PRAGA/ Quando la fede dà il volto a una città

- Danilo Zardin

Per contestare l’idea che la Controriforma abbia coinciso con l’imposizione di una egemonia soffocante, è sufficiente percorrere il centro storico di Praga. DANILO ZARDIN

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Il centro di Praga (Immagine dal web)

Per contestare l’idea che la Controriforma abbia coinciso con l’imposizione di una egemonia soffocante, magari mascherata da guanti di velluto, è fatica forse sprecata imbastire contorte diatribe interpretative. Con le armi della dialettica è difficile fare breccia nella corazza ideologica di chi continua, ostinatamente, a pensare che il cattolicesimo moderno si sia fondato solo sui roghi degli eretici, sulla distruzione dei libri proibiti e sul controllo poliziesco dei comportamenti morali. È più utile partire, invece, dai fatti che suggeriscono materialmente ipotesi contrarie, perché è l’esperienza dell’impatto con una realtà imprevista che può aggredire più alla radice le opinioni diventate luoghi comuni (anche se neppure questo è un esito garantito in modo meccanico).

Il test che propongo come esperimento di verifica è percorrere, semplicemente, poche centinaia di metri, nel centro storico di una delle più affascinanti capitali della nostra vecchia e pur sempre sorprendente Europa: la città di Praga. Cosa incontriamo in questo straordinario museo a cielo aperto? Cosa possiamo vedere, se appena riusciamo a districarci nelle folle di turisti che assediano i pochi chilometri quadrati distribuiti tra i meandri di vicoli della Città Vecchia e del quartiere ebraico, da un lato della Moldava, e il gioiello del Piccolo Quartiere, sulla sponda opposta del placido fiume che scorre in mezzo?

Il punto di partenza del nostro tragitto immaginario può essere la chiesa di S. Salvatore, nella piazzetta su cui si affaccia la torre tardotrecentesca della testata orientale del Ponte Carlo (per inciso, si chiama così in quanto intitolato alla memoria del grande re di Boemia e imperatore del Sacro Romano Impero Carlo IV di Lussemburgo: colui che fu l’artefice del primo decollo protomoderno della città ceca). Entrati nella chiesa, si resta subito folgorati dalla raffinata bellezza degli interni barocchi: è lo spettacolo di un’arte religiosa che è uno stile di gloria, esaltazione di un Dio vicino che si lascia incontrare, che colpisce i sensi e il cuore dell’uomo, che parla in modo eloquente con il linguaggio delle immagini sontuose, con la ricchezza delle decorazioni, con le musiche e i riti di cui edifici di questo tipo sono stati lo scrigno prezioso, dai primi anni del Seicento in avanti. Questo barocco asburgico-boemo, con la sua coerenza unitaria e la sua compostezza ordinata, giocate sul filo degli equilibri più arditi della plastica esuberanza delle forme visive, è come una festa della fede: è un inno gioioso alla vita che si spalanca per accogliere in sé il divino che la salva. È un’arte di luce e di calore. Fa pensare al dialogo tra la Chiesa dei credenti in Cristo e il mondo a cui essa si rivolge. Evoca l’idea di una sintesi riuscita, fondata sull’interscambio e l’immedesimazione reciproca.

Maestri di questo nuovo e dirompente linguaggio estetico sono stati i gesuiti. E difatti S. Salvatore si trova a uno degli angoli del vasto complesso del Clementinum: l’insieme degli edifici di cui la Compagnia di Gesù a Praga fece il centro della propria incisiva militanza missionaria ed educativa, con la fondazione di una università che, opponendosi agli orientamenti alternativi di una parte consistente dell’élite boema, conquistò nel corso del tempo, attraverso le aspre lotte politico-religiose della prima età moderna, il monopolio dell’istruzione superiore nell’ambito locale. Il Clementinum dei gesuiti surclassò e riassorbì in sé il Carolinum, l’università più antica, legata al potere civile che dominava sulla regione. Il primo dei due istituti divenne il polo di una sacralità decisamente “pubblica”, aperta all’impegno operoso nel campo sociale, che alimentava una nuova, e più moderna, cultura cattolica, destinata ad affermarsi dopo la rottura con le scelte filoprotestanti degli eredi della Chiesa hussita e con la messa in discussione del nazionalismo religioso difeso dalla nobiltà ostile alle interferenze straniere. Per ottenere questo, fu necessario riconfermare il legame privilegiato con la casa degli Asburgo, uscito sostanzialmente indenne dalla sanguinosa guerra dei Trent’anni, combattuta tra il 1618 e il 1648, e poi ulteriormente consolidato. 

Tornati sulla piazza e lasciato S. Salvatore alle spalle, sulla destra si può ammirare un’altra bella chiesa barocca: S. Francesco. Ma soprattutto, poco più avanti, varcato l’arco della torre, ci si inoltra sul lungo tappeto di pietra del Ponte Carlo. Per il semplice fatto di esistere, il Ponte ci ricorda che l’identità religiosa e civile dell’antica Boemia cattolica, se oggi ci appare come il frutto di una felice simbiosi, fondata su pilastri robusti al pari di quelli delle costruzioni che si ammirano dovunque si volga lo sguardo, è anche l’esito di scontri sofferti tra opzioni e proposte nettamente divergenti. Se una di queste ha avuto la meglio e si è radicata nella tradizione di un popolo che l’ha fatta propria, significa che ha saputo rispondere in modo più compiuto alle attese dei suoi fruitori, e solo così ha potuto vincere la sfida inesorabile del contatto con la storia degli uomini in lotta tra loro, trasmettendosi in eredità alle generazioni succedutesi nei tre secoli seguenti.

