DIARIO GERMANIA/ I vescovi tedeschi attaccano Francesco, lo “difende” De Lubac

- Roberto Graziotto

Papa Francesco ha messo in guardia contro la “mondanità spirituale”. Potrebbe sembrare un avvertimento a caso, invece si rivela più penetrante del previsto. ROBERTO GRAZIOTTO

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Karl Rahner (1904-1984) e Henri de Lubac (1896-1991) (Immagine d'archivio)

LIPSIA – “All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! La mondanità spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani che si frappongono alla loro ricerca di potere, di prestigio, di piacere o di sicurezza economica. Inoltre, alcuni smettono di vivere un’appartenenza cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale” (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 98).

Questa citazione del Santo Padre Francesco deve valere come monito per noi tutti, perché vedo questo spirito di contesa, in forza di una “mondanità spirituale”, anche tra noi cattolici – nei dibattiti giornalistici in Italia o, e di questo vorrei parlare in questo articolo, nella presenza dei vescovi tedeschi nel dibattito pubblico, in modo particolare su sessualità e Chiesa.

Il primo passo lo ha fatto il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, dicendo che non si può parlare di nuovi matrimoni dopo il divorzio come di un “peccato mortale continuo” e che in certi casi l’omosessualità non può essere giudicata come un fatto “contro natura”. Questo passo per il vescovo di Magdeburg, Gerhard Feige, è necessario, perché non possiamo negare la realtà: essere fedeli a Gesù Cristo significa riconoscere che la Chiesa su questi temi non è più al passo con i tempi. Il vescovo di Görlitz, Wolfgang Ipolt, e l’arcivescovo di Bamberg, Ludwig Schick, dicono invece che vi è un’alternativa tra Gesù e lo spirito del nostro tempo.

Il cardinale di Monaco di Baviera, Reinhard Marx, in dialogo con la Taz (un giornale della sinistra tedesca, forse simile al Manifesto italiano) cerca di spiegare al giornalista che gli chiede come mai i vescovi non seguono papa Francesco, che parla del gregge il quale ha un senso vero per le nuove vie da seguire, che questo “gregge è tutto il popolo di Dio e non solo quello tedesco”. Poi nell’intervista si sposta l’attenzione ai temi critici dell’economia capitalistica da parte della Evangelii Gaudium: no ad un’economia dell’esclusione, no ad una idolatria del denaro, non ad un denaro che governa invece di servire… (52-75).

Pur non essendo un allievo di Jürgen Habermas, il filosofo del discorso pubblico e democratico con cui ha dialogato anche Benedetto XVI, ritengo che un dibattito pubblico sia necessario nel nostro mondo democratico e non sono scandalizzato se giornalisti cattolici o addirittura vescovi ne facciano parte, ma ovviamente bisogna stare attenti a ciò cui ci rende attenti sant’Ambrogio: “Cum consilio lóquere, ut effúgias peccatum, ne incidas per multilóquium” (“Parla con saggezza per sfuggire al peccato e per non cadere con il troppo parlare”) (Commento sui salmi 36, 65-66; Csel 64, 123-125). 

Parlare con saggezza significa parlare secondo Cristo, che nella sua preghiera al Padre nel Vangelo di Giovanni ci richiama ad una delle cose che di più gli stanno a cuore – lo dice poco prima di morire: “…che siano tutti uno; che come tu o Padre, sei in me, ed io sono in te, anche essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato”. Ci troviamo qui al cospetto del cuore trinitario di Dio.

Nel dibattito tra conservatori e progressisti ci sono elementi di verità in entrambe le parti. Per fare due esempi: è vero che attraverso lotte organizzate è stato possibile fermare il famoso rapporto Estrela che prevedeva l’aborto come un diritto umano ed una forzata educazione sessuale secondo la filosofia dei generi, già a partire dalle elementari. Ed anche vero che nel dialogo del cardinal Reinhard Marx con la Taz berlinese si fa un passo non autoreferenziale verso gli altri, verso quelle “periferie” di cui parla Francesco.

È vero però che c’e un pericolo per noi tutti e che papa Francesco, seguendo il padre gesuita Henri de Lubac − il finanziamento della traduzione della sua opera in italiano è stato sostenuto personalmente anche da Luigi Giussani −, chiama “mondanità spirituale”. Al posto del semplicissimo e chiarissimo: “Caritas Christus est” (Sant’Ambrogio, ibidem), si sostituisce una gnosi giornalistica o scientifica o pastorale.

“La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). 

Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza, non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale» (Henri de Lubac)” (Evangelii Gaudium, 93).

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