MURO DI BERLINO/ Visto da Mosca: il dramma di una generazione senza memoria

Oggi, 25 anni fa, veniva distrutto il Muro di Berlino, simbolo della Guerra fredda. Eppure, a distanza di poco più di 20 anni, il suo ricordo non è chiaro. Da Mosca, MARTA DELL’ASTA

09.11.2014 - Marta Dell'Asta
muroberlino_liberta_uomoR439
Infophoto

Un paio di anni fa una tivù russa aveva fatto le solite interviste ai passanti, per sondare quanto ne sa la gente di storia e di cronaca. Tra le varie risposte sconsolanti che saltavano fuori, c’era anche quella di due ragazze secondo cui il Muro di Berlino «probabilmente lo hanno fatto gli americani». Da cui si deduceva la più totale ignoranza del concetto di guerra fredda, e pure di seconda guerra mondiale. 

Certo, la caduta del Muro di Berlino non fu seguita in diretta dalla televisione sovietica come da quelle occidentali; il diaframma che ancora separava l’Urss dall’Europa smorzava fortemente i toni, nonostante ci fossero la perestrojka e Gorbacev. Pochi, tra la gente normale, si resero conto che quello era l’inizio della fine anche per l’Unione Sovietica, pochi immaginarono che la caduta di quel muro si sarebbe portata dietro il crollo della cortina di ferro.

Ma che segno può lasciare un evento epocale come la caduta del Muro di Berlino, che viene paragonato alla presa della Bastiglia, se è totalmente assente dalla coscienza di una generazione? Nessuno, parrebbe. I giovani non sanno la storia, gli adulti hanno perso la memoria; e così oggi, dopo eventi eccezionali come il Majdan o l’annessione della Crimea, con una sorta di gioco di prestigio la coscienza storica dei russi viene sostituita da uno strano miraggio, e una nuova “storia”, una vera e propria neostoria orwelliana, diventa pane quotidiano e i giudizi si sprecano: d’un tratto tutti sanno chi erano i “bandera” e i fascisti, perché san Vladimir si battezzò in Crimea, e quanto bene ha fatto Stalin all’economia sovietica (anche se storia e memoria ci dicono che ha fatto morire di fame 6 milioni di ucraini).

Così, all’assenza dei fatti reali, nelle coscienze si sostituisce il proliferare dei miti; e l’opinione popolare diventa volatile, facile alle esaltazioni patriottiche. Di giorno in giorno si è incominciato ad osservare come tornano le vecchie abitudini sovietiche, il vecchio stile di rapporti tra amministrazione e cittadino, l’atteggiamento di supina rassegnazione verso lo Stato, una paura psicologica di fondo, pur con grosse sacche di resistenza attiva e passiva. La tendenza tuttavia è macroscopica e la si osserva nella vita quotidiana, in posta, al supermarket, negli uffici pubblici.

Eppure la caduta del Muro di Berlino ha voluto dire la liberazione da questi cliché ideologici, e le generazioni di adulti che vivono oggi nella Federazione russa, pur avendo adesso dimenticato l’evento, hanno sperimentato abbondantemente su di sé i suoi effetti benefici: hanno potuto godere di una nuova libertà di comunicare, pensare e parlare, viaggiare, studiare, prendere iniziativa. La cosa strana è che tutto questo oggi viene gradualmente tolto senza che la maggioranza sembri notarlo, come se non fosse essenziale e se ne potesse fare tranquillamente a meno.

Vuol dire allora che la caduta del Muro di Berlino è avvenuta per i tedeschi ma per i russi no? Come sempre la realtà è più complessa: la grande speranza e il fermento di liberazione che si sono visti il 9 novembre 1989 non erano un’illusione, la caduta del Muro di Berlino è un fatto reale e imprescindibile anche per lo spazio ex sovietico, ma i suoi effetti ancora tardano per la forte resistenza inerziale. Arsenij Roginskij, presidente dell’Associazione Memorial nata proprio in quello storico 1989, e che oggi il ministero della Giustizia vuol chiudere, ha detto un po’ sconsolato che se per quanto riguarda la memoria del totalitarismo l’Associazione è riuscita a fare molto, per quanto riguarda il cambiamento della mentalità deve dirsi sconfitta. Dopo vent’anni si può ritenere che il Muro sia caduto ma non del tutto: è caduto ma bisogna che la gente torni a rendersene conto e ne tragga le conseguenze.

E poi, in realtà, molto dipende dalla prospettiva in cui ci si pone: se consideriamo l’ex spazio sovietico nel suo complesso, dove oggi si trovano paesi molto diversi come Bielorussia e Kazachstan, Ucraina e Russia, riconosciamo dei chiari segni della desovietizzazione, ad esempio nelle reti di solidarietà e cooperazione che si stanno liberamente sviluppando in Ucraina, nella responsabilità civile, nel nuovo rapporto con la politica. Non a caso gli ucraini ripetono di combattere non contro la Russia ma contro l’Unione Sovietica. 

La caduta del Muro di Berlino ha una specie di onda lunga: inutile illudersi che la desovietizzazione potesse procedere trionfale e indolore, senza ritorni di fiamma. Ma ora si può dire che è cominciata, positivamente, tanto è vero che, per la prima volta dal 1989, nel parlamento di uno Stato come l’Ucraina non siedono i comunisti. È la prima volta in un paese ex sovietico. Un osservatore che lo scorso 28 settembre a Char’kov ha assistito all’abbattimento della statua di Lenin (la più grande in Ucraina) ha detto che l’avvenimento «è equivalso a una caduta del Muro di Berlino su scala locale». 400 Lenin sono già caduti in tutta l’Ucraina, ma molti ancora ne restano, lì e in Russia. E il nostro osservatore ha anche fatto un’altra annotazione: “Il Lenin che incuteva timore con le sue dimensioni si è rivelato fatto di un sottile involucro di bronzo. Il re era nudo. Non si poteva immaginare una metafora storica più azzeccata di quella offerta dalla realtà”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori