GIOVANNI XXIII/ Santità e “rivoluzione” non sono mai andate così d’accordo

- Paolo Gheda

Doveva essere un papa di “transizione”, invece il regno di Giovanni XXIII, che domenica verrà proclamato santo, si sarebbe rivelato uno dei più decisivi della storia. PAOLO GHEDA

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Giovanni XXIII (1881-1963, papa dal 1958) (Immagine d'archivio)

Doveva essere un papa di “transizione”, dopo il ventennale regno di Pio XII, uno di quei pontefici che solitamente servono a raccordare le diverse epoche della Chiesa e del mondo. E, in effetti, quella appena trascorsa di Pacelli poté apparire allora ai cardinali riuniti nel Conclave del 1958 come una fase conclusa: una parabola drammatica e per certi versi anche contraddittoria percorsa dall’ultimo pontificato (soprattutto, va detto, agli occhi di certa storiografia successiva), dal collasso dei totalitarismi con lo scoppio della seconda guerra mondiale, al pieno ottimismo della ricostruzione italiana e occidentale, ormai a un passo dal “boom” degli anni Sessanta. 

Il nuovo-vecchio pontefice, Angelo Giuseppe Roncalli, ampiamente sopra i settantacinque anni (oggi l’età di pensionamento dei vescovi, secondo la norma introdotta dal suo immediato successore Paolo VI), di lungo corso diplomatico e più recente missione pastorale (il Patriarcato, piccolo per numerosità di fedeli, eppure centrale in visibilità, per storia e orizzonte culturale tra mitteleuropa, est e mediterraneo, come si è visto anche recentemente con il card. Angelo Scola), poté sembrare ai signori cardinali la figura giusta al momento giusto. Non sappiamo, comunque, se quella dello “short term” fu la mente decisiva nel discernimento operato nella Cappella Sistina, certo tale concetto è diventato un topos della storiografia ecclesiastica più acclarata. Anche perché si presta molto bene, specie nelle interpretazioni dei vaticanisti, al gioco antinomico dell’impatto decisivo del pontificato giovanneo, pur nella sua breve durata: dal 1958 al 1963, un quinquennio breve e folgorante – aggiungiamo, senza dubbio – attraverso il quale la Chiesa cambiò in una misura inusuale, avendo incorporato quell’evento rivoluzionario, secondo alcuni più importante per il cristianesimo intero dopo la riforma (es. Eamon Duffy), che fu il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Del “papa buono” ci sarebbe molto da raccontare, ora in particolare che ci troviamo alla vigilia della sua promozione agli Altari in coabitazione con un suo successore almeno altrettanto decisivo per le sorti del Novecento, il beato Giovanni Paolo II. Per comprendere appieno il profilo di Giovanni XXIII bisognerebbe riandare alla sua formazione di sacerdote, di diplomatico, alle esperienze di relazioni in terre lontane e poi più vicine, e pure con una complessità ecclesiale certo non inferiore, come la Francia degli anni Cinquanta. Bisognerebbe rivalutare il suo lavoro di vescovo nella patinata Venezia orientaleggiante (poi sede transitoria di un altro futuro pontefice, Albino Luciani), lui bergamasco di stirpe rude, contadina e operaia. Soprattutto bisognerebbe chiedersi di quella sorpresa che per primo dovette cogliere lui, anziano presule, nel conoscere quella volontà divina che nel suo spirito profondamente credente dovette riconoscere come pienamente operante in una svolta così inimmaginabile del suo ultimo tratto di carriera ecclesiastica.

Se però c’è un tema pastorale che in sé contiene tutto papa Giovanni e come tale ne può riassumere la missione, questo ha origine in quel discorso che egli pronunciò nella Basilica di San Paolo fuori le Mura il 25 gennaio 1959: «Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l’Urbe, e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale». Molto si è detto e scritto sulle reali intenzioni del papa, sull’eterogenesi dei fini, o provvidenzialità che portò nel 1965 papa Montini a chiudere un evento rinnovatore probabilmente al di là della visione del suo predecessore. E molto si è insistito sul fatto – peraltro indiscutibile – della sorpresa che colse allora l’episcopato, in particolare quello italiano che si stava organizzando proprio in quegli stessi mesi in forma collegiale nella nuova Cei che lo stesso Roncalli aveva appena affidato alla conduzione del card. Giuseppe Siri. 

