LETTURE/ Stupirsi di fatti semplici, la lezione del “terzo Chomsky”

- Andrea Moro, Giovanni Gobber

Oggi Noam Chomsky aprirà l’anno accademico della scuola superiore universitaria IUSS di Pavia. La presentazione di GIOVANNI GOBBER e il saluto di ANDREA MORO

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Noam A. Chomsky (InfoPhoto)

Oggi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2012-13, la Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia ospita Noam Chomsky, linguista, scienziato, docente al Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, oltre che politologo e sociologo di fama mondiale. Chomsky terrà una prolusione dal titolo “Language and limits of understanding”. Proponiamo un articolo di Giovanni Gobber e (dalle ore 10) il saluto che Andrea Moro, professore ordinario di linguistica generale nello Iuss e allievo di Chomsky, rivolgerà al maestro.

La figura e la riflessione di Noam Avram Chomsky (Philadelphia, 1928) ha segnato lo sviluppo della linguistica nel secondo Novecento e ha inciso profondamente anche nel riorientamento generale delle scienze “umane”, non più ridotte a scienze del comportamento. I suoi primi lavori risalgono agli anni cinquanta; l’opera più nota, Syntactic structures, esce nel 1957; tuttavia, la più importante è The logical structure of linguistic theory, del 1955, ma pubblicata solo nel 1975. In questi contributi il compito della sua indagine è di mostrare “come la complessità delle lingue naturali, in apparenza così straordinaria (formidabile), si possa analizzare in componenti semplici; cioè che questa complessità è il risultato di un’applicazione ripetuta di principî – in sé del tutto semplici – che riguardano la costruzione delle frasi” (The logical structure of linguistic theory, p. 57). In seguito, vengono a caratterizzare la sua ricerca (Cartesian Linguistics, 1970) una serie di domande sul rapporto fra lingua e mente umana: come si spiega la capacità di un parlante di intuire la correttezza di una frase? Come si acquisisce questo “sesto senso” per la struttura? Come mai tutte le lingue presentano aspetti comuni?

Per rispondere a queste domande, si avanza l’ipotesi dell’esistenza di un organo mentale preposto all’acquisizione di qualsiasi lingua: un bambino, nei primi anni di vita, è esposto a una serie di stimoli che attivano una capacità innata di riconoscere e di produrre espressioni “ben formate” (well-formed) e di riconoscere e scartare quelle “mal formate”. A questo organo mentale si dà il nome di grammatica. Esso costituisce una realtà non osservabile che è responsabile della produzione dei dati osservabili (le frasi concrete). È un organo mentale che non si può descrivere, perché è nascosto all’osservazione; tuttavia, si può costruire un’ipotesi sul suo funzionamento. Emerge così una seconda valenza di grammatica: è un modello, cioè una spiegazione del funzionamento dell’organo mentale preposto all’acquisizione della lingua; in altre parole, la grammatica è una descrizione esplicita della competenza implicita che ogni essere umano acquisisce nei primi anni di vita. Chiariamo la differenza tra questi usi di “esplicito” e di “implicito”: per un parlante italiano l’espressione *Il maestro signor il dentista studio suo in entra non fa parte delle frasi corrette (applicando il medesimo ordine degli elementi in ungherese, si ottiene però una frase corretta che corrisponde a ‘il signor maestro entra nello studio del dentista’: A tanár úr a fogorvas szobájába megy). Egli peraltro non sa rendere ragione di questo suo giudizio: la sua conoscenza è intuitiva. Per rendere ragione della sua capacità, bisogna costruire una teoria che mostri come è organizzata la struttura in generale e come si manifesti in italiano.

L’intuizione della struttura è detta grammaticalità. Nella teoria della grammatica questa conoscenza implicita è sostituita da una descrizione esplicita della struttura, cioè da una “generazione”. Così intesa, la grammatica generativa fa parte di un complesso tentativo di spiegare il programma genetico che permette al bambino di interpretare certi suoni come “esperienza linguistica” e di costruirsi un sistema di regole e di principi sulla base di questa esperienza.

