LA GRANDE BELLEZZA/ Recensione, Sorrentino e il fantasma di Leopardi

- Cecilia Ricci

Cosa è stato premiato della pellicola? Il ritratto di un’alta borghesia romana in disfacimento oppure il cuore ferito di Jep? Dove sta davvero la “bellezza” del film? CECILIA RICCI

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Dopo settimane di annunci, previsioni e premi – tra cui gli Efa e il Golden globe – è arrivato puntuale anche l’Oscar come miglior film straniero a La grande bellezza. Ma cosa è stato premiato della pellicola? Il ritratto spietato e molto realista di un’alta borghesia romana, persa nel lusso sfrenato e nel vuoto di rituali festini a base di sesso e cocaina? Oppure il cuore ferito di Jep Gambardella, la sua struggente ricerca della Bellezza, di un senso ultimo che spazzi via la sua miseria e compia la sua attesa? Oppure ancora, la mancanza di una risposta che soddisfi pienamente la sua sete di verità, l’assenza di un incontro reale che abbracci la feroce nostalgia di significato di Jep e inverta la marcia del suo cammino?

L’ombra di un fantasma si aggira per tutto il film. E non mi riferisco a quella di Federico Fellini bensì a quella di Giacomo Leopardi. Nessuno meglio di lui ha raccontato in Alla sua donna il dramma della ricerca vana della Bellezza, il crudele desiderare qualcosa che rimarrà sempre inconoscibile (Viva mirarti ormai/ Nulla spene m’avanza/ (…) Ma non è cosa in terra/ Che ti somigli; e s’anco pari alcuna/ Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,/ Saria, così conforme, assai men bella.

Anche la vita di Jep Gambardella, che da anni si trascina tra un salotto e una discoteca all’aperto alla ricerca continua dello stordimento che sotterri la consapevolezza della sua miseria, brucia della stessa inesauribile attesa. In un breve ed intenso dialogo con la suora santa, Jep confesserà la ragione ultima che lo ha spinto, molti anni prima, a interrompere l’attività di scrittore: “Cercavo la Grande Bellezza ma non l’ho trovata”. Neanche il ricordo nostalgico per l’amore giovanile, unica esperienza di incontaminata purezza che ormai è cristallizzata nel passato, può rispondere pienamente al grido di Jep. Così, dietro alle incrostazioni e ai falsi estetismi della società postmoderna, Jep condivide la stessa drammatica coscienza di Leopardi (Il non esser soddisfatto da alcuna cosa terrena, né per dir così, dalla terra intera (…) tutto è troppo piccolo rispetto all’animo mio – Zibaldone).

Il cuore ferito di Jep è ciò che, forse, rende preziosa la pellicola salvandola dallo stesso Sorrentino e dai suoi tentativi narcisisti e autocompiaciuti di rappresentare la consapevolezza del vuoto.

Tuttavia la grandezza della domanda di Jep non può essere accolta tra il folto gruppo di personaggi più o meno improbabili di cui si circonda (nani, ballerine, attori falliti). Persino la Chiesa è rappresentata impotente (nelle vesti di una santa vecchissima) e, talvolta, anche complice diabolica del disastro (è raccapricciante la figura del cardinale corrotto che blocca ogni impacciato ed umanissimo tentativo del protagonista di trovare un senso al proprio esistere). 

Se la figura del prelato è detestabile, quella della suora è ancora più inquietante. Perché dovrebbe incarnare l’alternativa allo sfacelo: la santità. Ma il personaggio di questa suora ultracentenaria, mezza santa e mezza stregona, volutamente somigliante a Madre Teresa, è così fisicamente mostruoso e prossimo alla morte per la vecchiaia da risultare del tutto impotente ed incapace di incidere nei destini dei personaggi attraverso una vera testimonianza. L’alternativa al vuoto è quindi una figura anacronistica, così lontana dalle bassezze del mondo da essere “aliena” dunque senza presa sulla dimensione terrena irrimediabilmente corrotta. Se l’unico sussulto di moralità è rappresentato da un personaggio così etereo, allora ciò significa che la santità non appartiene a questo mondo. È la solita prospettiva gnostica che trionfa, quella che relega il bene ad un al di là irraggiungibile e identifica la sfera terrena come “male”. Del resto, è lo stesso protagonista che si fa portavoce di questa visione nelle ultime battute del film: “Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco”. 

Eppure basterebbe aprire gli occhi per vedere che la realtà è miracolosamente disseminata di occasioni per la risalita. Come quella, vera, che è accaduta a Chris Arnade, consulente finanziario di successo per 20 anni a Wall Street. Perfetto rappresentante della cultura capitalistica del benessere, Arnade decide di interrompere bruscamente la sua gloriosa carriera perché si sente “svuotato” esistenzialmente. Cambia completamente vita e diventa fotografo del Bronx addentrandosi tra gli “ultimi” nella miseria di un mondo di poveri, drogati e delinquenti. È grazie a loro e al loro potente senso di peccato che l’ateo convinto Arnade scopre la fede in Dio. Raccontando la sua storia al The Guardian, Arnade diceva: «Le persone che più hanno sfidato il mio ateismo sono stati drogati e prostitute». E ancora: «Siamo tutti peccatori e sulla strada i drogati, gli ultimi, nelle loro battaglie quotidiane e nella loro quotidiana vicinanza alla morte lo capiscono in modo viscerale». Se la domanda è desta ed il cuore pronto ad accogliere, la vita ti presenta sempre l’occasione. 

Ma questa è una storia che Hollywood non è interessata a raccontare.

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