LETTURE/ Ken Follett contro Tolkien, cosa non si fa per un pizzico di “eternità”

- Enrico Reggiani

Cosa non si fa per lanciare un libro sul mercato editoriale internazionale: Ken Follett, per promuovere il suo “I giorni dell’eternità”, si è messo a sparare su Tolkien. ENRICO REGGIANI

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Lo scrittore britannico Ken Follett (Infophoto)

Cosa non si fa per lanciare una propria fatica letteraria sul mercato editoriale internazionale… Persino un pezzo da novanta come Ken Follett, scrittore gallese (1949-) dai monumentali successi commerciali, può adottare strategie di basso profilo letterario e culturale per pubblicizzare il suo Edge of Eternity, terzo volume della Century Trilogy, pubblicato nel 2014 sia in inglese, sia nella versione italiana di Mondadori. Da segnalare en passant come la debole titolazione di quest’ultima (I giorni dell’eternità) smarrisca — al pari del titolo dell’edizione tedesca (Kinder der Freiheit) — il prezioso senso “liminale” di edge (ciglio, limite), reso invece più rispettosamente in quella francese con portes, spagnola con umbral, portoghese con limiar, svedese con Rand.

Follett, infatti, non ha trovato di meglio che concentrare le sue energie polemiche ed i suoi strali contro J. R. R. Tolkien (1892-1973) in un’intervista al New York Times del 4 settembre 2014, ripresa in Italia dal settimanale Io Donna del Corriere della Sera del 13 settembre. Alla domanda (culturalmente non irresistibile) “c’è qualche tipo di libro [sic!] dal quale, come lettore e come scrittore, lei cerca di tenersi lontano?”, questa la riposta dell’ispiratissimo Ken: “non riesco proprio a leggere il whimsical (“bizzarro”) genere fantasy. Non ho mai letto Tolkien per intero. Se non ci sono regole e qualunque cosa può accadere, dov’è la suspense? Odio gli elfi”. 

Non è la prima volta che Follett si esibisce nel tiro all’autore del Signore degli Anelli, il quale, come scrisse Mark Lawson sul Guardian nel 2007, gli ha spesso sottratto in passato il primato delle saghe letterarie più lette nelle classifiche editoriali in Inghilterra e altrove. In ogni caso, la sua puntuta osservazione non ha mancato di innescare reazioni adeguate nelle schiere del popolo di twitter innescando sagaci ed indispettiti cinguettii: ad esempio, “se KF pensa che la fantasy fiction non ha regole, è evidente che non l’ha mai letta” (Matthew Kressel); passando per “con tutto il rispetto per KF, o usa male l’aggettivo whimsical o fraintende Tolkien ed il fantastico. Oppure entrambi” (Guy Gavriel Kay, pluripremiato scrittore canadese di fantasy); fino al definitivo “ho letto un paio di romanzi bizzarri di Ken: preferisco quelli di Frodo [Baggins]” (Blair Falconer).     

Ora, al di là di quanto si può concepire e formulare nei 140 caratteri di twitter, ci sono almeno tre questioni di più ampio respiro tolkieniano che varrebbe la pena affrontare per disinnescare la giornalistica superficialità dell’approccio con cui lo scrittore gallese accosta la narrativa del professore di Oxford, la cui concezione letteraria potrebbe essere riassunta grazie alla seguente intuizione dello studioso francese Antoine Compagnon: “la letteratura è […] il luogo privilegiato della via di mezzo [tra sostanza o forma, descrizione o narrazione, rappresentazione o significazione], del passaggio aperto nel muro di cinta”.

