene comune. Si parla di “bene pubblico” per intendere un bene disponibile da più persone o gruppi in modo non rivale e non esclusivo; di “beni comuni” come insieme di beni sociali di utilità comune; di “common” nel senso di bene collettivo, disponibile da più persone o gruppi, ma in modo rivale; di “bene totale” come bene generale, massimizzazione utilitaristica della soddisfazione delle preferenze particolari. In relatà, l’idea politica di bene comune ha un’altra portata. Riguarda non anzitutto il rapporto che intercorre tra persone e cose, ma un rapporto globale tra persone. Il bene comune – potremmo dire – è per eccellenza bene relazionale; cioè non è un bene di stato o di consumo, ma un bene in cui le relazioni tra soggetti sono costitutive del bene stesso. 

La riflessione moderna sulla politica si caratterizza per l’attenzione dedicata alla realtà del conflitto. Il limite che ha accompagnato questo realistico pensiero fu il suo orientamento radicalmente individualista, scettico a riguardo della capacità relazionale del soggetto, segnato da una drammatica impotenza al convivere (cfr. il paradigma hobbesiano e le sue numerose metamorfosi).

La concezione moderna dello Stato ha reso possibile – tra molte ambiguità e smentite –  l’acquisizione dell’idea democratica e quella dello stato di diritto. A sua volta, la concezione liberale del mercato ha consentito un esercizio inedito dell’iniziativa libera in condizioni di ideale uguaglianza. In tal senso Stato e mercato sono stati agenti di una nuova e mondiale socializzazione. Tutto ciò è avvenuto, però, a prezzo di una sorta di marginalizzazione della relazione come struttura dei soggetti umani e del legame cooperativo civile come struttura della società

Stato e mercato sono stati concepiti come grandi apparati totalizzanti, in rapporto a cui la società civile, depositaria di una pratica di relazioni originale e positiva, veniva sistematicamente sacrificata. All’eclissi del primato del civile si accompagna inevitabilmente anche quella del bene comune come principio fondante la realtà sociale e come idea regolatrice della politica.

Il punto di partenza per un nuovo paradigma politico non può essere che la concretezza condivisa della società civile, non come ambito privato qualificato contrapposto a quello pubblico neutrale, bensì come ambito già pubblico, di primario significato storico e politico.

Il punto di partenza è perciò l’idea di persona intesa come soggettività relazionale che esiste come realtà attivamente coesistente, interattiva, comunicativa, e quindi orientata all’intesa, anche entro la normale conflittualità dei rapporti sociali. Di conseguenza, il bene comune politico consiste nella (costante e istituzionale) trasformazione della coesistenza di fatto in volontaria convivenza di principio. 

Gli uomini si trovano per circostanza storica a coesistere (l’alternativa è la pura estraneità o la guerra): la nascita della realtà politica coincide con l’assunzione consapevole e volontaria della socialità comunicativa fondamentale appunto come “bene comune” che dà ragion d’essere alla politica. Il bene comune politico nasce così: sulla base dell’esistenza della realtà comunicativa sociale, in cui ci troviamo già sempre a vivere e ad appartenere, un atto razionale e volontario collettivo la assume come bene che ha da essere, cha va conservato, difeso  e accresciuto. 

Il fatto sociale originario diventa così il fatto politico primario. Il passaggio al politico comporta la conferma condivisa di ciò che già accomuna assunto come patrimonio da preservare e proteggere, da rendere sempre praticabile e da far crescere. Il corpo politico nasce, dunque, quando si assume il “fatto relazionale” di cui si è parte, come “bene comune” che diventa fine condiviso e criterio normativo di relazione; vuol dire, in altri termini, che il politico non è né un puro fatto naturalistico, né un puro esito costruttivistico. A fondamento del bene comune politico sta il giudizio pratico che l’esser-in-comune è bene. A partire dalla Magna Charta inglese (1215), il costituzionalismo esprime appunto la volontà condivisa e istituzionalizzata di dar fondamento a una convivenza politica.

Il bene comune è dunque il bene dello stesso essere in comune, fondamento del politico. Esso non chiede nessun preventivo accordo che non sia il valore stesso dell’essere in società, che istituisce lo spazio comunicativo tra i diversi, cioè lo spazio del confronto, della cooperazione, dello stesso conflitto in quanto regolato, e svolge così la funzione di universale politico fondante. Il bene comune non consiste, perciò, nel possedere un identico ed esclusivo patrimonio ideologico; non è la somma dei molti beni particolari o la media dei molti interessi di cui è composta la società; non è un fine sovrapposto alla società civile; non è neppure solo l’insieme delle condizioni sociali favorevoli allo sviluppo umano storico, secondo la definizione di Gaudium et spes  (74b, cfr. 26a; e la Dichiarazione Dignitatis humanae, 6). 

L’unico bene comune è piuttosto oggetto di possibili e concorrenti interpretazioni e quindi progetti politici. Nessuna di queste, però, può trasformare l’antagonismo delle visioni in guerra civile mascherata (demonizzazioni dell’avversario, lotta politica con armi improprie, intolleranza culturale, calunnia, …), in cui il bene dell’essere in comune è eroso e smentito e il patto costituzionale contraddetto nei fatti. 

Questa non è lotta politica – interna al quadro del comune bene condiviso –, bensì autodistruzione della politica stessa.

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