Con il “suo” Concilio Roncalli intendeva spingere la Chiesa universale a mutare in chiave contemporanea le modalità con cui essa aveva sino a quel momento annunziato le custodite verità del depositum fidei, peraltro a suo avviso espressione indiscutibile di una «dottrina certa e immutabile», degne di «un assenso fedele»,  eppure ai suoi occhi di viaggiatore nel cristianesimo mondiale, allora esigente un approfondimento nelle sue forme appunto di trasmissione al popolo di Dio. 

Come è noto soprattutto agli studiosi,  il discorso per la solenne apertura del Vaticano II dell’11 ottobre 1962 ha segnato un varco nelle vicende della Chiesa contemporanea, ed ha alimentato una precoce e per certi versi monumentale storiografia conciliare, dividendo le letture di chi ha ritenuto intravedervi la premessa di un evento dirompente e rivoluzionario e chi, invece, ne ha sottolineato la continuità rinnovante. 

Temi come la riforma liturgica, la chiesa dei poveri, il sacerdozio universale con la comune chiamata alla santità dei fedeli, poi confluiti dopo la morte di Roncalli nelle costituzioni dogmatiche conciliari avrebbero avuto un peso significativo e per ceri versi determinante nell’evoluzione della vita ecclesiastica ed ecclesiale degli anni e decenni a seguire. Forse però il carattere del Concilio che più porta intriso in sé il significato principe della testimonianza giovannea sta tutto in quell’aggettivo “ecumenico”, in cui il nunzio di legazioni lontane e più vicine volle leggere la sfida forse ai suoi occhi maggiore lanciata alla Chiesa della sua epoca: il dialogo tra le fedi, tra le confessioni cristiane così come con le altre religioni e filosofie di vita del globo. Quella libertà religiosa, quell'”essere nella verità” del cattolicesimo romano che trova emblematica premessa nella  decisione del papa bergamasco, assunta il venerdì santo del 1959, in totale autonomia e senza alcun preavviso, di eliminare dalla preghiera “Pro Judaeis”, l’aggettivo che tradizionalmente qualificava come “perfidi” gli Ebrei.

Se, oggi, dopo un iter comprensibilmente più lungo di quello di altri Santi della Chiesa, innanzitutto per il suo essere stato pontefice e quindi anche capo politico della Chiesa – come ricordano episodi chiave quali il suo delicato ruolo di mediazione nei drammatici giorni della crisi dei missili su Cuba – la figura del beato Roncalli sarà elevata a modello universale di santità, nell’opinione comune vi è comunque la convinzione che tale passaggio si debba soprattutto a episodi quali il celebre “discorso della luna” (tenuto la sera dell’11 ottobre del ’62, giorno di apertura del Concilio, ndr), alla straordinaria semplicità comunicativa del “papa buono” coram populo. Meno si penserà probabilmente al Concilio, o anche alla Pacem in Terris, straordinario documento sociale, enunciatore di “terza via” tra capitalismo e socialismo, che si deve soprattutto alla sua volontà di parlare «a tutti gli uomini di buona volontà», stabilendo anche in questo una novità nello stile pastorale dei pontefici.

Ma va bene così, papa − anzi San − Giovanni XXIII rivivrà così nei nostri cuori, come già lo ha fatto in chi dopo la sua morte ha cominciato a custodirne gelosamente la sua celebre immaginetta, talmente diffusa da giustificarne appieno e da subito la fama di santità. Oggi come allora, la carezza del papa buono ci accompagnerà in questa epoca travagliata, e ciononostante ancora densa anche di presagi di bene. 





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