LETTURE/ La lezione di Chaim Potok: perché raccontiamo storie?

- Giancorrado Peluso

La letteratura occidentale è ancora capace di raccontare storie che rappresentino la realtà? Secondo GIANCORRADO PELUSO l’opera di Chaim Potok è un esempio di ciò

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Immagine d'archivio

“Il carattere dell’uomo è il suo destino” (Ethos anthròpo daìmon) affermava il filosofo greco Eraclito; ma il termine greco, carattere, si potrebbe tradurre come “dimora” (seguendo l‘intuizione feconda del grande filologo Erich  Auerbach, 1929), quasi ad indicare che l’uomo trova pace, è se stesso,  nel rapporto con quel destino, nella ricerca di quel volto che lo costituisce. La grande letteratura dell’Occidente, prosegue Auerbach, si sviluppa come ricerca di senso dell’esistenza umana e, allo stesso tempo, come tentativo di dare ordine alla realtà stessa; il critico tedesco parla di realismo, come forma della rappresentazione della realtà, sia nell’epica o sia nella poesia o nel romanzo; ma la capacità di raccontare storie e di dare ordine al mondo sembra destinata al tramonto, secondo una felice espressione del critico ebraico Walter Benjamin (1936), perché non c’è più “esperienza”.  

Tuttavia, leggendo la grande produzione narrativa dello scrittore americano Chaim Potok (New York 1929-2002, Pennsylvania) appare riaccadere quello sguardo epico sulla realtà, per cui una circostanza o una parola diventano i particolari in cui si rivela l’universale, la presenza di Dio e il destino del singolo. Nei suoi romanzi torna, perciò, in primo piano il valore dell’evento e della circostanza che determina una storia personale o famigliare. Non solo, ma viene presentato il mondo nella sua finitezza che non elimina la persona nella sua irriducibile individualità. 

Cosa accade nell’opera di Potok? Discendente di emigrati polacchi della tradizione chassidica Ladover, egli stesso  rabbino, vissuto  come i  suoi protagonisti (Danny, Asher Lev etc.) a Brooklyn, si laurea in  Letteratura inglese e partecipa alla Guerra di Corea come cappellano: decide di seguire un dottorato in Filosofia contemporanea, proprio per comprendere il carattere della modernità e come essa metta in discussione la tradizione ebraica cui sente di appartenere e allo stesso tempo come tale sfida sveli più profondamente la realizzazione dell’individuo e il valore della comunità e dei suoi principi . “Noi abbiamo sempre raccontato storie, fin dall’inizio della nostra specie:  le storie sono il modo grazie al quale diamo un significato alla nostra vita“, affermava nel ‘99 nel suo intervento al Meeting di Rimini. E questo, come scrive Caterina Capuccio, è l’orizzonte delle sue storie: “Tutti noi cresciamo in realtà particolari: una casa, una famiglia, una piccola città, il quartiere”. Così Potok racconta, attraverso la storia del singolo (spesso giovani  ebrei, o due vecchi coreani o  una famiglia russa) la storia e la cultura di un popolo. 

Se seguiamo la vicenda  di Danny l’eletto (1967), una storia presentata attraverso lo sguardo e le parole dell’amico Reuwen, Potok mette in luce tutti i caratteri dell’uomo, il potente valore dell’amicizia, passata attraverso la ferita provocata nella partita di baseball che dà inizio al romanzo, il valore della sofferenza come chiave per comprendere il senso del mondo e la storia degli uomini (un sentimento, la compassione e la tragedia dell’io che troverà forma nella figura del giovane Asher Lev, il pittore che trasgredendo le leggi del rabbino rappresenta nella Crocefissione di Cristo la tragedia della madre e del suo popolo); e il grande valore del silenzio, perché attraverso la figura del padre (che non parla al figlio per educarlo al valore della giustizia-compassione) Danny apprende ad ascoltare il mondo e apprende proprio attraverso la ferita all’occhio a vedere la realtà e se stesso in modo nuovo, al di là della superficiale apparenza.

Proprio in tali particolari si rivela il valore metaforico della narrativa di Potok, quasi eco del famoso episodio biblico del sacrificio di Isacco: nella narrazione biblica, come notava ancora Auerbach e come scrive il grande romanziere ebraico Aaron Appelfeld, “è il silenzio più che le parole ciò che caratterizza quel momento” in cui misteriosamente Dio mette alla prova Abramo. “Ogni volta che ci troviamo davanti all’abisso la parola ammutolisce“, prosegue Appelfeld, “il non detto è qui molto di più di ciò che è detto“. Ma cosa si dice in questo romanzo di così personale che (come negli altri) va al di là di un pura rappresentazione da Bildungroman (ma, forse per questo, lo riscopre profondamente)? Che l’uomo è rapporto con un Tu che lo chiama all’esistenza: Abramo, osserva Auerbach, risponde a Dio che lo chiama (perché si metta in marcia per sacrificare il figlio), “Tu mi vedi”, cioè  l’io esiste come relazione, come dipendenza. 

E’, dunque, questa la cifra della narrativa di Potok, mettere in scena l’individuo, la nascita stessa dell’io così come si presenta prepotentemente nei momenti più significativi della vita di una persona, e vederne tutta la forza di “nuovo inizio”, come direbbe Hannah Arendt, la forza di evento, di un protagonismo nuovo nella storia.

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