Durante lo scontro trentennale tra gli Asburgo e i boemi sostenuti dalle potenze protestanti del Nord Europa, lo stesso Ponte Carlo fu teatro di battaglia a difesa della Città Vecchia, minacciata dalle truppe svedesi che assediavano la capitale del regno dalla sponda occidentale della Moldava. Cessate le ostilità, per impulso in particolare dei gesuiti il Ponte fu arricchito da una doppia fila di statue, disposte sui suoi due lati, che riproducevano le immagini dei grandi santi patroni di Praga e della Chiesa boema, trasformandosi in un monumento di perenne celebrazione di quello spicchio di cielo a cui i boemi congiungevano il senso del loro destino. 

Ancora oggi, Ponte Carlo è una toccante galleria dei campioni di una religiosità piena di vigore, assetata di infinito, decisa a tutto pur di difendere le sue aspirazioni inestinguibili e le sue solide virtù innestate nel quotidiano. Uno dopo d’altro, insieme ai segni tangibili della fede nel Cristo sofferente e redentore e nell’amore protettivo di Maria, vediamo sfilare i grandi eroi di una santità di combattimento e di trasfigurazione dell’umano: i santi martiri della storia del cristianesimo boemo, santi guerrieri come Venceslao (Václav), i grandi missionari, fondatori e fondatrici di monasteri e comunità religiose, apostoli e predicatori seguaci del modello di Cirillo e Metodio, fino a giungere alle vittime delle lotte per la difesa della verità religiosa nei contrasti di potere della Praga moderna, come il santo sacerdote confessore Giovanni Nepomuceno, che proprio dagli spalti del ponte fu gettato nelle acque del fiume, giustiziato per non aver voluto cedere alle pressioni delle autorità che bramavano di estorcergli i segreti di coscienza dei grandi della corte.

Attraversato il ponte, si guadagna la piazza del Piccolo Quartiere, ai piedi del colle da cui svettano le torri gotiche della stupenda cattedrale di S. Vito, circondata dal castello imperiale. Lasciando più sulla destra il palazzo del geniale condottiero che portò l’esercito degli Asburgo al culmine delle sue fortune nelle fasi iniziali della guerra dei Trent’anni, Albrecht von Wallenstein, l’attenzione è per forza di cose attratta dalla cupola e dall’elegante campanile di S. Nicola: la vera punta di diamante del barocco di Praga. Qui l’arte della riconquista cattolica del Seicento tocca forse l’acme del suo fascino. Il pulpito monumentale, gli affreschi alle pareti e sulle volte paradisiache dei soffitti, le gallerie dei matronei, la splendida costruzione, finemente cesellata, dell’altare maggiore, l’organo elegantissimo che Mozart in persona suonò in occasione di uno dei suoi passaggi per queste contrade in bilico tra mondo germanico e terre slave, nel 1787: tutto ci parla di una religione che infiamma la nobiltà dell’essere umano e lo mette in movimento, dilatandone gli orizzonti in modo da ricongiungere la terra con il mondo beato dell’aldilà cristiano; una religione da amare perché si lascia seguire, che prima ancora di imporre divieti e dettare regole trascina con sé conquistando la mente e lo spirito di chi vi si consegna.

La bellezza suggestiva delle nozze tra il divino e l’umano, secondo il principio fondamentale dell’incarnazione, contiene però in sé, riscattandola, tutta la forza dinamica delle tensioni a cui si contrappone per sollevarsi a una misura diversa del reale. La bellezza che entusiasma non vive fuori dal mondo: parla un linguaggio terreno, sull’orlo dei drammi lasciati alle proprie spalle, che grondano di sangue, di male, di istinti a fatica trattenuti, di violenza scaricata anche a difesa degli ideali a cui, a modo loro, gli uomini del passato legavano la loro esistenza. Proprio a breve distanza da S. Nicola, lungo le strade che scorrono parallele al letto della Moldava, si incontra la chiesa carmelitana di S. Maria Vittoriosa. 

È la chiesa che conserva il piccolo simulacro del Gesù Bambino di Praga, centro di una tenace devozione, disseminata nell’intero mondo cattolico. Ma la chiesa deriva dalla trasformazione di un tempio in origine luterano, riconvertito dopo la vittoria cattolica alla Montagna Bianca, nel 1620. La statuina miracolosa fu donata ai carmelitani nel 1628 e subì i danni devastanti dei saccheggi nei rovesci militari della guerra che continuò a lungo a divampare. Al divino Bambino furono spezzate le manine e la statua scomparve tra i detriti lasciati dall’assalto dei sostenitori di un modo diverso di intendere la verità cristiana. Solo diversi anni più tardi un religioso venuto da Monaco di Baviera, p. Cirillo, la ritrovò tra le rovine della chiesa devastata. La rimise al centro e ne fece l’icona della potente fioritura di un nuovo inizio. 

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