LETTURE/ Lo scandalo delle figlie di Lot, “la carne non giova a nulla”

- Luigi Campagner

Dopo il primo articolo su Thamar, a partire dalla rilettura di Thomas Mann, il secondo articolo di LUIGI CAMPAGNER su “alcune figure periferiche della Bibbia” è dedicato alle figlie di Lot

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Orazio Gentileschi, Lot e le sue figlie (1622) (Immagine dal web)

Lo scrittore Erri De Luca ha dedicato un volumetto alle Sante dello scandalo (2011): Thamar, Rut e altre, ascrivendosi così il merito, non trascurabile, di aver tratto queste figure bibliche di donna dalla naftalina e dalla rimozione, più di quanto i catechismi degli ultimi 50 anni non si siano neppure sognati di fare. Ma come si dice: quando è troppo, è troppo! Così neppure De Luca, l’operaio autodidatta, un po’ anarchico, un po’ antagonista, un po’ cabalista e traduttore di alcuni libri della Bibbia, se l’è sentita di commentare la vicenda delle sconcertanti figlie di Lot. 

Neppure se l’è sentita di destinare loro una “casella” nel complesso disegno della salvezza, che nel Vangelo secondo Matteo snocciola la discendenza di Gesù fino ad Abramo, passando per Thamar la cananea e per Ruth la moabita, che di Lot e delle sue figlie è, appunto, discendenza

Anche per chi non avesse mai letto un solo rigo dell’ebreo Sigmund Freud, ecco spiegato in cosa consiste la forza attiva della rimozione. L’esito è una forma di analfabetismo di ritorno, che a lungo andare produce forme di analfabetismo di andata. Una forma di damnatio memoriae che Joseph H. H. Weiler non ha neppure preso in considerazione, iniziando proprio dalle Figlie di Lot la sua pro-vocante conferenza su Alcune figure periferiche nella Bibbia (Meeting di Rimini, 2014). 

Rimuovere, come insegna Giacomo B. Contri a proposito di Freud, non è rinnegare. Sottile differenza di cui si apprezza lo spessore con un veloce passaggio dalle pagine del Corano, dove la vicenda delle figlie di Lot non è solo trascurata, ma propriamente rinnegata. Nelle pagine del libro sacro dell’islam Lot rinnega le figlie, imputando loro di indulgere in condotte omosessuali. Non così per ebrei e cristiani che, per usare l’espressione di Weiler, si ostinano — magari senza sapere con sicurezza se poterne andare fieri o doversene vergognare — a mantenere l’episodio delle figlie che ricevono un figlio dal padre, nel proprio curriculm vitae (Gen 19). 

Eppure le figlie di Lot sono state addirittura un canone della storia dell’arte: dai mosaici del V sec. in S. Maria Maggiore a Roma, su su fino all’esplosione del tema nel cinquecento e nel seicento europeo con opere di Lotto, Hayez, O. Gentileschi e Velasquez, per citarne solo alcuni, fino alle più tarde riprese realistiche di Gustave Culbert (1844), poi metafisiche di Carlo Carrà (1919 e 1940), oniriche di Marc Chagall (1931), e quelle vigorosamente neorealistiche di Renato Guttuso (1968-69). Molte di queste opere indulgono sulla situazione lasciva, sui nudi femminili, altre alludono a ebbrezze bacchiche temperate (appena) dai mistici sguardi rivolti al cielo, in altre il volto di Lot è assimilato a quello di un satiro.

Quelle che preferisco sono le più sobrie, verrebbe da dire concettuali, di Orazio Gentileschi (1621) e poi quella di Carlo Carrà (1919) posteriore di quattro secoli. Entrambe le opere sono essenziali. Nel quadro di Carrà, Lot è simboleggiato da un bastone, mentre in quello di Orazio Gentileschi è una figura reale. Gli elementi allegorici non sono sovrapponibili tranne uno: la profonda prospettiva di entrambe le opere, evidenziata dal braccio teso di una delle figlie a indicare il futuro, in Gentileschi, e dall’edificio — indice di civiltà — sullo sfondo del quadro metafisico di Carrà. E’ infatti la volontà di continuare ad avere una prospettiva, la tenacia di non arrendersi al vicolo cieco dove il destino sembrava aver chiuso le loro giovani vite e quella del padre, l’elemento caratterizzante il pensiero delle due giovani donne. 

Weiler è uomo di diritto e la sua presentazione del caso delle figlie di Lot è partita proprio da lì: dalla legge, affermando che il valore centrale della Torà è la vita, e che solo in tre casi il suo sacrificio è ritenuto legittimo. Un caso è il rinnegamento della propria identità (abiura), l’altro è l’omicidio, l’ultimo contravvenire al divieto di incesto. Eccoci ributtati nel cuore del dilemma. Ovvero com’è possibile che una simile vertiginosa regressione, che porta con sé la trasgressione di uno dei tabù su cui si regge l’intera storia della civiltà, possa essere mantenuto nella linea logica (“la carne non giova a nulla” ama ricordare san Paolo) di una discendenza che arriva fino a Gesù di Nazareth. 

Sotto questo aspetto uno scivolone peggiore dell’incesto è difficilmente immaginabile, perché omicidi e guerre gli uomini non li hanno mai veramente sanati, mentre il divieto di incesto era un’acquisizione stabile già ai tempi di Lot. L’arbitrio delle ragazze e del loro padre appare allora ancora maggiore, e tale da giustificare nei discendenti il legittimo scandalo e il conseguente dis-conoscimento. Come si dice: “roba da stracciarsi le vesti”. 

Se non fosse che dalla prospettiva che si apre a partire da quell’atto compiuto in disprezzo del divieto, ma in ossequio alla legge, che pone (dopo essere stata posta) la vita (dell’uomo) come suo scopo ultimo, già s’intravede la stessa autorità di Chi, nulla togliendo alla legge, la ri-mette al suo posto:  perché “è il Sabato per l’uomo e non l’uomo per il Sabato”, e perché “l’albero si giudica dai frutti”. Non dall’albero.

Rinnegare ragazze così, sì che sarebbe un peccato: “roba da stracciarsi le vesti”.

(2 – fine) 

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