La grammatica ha valenza sia universale sia particolare: essa ha anche il compito di spiegare (= di esplicitare la struttura di) somiglianze e differenze tra lingue. Si tratta di mostrare quali aspetti siano comuni alla struttura di tutte le lingue e quali fattori siano responsabili delle differenze entro le strutture. Una versione dell’impianto di grammatiche generative si basa sulla distinzione diprincipî parametri (Lectures on government and binding, 1981). Non è l’ultima versione (dato che nel programma generativo la fase di verifica produce continue modifiche del modello), ma è qui utile perché ci aiuta a comprendere lo “spirito” della Universal Grammar di Chomsky. In questo modello, si dicono principî i requisiti obbligatori che una qualsiasi lingua deve soddisfare. I principî sono gli stessi in tutte le lingue; a variare sono i modi in cui i principî si manifestano. Questo consente di rappresentare nella teoria le variazioni sintattiche fra le lingue.

“Tutte le frasi di tutte le lingue hanno una struttura” è quasi il “principio dei principî”: senza di esso, il parlante non può distinguere le frasi corrette da quelle scorrette. Il principio della struttura permette di introdurre la nozione di sintagma e rende ragione delle componenti elementari della grammaticalità.

A loro volta, i parametri sono grandezze che, a seconda della lingua, ricevono valori diversi. Per esempio, “Pro-drop” è un parametro che riguarda l’omissione del pronome soggetto. Per il francese, l’inglese e il tedesco vi si attribuisce un valore negativo (non è consentita l’omissione); lingue come l’italiano, l’ungherese, il russo consentono invece il “Pro-drop”.

Altro principio, forse meno evidente, è l’endocentricità di tutti i sintagmi (dove “sintagma”, all’incirca, indica una parola o un gruppo di parole che svolgono una data funzione sintattica). Esso afferma che “ogni sintagma SX deve avere una testa dello stesso tipo” (nella terminologia della grammatica generativa testa – dall’inglese head – indica l’elemento caratteristico di un sintagma: per esempio, il nome libro è il nucleo di un sintagma nominale come tutti i nostri libri di linguistica). In simboli: XP à …X…, dove è un elemento dell’insieme formato da NVP (nome, verbo, preposizione) ed eventuali altri simboli, che stanno ciascuno per una categoria lessicale (cioè il carattere generico comune a una classe di parole).

Il principio di endocentricità mette in luce un altro aspetto fondamentale della struttura sintagmatica: ogni sintagma “parte” da una categoria lessicale che trasferisce, cioè “proietta” le proprie caratteristiche su un livello superiore, dal quale essa domina altri elementi; la proiezione può salire fino a un ulteriore livello, da cui la testa domina tutti gli elementi ai quali ha trasferito le sue proprietà: questo livello coincide con la categoria del sintagma. Per esempio, il sintagma nominale ha una struttura articolata in tre livelli, o “barre”:

 

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è la testa del sintagma (per esempio, sono le informazioni categoriali rappresentate da un nome come gatto). Compl è il complemento di N: corrisponde, per esempio, a un attributo (nuovo in libro nuovo) o a un sintagma preposizionale (di fisica in libro di fisica). N’ (con una barra) è il dominio died è costituito dalla testa con il suo complemento (libro di fisica oppure libro nuovo). A N’ si applicaSpec (“specificatore”) che corrisponde a categorie come l’articolo o il dimostrativo. N” (con due barre) è la proiezione massima di e costituisce un sintagma nominale (questo libro di fisica).

Abbiamo così illustrato il principio di proiezione lessicale, per il quale la struttura sintattica è il risultato della proiezione del lessico ai diversi livelli superiori, che sono livelli di astrazione crescente: SN(“sintagma nominale”, cioè N’’) è una categoria meno “concreta” di N’ e questa è meno “concreta” di N, la quale, a sua volta, è meno “concreta” del singolo lessema libro.

La sintassi nel suo complesso è concepita come un livello intermedio fra la forma fonetica e quella che Chomsky chiama forma logica. Quest’ultima è il livello che permette di collegare una frase al significato: è l’interfaccia con il sistema logico-concettuale. La forma logica rappresenta quegli aspetti del significato che sono determinati dalla struttura sintattica: per esempio, Luigi saluta la signora con il ventaglio può avere un sintagma verbale saluta… con il ventaglio (Luigi agita un ventaglio per salutare) oppure un sintagma nominale la signora con il ventaglio (che Luigi saluta agitando le mani). I due significati sono determinati grazie a due strutture diverse, che però si manifestano nella medesima successione di elementi. La forma logica riceve le due strutture dalla sintassi e le fa “interfacciare” con due interpretazioni diverse del sistema logico-concettuale.

