LETTURE/ Carlo Maria Maggi: raccomandazioni ai politici per non farsi odiare

- Danilo Zardin

Carlo Maria Maggi, segretario del Senato di Milano, professore di latino e di greco nelle Scuole Palatine, nel 1696 (c.a) diede al governatore una lezione di politica. DANILO ZARDIN

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Immagine di archivio

Le quotazioni della politica sono da molto tempo in forte ribasso. Svaniti nei fumi della delusione i sogni eccitanti delle utopie, crollati muri e recinti, è riemerso implacabile il volto più sinistro del pragmatismo: l’occupazione del potere e lo sfruttamento dell’egemonia hanno preso il posto, senza più validi freni, della dedizione al bene pubblico; strategie, programmi e scelte di uomini si sono piegati a diventare strumenti utili per raggiungere il proprio fine, con ogni mezzo, allungando ombre pesanti di sospetto sulla capacità di efficienza e sulla pulizia morale di quanti dovrebbero essere gli architetti dell’ordine complessivo della società di cui siamo parte. 

La politica sotto accusa dei nostri giorni è paragonabile a una veneranda signora dalla nobiltà decaduta, costretta a sgomitare per ritagliarsi un suo margine di credibilità, puntellato da maldestre operazioni di cosmesi, spesso soltanto superficiali. È la sostanza di fondo quella che si è logorata e sembra diventata merce rara. Quando la politica si riduce a mestiere, a competizione spasmodica per l’ascesa a posizioni di primato, perdendo di vista i suoi orizzonti ideali, i fini di riferimento, l’ampiezza dei desideri buoni a cui sarebbe tenuta a rispondere, è inevitabile che di essa resti in piedi poco più di una caricatura sgradevole. Si può immaginare che solo faticosi traghettamenti verso un altro modo di impostare i rapporti tra funzioni di governo e vita collettiva possano consentire, prima o poi, di portare rimedio a una crisi di fiducia che viene da lontano. Le sue radici più profonde stanno nello sgretolamento del senso di appartenenza al corpo solidale di un’unica comunità civica, chiamata a spianare la strada per il proprio futuro ricomprendendo in un destino condiviso le parti molteplici e le identità diverse, su molti fronti anche contrapposte, che entrano a comporla.

Un antidoto potente contro il rischio di scivolare nel pessimismo che immobilizza può però essere l’onesta ammissioneche il volto degradato della funzione politica, messo sotto i nostri occhi dai mezzi di comunicazione, non è affatto l’unico che di necessità le si addica. La politica può essere anche un’altra cosa, molto più nobile e preziosa. Questa vocazione positiva che oggi si fatica a decifrare è stata inscritta, fin dalle origini, nella natura specifica della polis come universo complesso da ricompaginare nella sua pace interna e nella sua unità, per creare l’ambito favorevole in cui gli individui, entrando in relazione gli uni con gli altri, potessero sviluppare l’interesse dei loro beni privati tentando di armonizzarli con quelli concorrenti dei loro simili, innestando i loro egoismi soggettivi nell’incremento del bene comune che li scavalca, li riassorbe in sé e ne garantisce, alla fine, la stabile perpetuazione. 

La visione armonistica della corresponsabilità fondata sulla pluralità delle parti e sul loro dialogo irrinunciabile con la solidarietà del tutto che le ricomprende era la grande intuizione che è stata alla base della più classica filosofia “pratica” di matrice aristotelica. L’Occidente cristiano l’ha reincorporata nei suoi assi fondamentali di organizzazione della visione del mondo, intrecciandola con la mistica neo-testamentaria della Chiesa equiparata a un corpo intessuto di molte membra, annodate nell’unità coerente di una comunione che era anche una comunione sociale. La Scolastica, rilanciando la simbiosi di fede e ragione, ha reinterpretato Aristotele per farne il codice di una rappresentazione del destino ideale della comunità umana regolata dalla disciplina oggettiva delle “virtù” imposte dalla natura, subordinata al perseguimento dei fini intrinseci del bene autentico dell’uomo, incanalata dentro limiti invalicabili infrangendo i quali si scadeva nella corruzione demoniaca del sopruso, della violenza, della tirannide, dell’esercizio del potere chiuso in se stesso e autoreferenziale.