La prima questione riguarda i tratti della concezione narrativa di Tolkien che, secondo Follett, meriterebbero l’aggettivo whimsicalWhimsical rispetto a quali criteri, spesso “politicamente corretti”? Rispetto al giudizio formulato dalla giuria del Nobel per la Letteratura 1961 (dopo la nomination di C.S. Lewis), per la quale la sua scrittura romanzesca “non era all’altezza delle narrazioni della più elevata qualità”? Rispetto all’opinione dello scrittore inglese Andrew Norman Wilson (1950-), che, in un articolo pubblicato su The Telegraph del 2001, cioè prima del suo ritorno alla fede anglicana (2009), definiva Tolkien più uno scrupoloso artigiano che uno scrittore? In realtà, l’unico modo per concordare con Follett sarebbe attribuire all’aggettivo whimsical il significato di “caratterizzato da deviazione rispetto all’ordinario, quasi a causa di puro capriccio” (Oxford English Dictionary), a patto che l’ordinarietà in questione sia quella della letterarietà modernista e/o postmodernista che “l’antimoderno” Tolkien sfidò per tutta la vita con la sua originale rielaborazione di una tradizione a 360°. 

Sarà poi vero che, come afferma Follett nell’intervista al New York Times, nel modello del mondo di Tolkien “non ci sono regole e qualunque cosa può accadere”? Ad una lettura attenta delle sue opere pare di proprio di no. Al contrario, il suo mondo è prodotto dall’interazione (quasi sempre dialettica e spesso conflittuale) di molti mondi complementari, ciascuno dei quali è organizzato internamente in ambiti d’esperienza che ne consentono la comparazione e che offrono al lettore numerosi rimandi simbolici e culturali alla sua personale declinazione dell’umana realtà. Se queste poche note lo consentissero, ad esempio, non sarebbe inutile dar conto di un’embrionale ricognizione delle culture economiche riscontrabili nella narrazione di Middle-Earth che Martina Malacrida ha condotto in un elaborato di laurea triennale sotto la guida di chi scrive (presso l’Università Cattolica di Milano) e che ha consentito di delinearne le principali componenti socio-economiche sia sul piano dei singoli personaggi, sia su quello delle loro rispettive comunità.

Infine, per quale ragione Follett dichiara di “odiare gli elfi”? Vorremmo escludere le più becere opzioni del “politicamente corretto” (quelle, ad esempio, sul morfotipo ariano degli elfi!) che non tengono nel dovuto conto né che i veri eroi tolkieniani sono i piccoli hobbit, né che i popoli umani di Rohan e Gondor sono soltanto una delle meno dotate tra le numerose specie viventi che popolano Middle-Earth

Suggeriamo, invece, a Follett di dare solidità critica ai suoi improvvisati giudizi su Tolkien leggendone per intero almeno un fondamentale saggio: On Fairy-Stories (Sulle storie del mondo fatato di Fairy/Faërie), rivisto e pubblicato nel 1947 dopo essere stato proposto in una conferenza del 1939. 

Vi troverebbe almeno il seguente frammento di pensiero tolkieniano sull’ontologia degli esseri fatati che definisce “elfi” e del mondo che essi abitano (detto FairyFaërie the Perilous Realm), dalla cui lettura integrale ricaverebbe indubbia utilità: “è ovvio che la fantasia può essere portata all’eccesso. Può essere deforme. Se ne può fare cattivo uso. Può persino ingannare le menti dalle quali è uscita. Tuttavia, per quale cosa umana in questo mondo di peccato tali affermazioni non sono vere? Gli uomini non hanno soltanto concepito gli elfi, ma hanno immaginato dei e li hanno adorati, giungendo persino ad adorare quelli che erano nati più deformi a causa della malvagità dei loro autori. Hanno, inoltre, fatto falsi dei da altri materiali: le loro opinioni, le loro bandiere, i loro denari; persino le loro scienze e le loro teorie sociali ed economiche hanno preteso sacrifici umani. Abusus non tollit usum. La fantasia rimane un diritto umano: noi facciamo nella misura che ci è propria e secondo una modalità che deriva da un’altra origine, perché siamo fatti; e non soltanto fatti, ma fatti a immagine e somiglianza di un Divino Fattore” (traduzione di Enrico Reggiani).

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