LETTURE/ “Dei delitti e delle pene”, Beccaria al bivio tra tirannia e libertà

- Carla Vites

250 anni fa Cesare Beccaria dava alle stampe “Dei delitti e delle pene” (1764), che ebbe enorme fortuna. Molte delle sue idee risalivano a Montesquieu; non tutte. CARLA VITES

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“Misera condizione delle menti umane che le lontanissime e meno importanti idee delle rivoluzioni dei corpi celesti, siano, con più distinta cognizione, presenti, piuttosto che le vicine ed importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse, secondo che i venti delle passioni le sospingono e l’ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirà l’apparente paradosso, se si consideri che le moltissime idee semplici che compongono le idee morali confondono le linee di separazione necessarie allo spirito geometrico che vuol misurare i fenomeni della umana sensibilità”.

Ovvero le “idee morali” che secondo Cesare Beccaria, autore 250 anni fa del famoso Dei Delitti e delle Pene, in piena parabola calante del sogno napoleonico, sogno epocale dopo del quale l’Europa non sarà più la stessa, sono probabilmente da identificare con quella religione “positiva” che già Kant e poi Hegel avevano fermamente respinto come superstizione degna del minimo interesse.

Hegel seguendo questa china riterrà che il popolo ebraico, obbedendo a delle leggi che non si era dato da sé, si rendesse schiavo e ottuso proprio a causa del bisogno conclamato di questa positivizzazione della Legge.

Gesù – secondo il pensatore tedesco – provò ad elevare la religione positiva e la virtù a moralità “vera”, ma fallì, perché i discepoli non aderirono alla “dottrina stessa”, ma all’autorità, non al valore morale della stessa fondato sulla ragione, ma alla potenza del Maestro.

La “riscossa” dello spirito geometrico, ovvero dell’uso esclusivo di ragione, invece, doveva segnare l’inizio della “miglior maniera di prevenire i delitti” come sostiene il Beccaria. Per fare questo, giustamente, rivendica il diritto di ogni cittadino di “sapere quando sia reo o quando innocente grazie finalmente ad un codice che giri fra le mani di tutti perché il vero tiranno comincia sempre col regnare sull’opinione anziché nella chiara luce della verità”, pertanto l’unica arma adeguata è per lui “quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non possono resistere”.

Beccaria si batte per delle battaglie epocali e fondamentali della nostra cultura giuridica: per la fine della tortura (“le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate”?); per l’uso di testimoni credibili e di credibili prove del reato (“non v’è propriamente alcun sentimento superfluo nell’uomo; egli è sempre proporzionale al risultato delle impressioni atte sui sensi, parimenti alcune volte la credibilità di un testimonio può risultar sminuita quando egli sia membro di alcuna società privata”); per la prontezza della pena (“quanto più la pena sarà più pronta e vicina al delitto commesso ella sarà tanto più giusta e tanto più utile”); contro la pena di morte (“Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere più frequenti che forti”).

Quasi profeta di tante future vicende giudiziarie a noi oggi contemporanee, ci stupisce affermando che “se nel cercar le prove di un delitto richiedesi abilità e destrezza, se nel presentarne il risultato è necessaria chiarezza e precisione, per giudicarne dal risultato medesimo non vi si richiede che un semplice ed ordinario buon senso, meno fallace che il sapere di un giudice assuefatto a volere trovar rei e che tutto riduce ad un sistema fittizio imprestato da’ suoi studi”.

Ovvero dichiara: “Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può togliergli la pubblica protezione se non quando sia deciso ch’egli abbia violato i patti co’ quali le fu accordata”.

Il punto più alto è sicuramente quando nel capitoletto Violenze afferma che “Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa: vedrete allora l’industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore”. E prosegue − provocatoriamente per chi oggi abbia una sensibilità all’abuso dei media −: “Questa è la ragione per cui in alcuni governi che hanno tutta l’apparenza di libertà, la tirannia sta nascosta o s’introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s’ingrandisce. Gli uomini mettono per lo più gli argini più solidi all’aperta tirannia, ma non veggono l’insetto impercettibile che gli rode ed apre una tanto più sicura quanto più occulta strada al fiume inondatore”.

Beccaria rimane al di qua, tutto sommato, nel suo Dei delitti e delle pene, della “lezione” del suo ispiratore Montesquieu, il quale già nelle Lettres Persanes si compiaceva di rilevare che un persiano a Parigi si sarebbe chiesto esterrefatto “perché”? di ogni istituto civile e religioso ivi incontrato, per concludere che “questo semplice fatto svela istantaneamente l’assurdità di credenze e riti che caratterizzano ogni cultura o popolo e che sussistono per il semplice fatto che nessuno mai si è mai posto la domanda “perché”.

Nel relativismo “illuminato” d’Oltralpe, Montesquieu mirava ad affermare che nulla è assoluto, bensì tutto è “in relazione” al puro fine di mantenere le condizioni della coerenza interna di un certo organismo in quanto tale, senza altro motivo che la sua conservazione.

La libertà in questo sistema non diventa altro che l’armonioso funzionamento di un essere vivente descritto secondo la spiegazione meccanicistica: l’organismo (la società tale o talaltra) è una macchina composta da parti relative una all’altra. La sua perfezione consiste nella perfezione del suo automatismo. 

Siamo in quell’alba della fine a cui invece assistiamo oggi, leggendo sui giornali accuse come quelle della Commissione Onu per i diritti dei minori nei confronti del Vaticano del 5 febbraio scorso. Ivi si intima il “derubricamento” degli abusi sessuali contro i bambini da “delitto contro la morale” per iscriverli alla più – secondo taluni − adeguata categoria di “crimini”.

Nell’alba di questa “liberazione” del crimine tout-court dall’imbragatura contraddittoria (?) che lo definisce “delitto contro la morale”, vediamo quanto Starobinsky dice di Montesquieu: “Ha voluto far capire che i vizi politici (i delitti che riguardano le relazioni umane in senso lato) non sono per forza vizi morali e che non tutti i vizi morali sono politici”. Infatti “oggi − è Montesquieu a parlare − noi tutti riceviamo tre educazioni differenti: quella dei nostri padri (cioè quella tradizionale-religiosa) quella degli insegnanti (erudizione) e quella del mondo. Ciò che ci viene detto in quest’ultima è esattamente quella che surclassa e s’impone su entrambe le altre due. È da qui che deriva il contrasto che viviamo tra gli impegni derivanti dalla religione e quelli del mondo: cosa che gli antichi non conoscevano assolutamente” (corsivo mio).

Il problema si apre a ventaglio su un’infinità di questioni oggi scottanti per noi, “figli” della ragione illuminata.

La sfida, rivendicando che il Logos non è una razionalità sub-scientifica, come ripeteva Benedetto XVI e recentemente ha fatto il cardinale Gerhard Ludwig Muller all’inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà Teologica settentrionale, è quella di ritrovare l’originario legame tra interesse personale e solidarietà, tra sacro e civilizzazione laica. 

Il giuridico, per i Lumi e i suoi figliolini, si parerà di sacro, considerato ormai nulla più che una funzione giuridica. Del divino vorrà appropriarsi l’autorità, ma dell’umano esprimerà ben salda l’esclusiva preoccupazione dell’utile. Di più: “Il faut qu’en obéissant à la Loi, l’on n’obéisse rèellement à personne”. Nella città libera nessuno comanda, ma tutti obbediscono.





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