GUARESCHI/ 2. Il “Mondo” è piccolo, ma la Provvidenza governa la storia

- Paolo Gulisano

PAOLO GULISANO presenta uno dei maggiori protagonisti di questa edizione del Meeting di Rimini: Giovannino Guareschi, che con il suo “Mondo Piccolo” è stato un grande maestro di umanità

PAOLO GULISANO presenta uno dei maggiori protagonisti di questa edizione del Meeting di Rimini: Giovannino Guareschi, che con il suo "Mondo Piccolo" è stato un grande maestro di umanità

È tra i protagonisti indiscussi del Meeting: Giovannino Guareschi. Proprio lui: l’inventore del Mondo Piccolo di don Camillo e Peppone. Ma non solo: Guareschi fu grande giornalista, e scrittore di immenso talento narrativo. La cultura ufficiale cerca di nasconderlo, ma è lui lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo. L’intellighenzia italica non può che restare imbarazzata di fronte a questa evidenza, perché Giovannino Guareschi della Bassa parmense non è mai stato un intellettuale. In compenso è stato – ed è – uno scrittore unico, un vero e proprio maestro di umanità.

Gli scrittori raccontano storie, ma pochi sanno davvero leggere dentro la realtà, dentro il cuore umano, e Giovannino Guareschi è stato uno di questi. 

Alla base di tutto c’è il Mondo Piccolo, con Peppone e don Camillo in primo piano, e dietro loro tutto un universo che ad ogni pagina tende continuamente ad emergere con sfumature e tonalità narrative tali da affascinare i lettori, divertendo e commuovendo, avvincendo e appassionando.

Leggendo i racconti di Mondo Piccolo, inoltre, ci si accorge che c’è al di là delle storie e dei personaggi un altro protagonista, un Soggetto divino, il Dio misericordioso, padrone degli eventi e dei cuori, che Guareschi aveva incontrato nell’esperienza drammatica della sofferenza, quella Divina Provvidenza che continua, nonostante tutto, a governare la storia scrivendo diritto su righe storte.

“Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. (…) Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto”. È la Bassa che racconta, ci dice umilmente Guareschi, è il Grande Fiume, si potrebbe aggiungere. Vero, ma bisogna saper ascoltare, bisogna saper raccogliere le parole nascoste o dimenticate. E provare ad inventare il vero, come diceva Giuseppe Verdi.

Il fiume scorre placido e indifferente nella pianura, e tra il fiume e i paesi c’è l’argine: perciò le case non si specchiano nell’acqua, ma le storie di ogni paese scavalcano l’argine e il fiume le convoglia tutte: storie buffe e storie malinconiche, e se le porta via verso il grande mare della storia del mondo. E durante il viaggio le racconta a chi si siede in riva all’acqua ad ascoltare le chiacchiere del fiume. 

Guareschi è stato, nella letteratura italiana del ‘900, un esponente di quella Letteratura del radicamento che ha conosciuto pochi ma straordinari protagonisti, e tra questi – oltre a Guareschi – Dino Buzzati ed Eugenio Corti. Ci hanno mostrato che bisogna avere le radici ben piantate, ma poi i rami dell’albero si protendono in tutte le direzioni. Per amare la propria casa a volte bisogna lasciarla. Per capire, per capirsi, bisogna mettersi in viaggio.

La Bassa è stata la casa di Guareschi, ma ad un certo punto la dovette lasciare. E così un bel giorno prese il treno e si trasferì a Milano, intraprendendo l’avventura del giornalismo. Insieme a Ennia, sua moglie, scoprì Milano, una città che era tutta un romanzo. Nella nebbia di Milano scoprì che era nascosto il suo avvenire, e che a ogni svolta della strada può sempre spuntare l’imprevisto.

Ai tipi umani della Bassa si aggiunsero così quelli della città: dopo le cascine arrivarono i grattacieli, ma quello che interessava di più a Guareschi erano gli uomini e le donne che raccontava. Che spesso erano quelli che agli occhi del mondo valevano poco. Gente cui spesso rimane solo la propria indistruttibile dignità. Prima di tutto la dignità. L’uomo, anche il più derelitto, anche il più reietto e il più fallito, ha una dignità, che gli viene dall’essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. Nei racconti di Guareschi spesso la dignità del vinto è messa in confronto con l’arroganza del vincitore. 

L’uomo è vivo finché ha voglia di ricominciare daccapo, dopo ogni rovescio. 

Magari cogliendo, al di là del dramma del vivere umano, anche l’aspetto umoristico. 

Guareschi non si limitò a portare quasi a perfezione il genere letterario umoristico, che ha radici antichissime che risalgono alla classicità, ma fece molto di più: l’umorismo per Guareschi era una virtù. L’arte di rendere felice il prossimo.

Guareschi trasse linfa vitale per il suo lavoro proprio da qui: dalla Virtù, e la misura dell’efficacia della sua opera sta nel fatto che è in grado non solo di regalarci un sorriso, ma anche di farci pensare. Diceva che l’umorismo è una potente e benefica arma di difesa. L’umorismo non distrugge. L’umorismo rivela ciò che deve essere distrutto perché cattivo. L’umorismo distrugge soltanto l’equivoco. Rafforza ciò che è sostanzialmente buono.

