LETTURE/ La felicità secondo Nietzsche

Come pochi altri nella storia, Friedrich Nietzsche ha individuato il cardine della questione umana nel desiderio di una felicità totale. Il commento di GIOVANNI MADDALENA

17.09.2013 - Giovanni Maddalena
nietzsche_profiloR439
Friedrich Nietzsche (1844-1900) (Immagine d'archivio)

Nietzsche non è un autore fra i tanti. Il suo ruolo è stato decisivo nell’ultimo secolo e lo sarà ancora nel futuro. Letto e riletto, da destra e da sinistra, Nietzsche rappresenta il culmine di un’epoca e una tendenza, quella nichilista, che rimarrà una delle opzioni sempre aperte al pensiero di ogni tempo.

Il breve inedito giovanile nietzscheano (1863) sull’invidia pubblicato su Repubblica di giovedì 12 settembre, presentazione di un libro uscito in questi giorni per Elliot (Può un invidioso essere felice?), è un buon esempio per capire come mai Niezsche abbia avuto così significativa risonanza. Come pochi altri nella storia, il pensatore tedesco ha individuato il cardine della questione umana nel desiderio di una felicità totale. Si noti bene, Nietzsche ha fatto di tale problema non una mera applicazione morale ma il cuore dell’argomento teoretico. È la felicità come pienezza della vita a cui l’uomo tende e tale pienezza della vita è il problema dell’essere stesso.

Ma quale felicità? È la felicità dei forti, quella che afferra e si lascia afferrare dalla scaturigine della vita stessa, che gode di tutto, che ama generosamente, magnanimamente, senza ritorno e compromesso, quella che vive profonda, calma e ardente in un io unito che nulla può abbattere. “La felicità, quella aperta e ridente, alla cui luce gli occhi degli sconosciuti si accendono e i volti ostili divengono cortesi, non è compatibile con l’invidia, dal cui sguardo spettrale e dalla cui timida andatura rifugge tutto ciò che è umano”.

Non è una felicità “da malati”, come dirà successivamente, quella a cui l’uomo aspira. Non è una felicità razionalistica, che gode di un pensiero che torna soddisfatto su se stesso, contento di aver raggiunto la diafana immagine dell’uomo o di Dio o dell’essere. E non è una felicità spiritualistica o materialistica, che dividono l’uomo in parti per ottenere infine un godimento dimezzato e una vita accontentata. Per non parlare dell’invidia, scontenta megera, così priva di radici da inseguire sempre ciò che ad altri capita, cercando di copiare, di ripetere, di storpiare, di adulare per ottenere il tozzo di pane che soddisfi – ahimé, per poco – il vuoto di se stessa.

Nella segnalazione del desiderio prorompente e unitario di felicità e nella condanna di ogni soluzione non radicale si trova la forza del pensatore tedesco e il fascino perenne delle sue pagine.

Il brano, tuttavia, mostra anche tutta la debolezza di questa forza e, paradossalmente, la forza di ogni debolezza. Nietzsche deve dire che l’invidia “è un errore della natura cognitiva” oltre che di quella morale. “È un errore della natura cognitiva. È segno di una natura forte riconoscere nelle cose una ininterrotta catena di cause ed effetti non pensando semplicemente che seminare basti a produrre frumento, ma estendendo le medesime leggi anche alla vita umana e alla storia dei popoli”.

Sì, perché in fondo anche per Nieztzsche c’è una catena necessaria, dove le parti si susseguono secondo una legge meccanica del tutto. E così questa idea di necessità come meccanismo, che spesso ha segnato il pensiero umano, e che è stata codificata come elemento della “vera” conoscenza da Kant, si ritrova nella grande contestazione di Nietzsche. Il contestatore usa il medesimo paradigma razionalistico del contestato: alla fine il nulla emergerà come ipotesi di una ragione che non riesce a conseguire per mezzo di quelle catene necessarie la felicità totale, la risposta a domande inevitabili – come diceva Kant nella prefazione alla prima edizione della Critica della ragion pura – che la sua natura sempre le fa porre.

Il pensiero umano non riesce a raggiungere il suo compimento in modo autonomo. Allora, forse, la povera debolezza, sempre eteronoma, sempre dipendente da altro, a volte invidiosa, dimostra un aspetto di forza: la forza di un pensiero che rimane aperto alle possibilità che vengono da oltre se stessi ma che realizzano se stessi. Consapevole del suo nulla (“della narrazione del peccato originale” dice MacIntyre nella sua critica al genealogismo nietzscheano), l’uomo debole rimane aperto cognitivamente alla possibilità e alla curiosità e, moralmente, alla domanda. 

Questa apertura e questa domanda segnano le scoperte dell’uomo, da quelle degli scienziati che cambiano la storia delle loro discipline a quelle di ogni uomo che abbia sinceramente accettato e amato la vita. In quest’ottica l’invidia, come tutti gli altri vizi, non è solo lo stigma di ogni male perché caratteristica del debole, ma rivela anche – nella stortura, come ogni vizio – la struttura dell’essere umano, costituita per essere felice e incapace di raggiungere da sola ciò per cui è fatta.

I commenti dei lettori