Saldando fine ideale e natura oggettiva dell’uomo come “animale politico”, in questo robusto alveo della tradizione si sono costruiti i mattoni di una pedagogia etico-religiosa (o di una “filosofia morale”, altrimenti detto) quanto mai autorevole e condizionante, che attraverso i mille rivoli della trattatistica scritta, della direzione delle coscienze, della formazione civile e cristiana delle classi dirigenti e degli uomini di corte, ha influenzato in modo penetrante la mentalità e i comportamenti di coloro che la politica l’hanno poi esercitata davvero in prima persona, nei lunghi secoli che dal mito fondativo del “principe cristiano”, sopravvissuto a Machiavelli e alle fratture religiose del Cinquecento, arrivano fino alla “ragion di Stato” di matrice gesuitica, fino a Bellarmino e a Bossuet, nel cuore degli esiti più maturi dell’Antico Regime aristocratico, prima di essere spazzati via dalla Rivoluzione e soprattutto dai suoi sviluppi più risolutamente moderni e definitivi.

Persino la scrittura poetica, in questa lunga continuità di un approccio eticamente fondato alla missione della politica, si prestava a fare da veicolo per disseminare nel corpo della società cristiana le parole chiave del discorso scolastico-aristotelico sul fine regolativo ideale del governo della comunità umana. Non ne discettavano solo i grandi maestri del sapere teologico e filosofico, ai piani alti dell’edificio della cultura. La grammatica dell’etica applicata alla realtà politica era la dilatazione inevitabile, in senso generale, del catechismo delle virtù morali applicate all’esistenza individuale del singolo. Come si agiva davanti all’intimità del proprio io e nello spazio della propria casa, così ci si doveva comportare per gestire in modo razionale e civile la convivenza di tutti nell’arena aperta della res publica. E coloro che dell’universitas dei cittadini reggevano il peso erano i primi tenuti a porsi come specchio paradigmatico del modo secondo cui occorreva misurarsi con i doveri imposti dal proprio stato di vita.

Non sempre, è ovvio, ci si riusciva pienamente. Dalla fragilità del male non erano di sicuro esentati i super-uomini che guidavano gli eserciti o sovraintendevano alle magistrature e ai tribunali dello Stato moderno. Ma almeno un compito era loro additato con decisione. Era prescritto un modello, vincolante per tutti, e su quello tutti erano esposti al dovere irrinunciabile di essere giudicati, di ricercare la loro legittimazione, puntando al premio agognato della restituzione di una fiduciosa, leale, veramente motivata obbedienza da parte di sudditi e sottoposti. Si può obbedire fino in fondo solo al sovrano o al capo che merita di farsi amare per quello che è, non solo per l’immagine che di sé è in grado di alimentare artificialmente.

Tutto quanto abbiamo detto lo possiamo vedere riflesso, come in un emblema suggestivo, nei versi in dialetto “meneghino” di una composizione che ci ha lasciato l’intellettuale di punta della capitale dello Stato del nord Italia su cui aveva esteso la propria autorità la corona di Spagna tra Cinque e Seicento. Si tratta dell’oggi dimenticato Carlo Maria Maggi, segretario del Senato di Milano, professore di latino e di greco nelle prestigiose Scuole Palatine, ma anche fertile commediografo, poeta, padre fondatore della tradizione letteraria in lingua milanese dei secoli dell’età moderna. Un grande letterato umanista, devoto cristiano, cresciuto alla scuola dei classici ma che sapeva parlare nel linguaggio del suo popolo, facendosi testimone dei valori ideali nutriti dalla fede in cui la totalità della società allora affermava di riconoscersi.

In occasione “d’un’accademia in cui avea discorso della vera politica l’eruditissima signora Elena Lusignani genovese, alla presenza di Sua Altezza il signor principe di Vaudemont governatore”, l’inventore della maschera di Meneghino colse lo spunto felice per dire la sua sull’indirizzo supremo di questa “verità” della politica, contrapponendola alle simulazioni ipocrite, alle bugie e agli infiniti intrighi dei falsi politici che erano solo dei “drittoni”, “addottorati all’Università dei lestofanti”. Si era molto probabilmente nel 1698, e nella pretenziosa “accademia” riunita dall’eccelsa famiglia Borromeo, che chiamava a raccolta il “fiore della nobiltà di questa metropoli”, si era voluto dare festosa accoglienza al nuovo ministro inviato da Madrid per vigilare sullo Stato di Milano: il principe Carlo Enrico di Lorena.

