NATALE 2013/ La sfida di un Bambino al paganesimo di tutti i tempi

- Pietro Zovatto

I ricordi di un presepe povero dell’infanzia si allargano in una riflessione che tocca il mistero ultimo della vita. “L’eterno irrompe nel tempo e lo redime”. PIETRO ZOVATTO

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Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609) (Immagine d'archivio)

A Natale la poesia spontaneamente affiora alle labbra, come un rifugio ritrovato in cui distendersi dalle pene di una quotidianità insolente e dalle ferite di una modernità alla ricerca di se stessa solo attraverso l’effimero e il vacuo. Con nostalgia rinnovata penso ai miei Natali d’infanzia quando nella stalla veniva allestito il presepio da sette fratelli con un rito quasi magico. C’erano le mucche, c’era un asinello che mi divertiva molto quando ragliava a squarciagola, se gli veniva fatta una contrarietà pacchiana da noi bambini dispettosi.

Il presepe era allestito in un angolo al posto del vitello venduto appena a sei mesi d’età, mentre la mucca guardava incuriosita tanto interesse dei giovani per la sua dimora odorosa di stallatico.

Nella grotta Gesù Bambino non aveva freddo, si fidava della Madre e di san Giuseppe che desolati già pensavano di fare il fagotto e fuggire in Egitto nella notte. Il deserto grande e sconfinato metteva paura e angoscia. Come le diverse strade che s’incrociano e s’intersecano nella mutabile sorte della vita.

Al di là di tanti ricordi dentro suonanti con un’armonia antica di suggestione che non so dire, il Natale è la grande occasione di grazia di Dio che passa in mezzo alla umanità dolente e in crisi di valori, prima ancora che di finanza. È l’umanità che soffre senza un orientamento sicuro a cui indirizzare le proprie richieste di senso in una società specialista nell’apparenza.

Dio si è fatto uomo, è venuto in mezzo a noi e di questa sorpresa divina tutti dovrebbero gioire di felicità e di riconoscenza. Il Natale diventa sempre un’occasione di rivisitazione della “pietas” del divino che, incarnandosi, resta tra noi con il messaggio di nuovo capace di cambiare la nostra mentalità, fatta di piccole astuzie e di rare soddisfazioni. A tutti vuole ricordare la nostra appartenenza a Dio: da Lui proveniamo, da lui siamo nutriti, da Lui siamo conservati nell’esistere.

Di Dio don Bosco diceva “Io l’ho sempre pensato come un buon papà” e san Giovanni evangelista lo presenta come l’Amore al più alto livello di eccellenza, la Caritas inesauribile, il benefattore che ricomincia il suo disegno su noi ogni volta che gli uomini finiscono per cadere nei gorghi del male.

Esiste anche un Natale paganeggiante, fatto di pranzi pantagruelici e brindisi sontuosi che denunciano sempre poco buon gusto e incapacità di leggere lo snodarsi della liturgia che ci presenta il mistero di Cristo, incominciando dall’Incarnazione rivelatasi a Betlemme. 

In tutte le varie testimonianze della fede delle origini cristiane appare chiara una grande verità ancora palpitante di attualità per la nostra riflessione. 

Nel bel mezzo della storia si presenta un uomo come tutti che nel corso della sua esistenza terrena, dalla nascita fino alla umiliante e terribile morte crocifissa, va oltre tutte le dimensioni umane e per questo ci apre un portale regale che fa vedere ai grandi intellettuali e agli analfabeti che si fa strada una dimensione trascendente dell’esistenza umana. Questa non è più chiusa dentro un limitato spazio cronologico, ma trapassa ogni frontiera. Un uomo buono e misericordioso che compie segni e riti straordinari accogliendo tutti, il perbenismo borghese e le povere sventurate anime perdute della strada. 

A tutti e sempre rivela che l’amore teologico (per amore del Padre nell’interiorità della coscienza) è l’unico comportamento che salva l’uomo dal terribile quotidiano. Si rivela come segno e immagine di Dio che adora nella preghiera oltre ogni limite umano. È un uomo che manifesta come l’eterno irrompe nel tempo e lo redime dall’interno, gratuitamente. Solo attraverso Lui gli uomini possono conoscere le profondità di una pietà teologale e un amore umano disinteressato, fino al perdono, che per eccellenza è attributo di Dio. Per unica gloria di Dio.

Così un Bambino diventa speranza per l’umanità e apre a tutto il consorzio umano un raggio di luce, con cui vincere lo strazio esistenziale, debellare la malizia del mondo e aprire alla esistenza umana le altezze vertiginose della grazia celeste. Gesù Bambino dice sempre “Senza di me non potete fare nulla”. È come dire in amicizia con Dio tutto è possibile anche nelle situazioni più compromesse, per volgerle al bene dell’uomo.

Con questo Natale celebrato tra molte incertezze e temute incognite altro non resta da fare che chiedere la pace, quella stessa che gli angeli annunciavano dall’alto del cielo. Un Bambino che nasce è sempre una nuova speranza per l’umanità, un raggio di sole per tutti. E Dio sa se oggi abbiamo bisogno di serenità e di concordia per trovare i sentieri dell’armonia sociale, culturale e politica. 

Natale vuol dire: finalmente Dio è con noi. Gesù Bambino aspetta che il cuore si apra per l’accoglienza serena della sua Parola, di cui solo i buoni sanno innamorarsi per viverla con amore.

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