LETTURE/ Quel progetto di “libertà” che unisce M. Sanger, i nazisti e l’Onu

- Andrea Caspani

La femminista radicale Usa, Margaret Sanger, fu l’ideatrice del termine birth control nel 1914. Da allora le sue idee hanno fatto molta strada. ANDREA CASPANI sul libro di Francesco Tanzilli

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Adolf Hitler (1889-1945) (Immagine dal web)

L’efferatezza dei progetti eugenetici del nazismo (tra cui la famosa Aktion T4, il programma per l’eutanasia di persone affette da inguaribili malattie genetiche o da gravi malformazioni fisiche che tra il 1940-41 riuscì a eliminare circa 100mila tedeschi tra disabili fisici e mentali, tra cui molti bambini, prima di essere fermata dall’aperta e coraggiosa denuncia del vescovo di Munster, Clemens von Galen) ha portato molti a considerare il termine eugenetica indissolubilmente legato ai progetti di miglioramento della razza dei nazisti.

In realtà “l’eugenetica non è un’invenzione nazista, ma qualcosa che nasce dalla scienza e come progetto scientifico. L’eugenetica ha radici nell’illuminismo” (G. Israel), e colui che ha introdotto i principi di sanità della razza è uno scienziato inglese, Francis Galton, cugino di Darwin e sostenitore del darwinismo sociale.

Il clima culturale che ha condotto al successo dell’eugenetica alla fine dell’Ottocento in molti paesi occidentali (specie in Usa, Inghilterra, Germania e Svezia) è stato quello del laicismo scientista, di ispirazione positivistica, e dell’ideale progressista dello sviluppo della civiltà.

Ce lo conferma un testo appena apparso di Francesco Tanzilli, Per la donna, contro le donne. Margaret Sanger e la fondazione del movimento per il controllo delle nascite, Studium, Roma 2012, dedicato alla femminista radicale statunitense, Margaret Sanger, che fu l’ideatrice del termine birth control nel 1914.

Con questo termine l’allora giovane laicista progressista di orientamento anarchico (era nata nel 1879) indicava la necessità di elaborare una politica eugenista di controllo della natalità, considerato l’unico mezzo efficace per combattere la povertà e per ottenere la reale emancipazione delle donne, poiché ne stabiliva il controllo sull’attività sessuale e riproduttiva, liberandole dai vincoli familiari e dalla morale cristiana. Il birth control le appariva la chiave di volta della lotta a povertà, guerre e malattie e condizione di quel profondo rivolgimento sociale, che avrebbe realizzato l’autentico progresso dell’umanità. Va notato che l’impegno profuso per questa causa ottenne alla Sanger l’appoggio di alcuni tra i più noti propugnatori dell’eugenetica, che sostennero le istituzioni da lei avviate (la più famosa è la Planned Parenthood, associazione per la promozione dell’aborto e della maternità responsabile e pianificata, oggi molto influente nell’ambito delle politiche familiari  dell’Onu) per diffondere la pianificazione delle nascite tramite la contraccezione, l’aborto, la sterilizzazione, lo screening prenatale e la fecondazione artificiale, nonché di eminenti personalità culturali e politiche del mondo statunitense per cui nel secondo dopoguerra la sua prospettiva eugenetica otterrà un impatto enorme sui costumi individuali e sulle politiche relative alla natalità adottate sia in Occidente, sia in paesi come India e Cina.

Come è dunque possibile che questa figura, ben nota nei paesi anglosassoni e la cui opera ha avuto e ha un rilievo enorme a livello mondiale (il famoso H. G. Wells nel 1935 arrivò ad affermare: “quando la storia della nostra civiltà verrà scritta, sarà una storia biologica, e M. Sanger sarà la sua eroina”) sia ancora oggi praticamente ignota in Italia, al punto che il testo di Tanzilli è la prima monografia scientifica in lingua italiana?

Tra le tante ragioni che possono aver condotto a stendere finora un velo di oblio sulla storia e le ragioni di questa paladina dell’emancipazione delle donne e dei metodi eugenetici, c’è sicuramente il fatto che la sua storia rivela qual è il vero humus antropologico della campagna per l’emancipazione delle donne attraverso il “libero riappropriarsi del proprio corpo” e quali ne sono le inevitabili conseguenze.

