CROCIATE/ Quell’”intreccio” di miracolo e di peccato per liberare le terre di Cristo

- Martina Saltamacchia

Quale fu il sentimento che animò le crociate? Per i cristiani medievali la Terra Santa era l’attestato fisico della storicità della resurrezione. Ne parla MARTINA SALTAMACCHIA

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Nel novembre 1095 un’immensa folla di fedeli si radunò a Clermont, in Francia, in occasione del Concilio, e udì da Papa Urbano II il racconto dei raccapriccianti eventi che si andavano consumando in Asia Minore e in Terra Santa. L’esercito bizantino, per secoli invitto, era stato solennemente sconfitto nel 1071 a Manzikert dai Turchi Selgiuchidi. Da lì, i Turchi avevano proseguito la loro avanzata, strappando all’impero d’Oriente il controllo della Palestina e dell’intera penisola anatolica e giungendo alle porte di Costantinopoli. I cristiani in quelle terre vennero barbaramente torturati, i luoghi sacri profanati. L’imperatore bizantino aveva richiesto direttamente al papa rinforzi militari dall’Occidente. In risposta, Urbano II propose agli astanti a Clermont una grande spedizione militare come atto di carità in soccorso ai fratelli d’Oriente e per liberare al contempo quei siti, “impronta delle Sue orme sulla terra” – le crociate appunto, o passagium, secondo la terminologia dell’epoca.

La spiritualità dei cristiani medievali era mossa da una fede semplice e sanguigna: una religiosità del tangibile, che credeva in quel che vedeva e toccava, di cui erano concrete espressioni il culto dei santi, la venerazione delle reliquie, il profondo attaccamento ai luoghi sacri – primo fra tutti, la Terra Santa, attestato fisico della storicità della resurrezione. 

È in questo contesto che va ad inserirsi l’appello di Urbano II che, come sottolinea Jonathan Riley-Smith, introduce qualcosa di radicalmente rivoluzionario: i tradizionali concetti di guerra giusta (Agostino) e guerra santa vengono da lui congiunti all’idea del pellegrinaggio a Gerusalemme. Quello che il papa proponeva, in sostanza, era una guerra penitenziale di liberazione della Terra Santa cui prendere parte come atto di mortificazione ed espiazione. Ai crociati, infatti, era richiesto di viaggiare in semplici vesti da pellegrini, segnati dalla croce in stoffa appuntata sul petto.

Decine o addirittura centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, vecchi, e poveri risposero entusiasticamente all’appello papale, non esitando a lasciare casa e famiglia, a vender terre, pignorare proprietà o contrarre prestiti per finanziare la rischiosa impresa. Come ha meticolosamente calcolato Jonathan Riley-Smith (The First Crusaders, 1095-1131), molti erano coloro che s’indebitavano per poter sostenere l’alto costo della crociata, equivalente a circa cinque-sei salari annui.

Perché partirono? “L’armata crociata” spiega Thomas Madden (Le Crociate. Una storia nuova), “era un curioso insieme di ricchi e poveri, santi e peccatori, motivati da ogni genere di desiderio pio ed egoista, e che tuttavia non avrebbe mai potuto costituirsi senza il devoto idealismo che spinse questi uomini a rischiare tutto per liberare le terre di Cristo”. Quest’ardente impeto pronto a lottare per affezione a Cristo, mai disgiunto dalla bestialità e rozzezza di uomini carichi di mancanze e limiti, è forse il tratto più affascinante dell’avventura crociata – in cui, come in ogni umana intrapresa, si andarono a mescolare miracoli e peccati, bassezze e arditi slanci, errori, rinnegamenti ed eroici atti di santità.

Per questi primi crociati ogni fatto, evento o vittoria s’inscriveva all’interno del dialogo con un Dio che ai loro occhi “operava miracolo su miracolo per i suoi fedeli cavalieri” (Madden). Emblematica al riguardo è la vicenda dell’assedio di Antiochia, che ha luogo nel 1097-98 a seguito delle prime vittorie crociate e rese musulmane in Anatolia. Dopo diversi mesi, l’armata crociata riesce finalmente a ottenere il controllo della città, ad eccezione della cittadella che rimane in mano ai nemici. Ai Crociati giunge in quel mentre notizia dell’imminente arrivo di un imponente esercito di Turchi da sud a rinforzo dei musulmani di Antiochia. La situazione si fa presto drammatica perché l’armata crociata rischia di rimanere schiacciata tra i due contingenti nemici. Ogni speranza sembra persa; molti si ritirano allora a pregare preparandosi a morire. 