Davanti all’élite dei grandi della sua terra, il poeta milanese tornava semplicemente a farsi eco di una aspirazione che da secoli era stata al centro dell’immaginazione politica della cristianità europea. Per lui, saggio amministratore del potere pubblico non poteva che essere il politico antimachiavellico, il politico “virtuoso”. Egli solo era in grado di subordinare la tutela dei suoi fini alla virtù fra tutte suprema che era l’arte della benevolenza religiosamente ispirata, cioè la carità: imperfetta e sempre integrabile riproduzione umana della legge suprema che governa il fondo più nascosto dell’Essere, da cui tutto ciò che esiste prende vita e in cui ineluttabilmente è destinato a rifluire: “Perché rallegra il cielo chi imita insieme a noi il governo del cielo. Politica è questa cosa fondata per ogni verso sulla carità, che è quella che governa in Paradiso” (Chè felizeta el ciel / chi imitta con tutt nun / el governa del ciel. / Politega l’è questa / fondae in la caritæ par tugg i guis, / ch’è quella che governa in Paradis”).

Il nuovo governatore di Milano era celebrato perché “quand se tratta de fà benefizii al popol governae, ghe va de sora via la caritae” (lui trabocca di carità). In mezzo al suo cuore, stava in primo luogo l’interesse risoluto “de fass amà”. E all’ambizione di essere benvoluti non si poteva rispondere che con uguale “sentor”: “è pur bello ripagare chi vuole amore” (“Fa pur on bell pagà chi voeur amor!”). La catena delle corrispondenze reciproche che si saldavano sulla terra agendo rettamente non faceva che preludere all’abbondanza dei “plausi eterni” promessi, nel regno dell’aldilà, a quanti l’armonia del cielo non si erano accontentati di desiderarla per la loro felicità futura, ma l’avevano presa a modello (“foeusgia”) per la loro azione già in questo mondo. Alla fine, si sarebbe trattato per loro solo di un ritorno all’origine a cui si erano tenuti sempre legati.

Si può oggi sorridere addentrandosi in questi per noi arditi accostamenti di sacro e profano, di amore umano messo a confronto con l’autorità che si impone e nello stesso tempo si rende desiderabile. Per Maggi e per gli uomini del suo tempo era, invece, ordinaria amministrazione: era il modo abituale di declinare la tensione etica della fede cristiana in un amore realistico per il bene di sé e dei propri fratelli uomini. In un componimento inviato al granduca di Toscana Cosimo III sempre Maggi ribadisce: “Ivi è saggio il regnare, ivi è beato, / ov’è la carità ragion di Stato”. Una sua parafrasi in dialetto del Padre Nostro riproduce la medesima attesa di poter fare della società umana un “regn d’amor, par tutt”.

Oggi, il dualismo severo della secolarizzazione ha infranto ogni margine di equivoco che poteva annidarsi dentro questo modo tradizionale di proiettare la perfezione dell’ordine divino e la catena dell’etica religiosa sull’ordine mondano della società puramente profana. Ma certo un’anima profonda di giusta aspirazione alla massima civilizzazione possibile dei rapporti sociali e del sistema delle obbligazioni politiche non si può non vedere pulsare sotto la coltre della retorica fin troppo ottimistica del discorso politico cristianizzato dei secoli scorsi.

Non c’è bisogno di avere la pur minima simpatia per l’ideologia preilluminista del “principe cristiano” o per la cultura del mondo barocco che l’applaudiva per arrivare ancora oggi a riconoscere: “Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto abdicare ‘alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune’. Missione dei fedeli laici è di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità. Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l’attività dello Stato, resta tuttavia vero che la carità deve animare l’intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come ‘carità sociale’” (Benedetto XVI, Deus charitas est).

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