Dall’analisi delle radici culturali dell’ideologia sangeriana Tanzilli fa emergere che l’adesione alla dottrina eugenista (che privilegerà nella seconda parte della sua vita rispetto all’ideale rivoluzionario, cosa che ha portato molti a sostenere l’esistenza di un’involuzione conservatrice ed autoritaria nel suo pensiero rispetto alle giovanili premesse libertarie) è stata un elemento comune agli intellettuali radicali dai quali la Sanger ha tratto ispirazione per elaborare il principio del controllo delle nascite, intellettuali con alcuni dei quali la femminista era in rapporto, ancor prima di avviare la sua attività propagandistica a favore della nuova causa. Ciò induce l’autore a sostenere con solide argomentazioni che la sua adozione di una prospettiva eugenista costituisca non tanto un tradimento degli ideali progressisti della giovane Margaret, ma ne sia piuttosto il coerente svolgimento : “Il nucleo ideologico comune alle diverse fonti impiegate da Margaret per redigere i suoi scritti sembra consistere in un peculiare individualismo radicale, imperniato su una concezione dell’uomo inteso come essere totalmente autonomo, appartenente esclusivamente a se stesso, del tutto indipendente da qualsiasi legame sociale o istituzionale, con piena facoltà di decidere in merito a ogni aspetto della propria vita (dalle relazioni affettive alla riproduzione) a prescindere da prescrizioni di carattere etico o religioso”.

La prospettiva di edificare una «nuova morale», in base alla quale la coscienza avrebbe dovuto coincidere con la volontà individuale, costituiva quindi una sorta di fil rouge che attraversava gli scritti della Sanger e dei suoi amici  progressisti di inizio Novecento.

Il progetto del birth control era finalizzato all’edificazione di una «società pulita e intelligente» cui bisognava consacrare, come a una sorta di «nuova religione», l’intera vita del singolo e della società: “Intendevo suggerire – dice espressamente la Sanger −  alle donne che nel ventesimo secolo dovevano dare se stesse alla scienza così come in passato avevano consegnato la propria vita alla religione”.

Ma se l’adozione di una prospettiva scientista non contrastava, anzi corroborava la lotta per il riconoscimento del diritto individuale alla regolamentazione dell’attività sessuale e riproduttiva, come è possibile che la Sanger sia diventata progressivamente paladina dell’intervento dello Stato nella programmazione di una seria politica eugenetica? Come nota Tanzilli questo accade per la contraddizione intrinseca della sua prospettiva antropologica: “Infatti, nella visione antropologica alla base del birth control movement ogni donna era al contempo sia depositaria del diritto a una libertà totale, sia responsabile del futuro dell’intera razza. Ogni scelta in merito alla sessualità e alla riproduzione era di esclusiva competenza del singolo individuo, ma tale scelta aveva un impatto enorme sulla popolazione futura e rendeva perciò indispensabile l’intervento dell’autorità pubblica”.

E questo, conclude mestamente l’autore, porta la paladina della donna moderna intesa come un “novello Prometeo”, invitata a liberare se stessa e l’intera umanità dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione propagate dalla religione, a sostenere che il gender femminile è anche “Pandora, la figura mitica inviata sulla Terra da Zeus insieme a un vaso all’interno del quale erano contenuti tutti i mali del mondo. Da questo particolare punto di vista, i controlli da parte delle autorità statali e sovranazionali sulla riproduzione apparivano alla Sanger non tanto rimedi necessari, quanto piuttosto strumenti di prevenzione per impedire ulteriori danni futuri. In questa prospettiva, la donna diveniva oggetto di programmi anti-natalisti presentati come interventi umanitari che non ostacolavano lo «spirito femminino» in quanto garantivano comunque un’assoluta libertà sessuale”.

Paradossalmente, proprio in nome della «liberazione» individuale della donna “ideale”, la Sanger giunge così a vincolare le donne “reali” ai dettami dell’eugenetica e all’autorità delle istituzioni cui compete la verifica (!) della qualità della popolazione e l’intervento (anche mediante procedure coercitive, Cina docet) per predisporre la selezione degli individui «adatti» a vivere in società. Per dirla con Del Noce: un’eterogenesi dei fini inevitabile in una prospettiva antropologica senza trascendenza, che finisce per andare contro le esigenze autentiche delle donne in carne ed ossa.

 

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