In quel frangente, racconta il cronista francese Raimondo di Aguilers, “il Nostro Signore Gesù Cristo apparve a un prete di nome Stefano, che stava piangendo sulla morte sua e dei suoi compagni che attendeva imminente. Infatti, alcuni erano accorsi giù dalla fortezza dicendo che i Turchi stavano già discendendo dalle montagne verso la città, e che i nostri uomini stavano scappando ed erano stati sconfitti. Per questa ragione il prete, desiderando aver Dio testimone della sua morte, accorse alla chiesa di Santa Maria a confessarsi e, ottenuta l’assoluzione, si mise a cantare salmi con alcuni compagni. Dopo poco questi caddero addormentati, e lui rimase da solo a vegliare. Ed ecco, un uomo si stagliò di fronte a lui, bellissimo sopra ogni cosa, e gli chiese:
− Uomo, chi sono questi che sono entrati nella città?
E il prete rispose:
− Cristiani.
− Cristiani di che genere?
− Cristiani che credono che Cristo nacque da una Vergine, e patì sulla croce, morì, e fu sepolto, e il terzo giorno risuscitò e ascese al cielo.
E l’uomo replicò:
− E se sono Cristiani, ma perché allora temono la moltitudine di pagani? – ed aggiunse: − Forse che non mi riconosci? Guardami attentamente. […] Non è forse scritto che io sono il Signore, forte e potente in battaglia? […] Di’ al Vescovo [della spedizione] che questi uomini si sono allontanati da me con le loro azioni malvagie, e digli di riferire questo a loro: ‘Il Signore dice: Ritornate a me, ed io ritornerò a voi’. E quando entrano in battaglia, fa’ loro dire così: ‘I nostri nemici si sono radunati e si gloriano della loro audacia. Distruggi la loro potenza, o Signore, e disperdili, che conoscano che nessun lotterà per noi se non Te, o Signore’. Se farete per cinque giorni ciò che vi comando, avrò misericordia di voi
“. 

Quella stessa notte, i crociati assistono a un segno prodigioso nel cielo: “una grandissima stella che, dopo poco tempo, si divise in tre parti ed andò a cadere nell’accampamento turco“. Confortati da questo che loro interpretano a conferma della presenza del Signore in mezzo a loro e prefigurazione dell’annientamento dei nemici, attendono il compiersi dei cinque giorni prescritti. 

Nel mentre, un povero contadino provenzale sostiene che Sant’Andrea in una visione gli ha ordinato di scavare sotto la chiesa della città per portare alla luce la reliquia  della Sacra Lancia di Cristo lì nascosta. Seguendo le sue indicazioni, dodici uomini scavano per un’intera giornata. Infine il contadino discende nella buca scavata, riemergendo dopo poco con la preziosa reliquia in mano.

L’effetto di questo presunto ritrovamento è eclatante: gioia indescrivibile e grida d’esultanza riempiono la città; i crociati intonano trionfanti inni a Dio e di lì a poco, brandendo la lancia come vessillo, con ritrovate forze si lanciano alla conquista della cittadella, sbaragliando i nemici. I cronisti musulmani sono costretti a prendere atto di questa inspiegabile vittoria, causata da un pezzo di lancia che i cristiani con superstizione idolatrano.

E forse anche noi moderni saremmo tentati di liquidare così questa pagina della Prima Crociata. Eppure, quel che emerge potente da questa sequenza di eventi, così lontani dalla nostra sensibilità, va al di là dell’autenticità o meno di questa presunta reliquia – su cui lo stesso vescovo lì presente avanza da subito fortissime perplessità. Quel che si delinea invece è il profilo di uomini pronti, dentro tutti i loro sbagli, a chiedere nuovamente perdono, tesi a leggere in tutto quel che intorno a loro accadeva il segno della compagnia di quel Signore per cui eran lì a lottare, dandosi tutti per difendere quelle terre in cui Lui aveva vissuto, era morto e risorto.

In mezzo a tutte le ombre e le violenze che segnarono la storia delle Crociate, è da un tale slancio che nasceranno uomini come Goffredo di Buglione, che rinuncia ad essere coronato re di Gerusalemme ed assume invece l’umile titolo di “Difensore del Santo Sepolcro,” sostenendo che in quella città nessuno può essere chiamato re se non Colui che lì fu crocifisso. È da un tale slancio che nascerà un ordine come quello dei Poveri Compagni d’Armi di Cristo e del Tempio di Salomone, o Templari, cavalieri che attraverso i tradizionali voti religiosi consacrano permanentemente a Dio il loro combattere per dedicarsi alla protezione dei pellegrini, e poi dei luoghi, di Terra Santa. Ed è per accompagnare e sostenere tale slancio che sorgeranno uomini come San Bernardo, San Francesco e San Luigi che, quando nei secoli brama di potere e calcolo arriveranno a far dimenticare la spinta ideale iniziale da cui tutto era sorto, ricorderanno con la loro presenza per cosa e per chi valga davvero la pena andare in crociata.

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