A sua volta, la forma fonetica è l’interfaccia con il suono (cioè permette di interpretare un fenomeno fisico-acustico come una struttura fonologica che realizza morfemi). Forma fonetica e forma logica sono due interfacce con moduli esterni alla grammatica (la percezione fisico-acustica e il sistema logico-concettuale). La sintassi è l’unico livello che non ha interfacce e rappresenta il legame tra forma fonetica e forma logica. In altre parole: la grammatica è il complesso dispositivo che media fra il suono e il senso.

Una presentazione dettagliata della grammatica generativa non è qui possibile, sia per la notevole complessità del modello e dei formalismi in esso impiegati, sia perché il programma di ricerca è in continua evoluzione, conformemente ai requisiti di una scienza empirica, per la quale la fase della verifica è la sede in cui si presentano nuovi problemi che richiedono soluzione, con la conseguente necessità di revisione del modello esplicativo.

La “Universal Grammar”, sviluppata a partire dalle grandi intuizioni di Noam Chomsky, è una proposta teorica che può suscitare perplessità e riserve, che si può criticare o respingere, ma che non si può ignorare né rifiutare in via preconcetta.

 

(Giovanni Gobber)

Quando per la prima volta da ragazzo rivelai ai miei amici che mi interessava il pensiero di Noam Chomsky uno di loro mi chiese a quale dei due Chomsky mi riferissi. Sì, perché l’impatto del pensiero di Noam Chomsky sulla cultura contemporanea era ed è enorme in almeno due filoni distinti: quello dell’analisi dei fenomeni storici, politici e sociali e quello dei fenomeni linguistici. In particolare, per quanto riguarda gli studi sul linguaggio, senza le intuizioni maturate da Chomsky negli anni 50 non ci sarebbero né lo studio moderno delle neuroscienze del linguaggio, del quale il neonato centro di Neurolinguistica (NeTS) qui allo Iuss di Pavia è un esempio chiaro, né la teoria dell’informazione digitale.

D’altronde, come rivela l’“Arts and Humanities citation index” della Thomson Reuters Corporation, il suo nome è stato il più citato al mondo per un lungo periodo − certamente per tutti gli anni 80 e oltre − e uno tra i dieci più citati del Novecento, appena dopo Freud e prima di Hegel.

Ovviamente non caddi nella trappola e capî che si trattava della stessa persona, ma quando nel 1988 a ventisei anni lo incontrai tra i banchi da studente dell’Mit mi resi conto direttamente della profonda ignoranza che mi aveva portato a pensare a due Chomsky.

Bastava, infatti,  pochissima esperienza per arrivare a concludere che non esistevano affatto due Chomsky, ne esistevano tre. Mancava alla rassegna un Chomsky che hanno conosciuto tutti quelli che come me hanno avuto la fortuna di essere suoi studenti a vario titolo (e qui, in questa sala intendo, ci sono rappresentate almeno tre generazioni).

Il terzo Chomsky è il Chomsky che si prende a cuore l’intelligenza e i limiti di ciascuno studente e lo spinge a valorizzarsi al massimo, in totale libertà, fuori dagli schemi didattici formali; è il Chomsky che, ponendo la propria esperienza al servizio dello studente che ha di fronte, lo tratta alla pari (senza risparmiare discussioni anche forti); è il Chomsky che  – parole sue – ti porta a capire il valore educativo dello “stupirsi di fatti semplici”, perche solo questo è il modo per formulare nuove domande. Domande che hanno per Chomsky da sempre al centro il mistero dell’uomo e della libertà.

Ecco perché accanto al politologo e allo scienziato del linguaggio, Noam è, per molti di noi, “semplicemente” un Maestro.

Our ignorance can be divided into problems and mysteries. When we face a problem, we may not know its solution, but we have insight, increasing knowledge, and an inkling of what we are looking for. When we face a mystery, however, we can only stare in wonder and bewilderment, not knowing what an explanation would even look like.” (Noam Chomsky)


(Andrea Moro)

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