“Perché io vi parlo sempre di me e della gente di casa mia? − scriveva nel Corrierino delle famiglie. Per parlarvi di voi e della gente di casa vostra. Per consolare me e voi della nostra vita banale di onesta gente comune. Per sorridere assieme dei nostri piccoli guai quotidiani. Per cercare di togliere a questi piccoli guai (piccoli anche se sono grossi) quel cupo color di tragedia che spesso essi assumono quando vengono tenuti celati nel chiuso del nostro animo. Ecco: se io ho un cruccio, me ne libero confidandolo al Corrierino. E quelli, fra i lettori del corrierino, che hanno un cruccio del genere nascosto nel cuore, trovandolo raccontato per filo e per segno nelle colonne del corrierino si sentono come liberati da quel cruccio. Infatti quel cruccio, da problema strettamente personale, diventa un problema di categoria. E allora è tutta un’altra cosa”.  

L’umorismo ha un altro vantaggio: ci libera da uno dei peggiori mali italici, che lo scrittore parmense individuava nella retorica: “Uno dei mali maggiori che affliggono questa nostra terra è il male della retorica − scriveva − . La retorica che ama i luoghi comuni e le frasi fatte. La retorica aggravata dalla retorica dell’anti-retorica”. Le storie di Guareschi esprimono contenuti ben più profondi ed articolati di quelli di un raccontino edificante e sentimentale, pur attraverso un modello letterario semplice da leggere e comprendere ma non meno importante ed educativo. Si potrebbe dire che Guareschi abbia rivitalizzato un genere letterario antichissimo, quello della parabola. Molto semplice, ma anche estremamente impegnativo, perché il confronto è da far tremare i polsi: è con il Vangelo, che non fa conferenze teologiche, ma racconta la vita e svela l’uomo attraverso immagini semplici, le parabole, appunto. Guareschi lo fece, perché non aveva paura di essere cristiano. Era la sua identità, chiara e precisa, e lontana da ogni ideologismo. 

“Noi non apparteniamo a nessun ismo – scrisse sul suo giornale, il Candido −. “Abbiamo un’idea, sì, ma non finisce in ismo. La cosa è molto semplice: per noi esistono al mondo due idee in lotta: l’idea cristiana e l’idea anticristiana. Noi siamo per l’idea cristiana e siamo perciò con tutti coloro che la perseguono e soltanto fino a quando la perseguono. Quando, a nostro modesto avviso, qualcuno si distacca da questo principio, chiunque sia (fosse anche il nostro parroco) noi diventiamo automaticamente suoi avversari. Siamo contro ogni forma di violenza, e perciò non possiamo ammettere nessuna guerra santa. Per noi la guerra è sempre un delitto da qualunque parte venga dichiarata. La nostra strada è dritta e su di essa camminiamo tranquilli. Alla fine, magari, ci troveremo con sei lettori in tutto”.

Alla fine invece furono − e sono ancora oggi − milioni i lettori di quelle storie intense, vere, grondanti umanità concreta, umorale, pulsante. Guareschi era un uomo che guardava al Bene e al Buono. “Il che è bello e istruttivo”: in questa frase, che era divenuta una sorta di suo tormentone negli articoli che firmava e nel suo primo romanzo di ambientazione familiare, La scoperta di Milano, c’è tutto lo sguardo con cui questo scrittore prendeva in considerazione la realtà, per imparare da essa, per raccontarla.

Guareschi maestro di umanità, maestro cristiano, dunque? Possiamo immaginarci Giovannino schermirsi dietro i baffoni: niente di speciale, per carità: la sua era una virtù nostrana, alla buona, umile. Dice la voce del Cristo al pretone della Bassa, in “Il compagno don Camillo”: “L’eroismo del soldato di Cristo è l’umiltà e il suo vero nemico è l’orgoglio”.

Semplicemente nelle sue opere e con la sua stessa vita testimoniò e dimostrò che ciò che corrisponde al Disegno di Dio corrisponde per ciò stesso alla natura reale delle cose. In questo senso essere cristiano significa abbracciare quel Crocefisso che è il grande protagonista delle storie di Mondo Piccolo, che non lascia solo don Camillo, davanti al quale si inchina e si affida l’ateo comunista Peppone. È il Crocifisso che ricorda a don Camillo, anche quando la rabbia gli monta dentro, che Peppone sarà anche un anticlericale, ma in lui c’è un animo cristiano, non è dunque un eretico, anzi rischia di essere più cattolico dello stesso parroco don Camillo. È l’ironica, divertente e provocatoria caduta di tutti gli schemi di cui Giovannino è maestro insuperabile, e questo perché, come don Camillo, si confrontava costantemente con la voce del Cristo. Lasciamo alle parole di Guareschi stesso il compito di gettar luce sul mistero: «Ebbene, qui occorre spiegarsi. Se i preti si sentono offesi per via di don Camillo, padronissimi di rompermi un candelotto in testa. Se i comunisti si sentono offesi per via di Peppone, padronissimi di rompermi una stanga sulla schiena. Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare: perché chi parla nelle mie storie non è il Cristo, ma il mio Cristo, cioè la voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari interni miei».

Uno scrittore del genere può essere ancora attuale?  Assolutamente sì, perché Guareschi ha saputo parlare dell’uomo che è uguale in tutti i tempi e in tutti i luoghi; sofferenza, gioia, timore, ansia sono propri di tutti. In Giovannino troviamo le gioie genuinamente umane, che fanno battere il cuore, e gli esempi, le descrizioni, la testimonianza di una vita spesa bene, allo scopo di lasciare dietro di sé una terra ben coltivata, eredità per i propri cari, segno per chi cerca di vivere da cristiano autentico tra le contraddizioni del mondo. Guareschi non ha la pretesa di insegnarci a vivere: si accontenterebbe che tutti quanti imparassimo a vivere, e a vivere un po’ meglio, in conformità con le leggi stabilite dal Padreterno nella Sua infinita sapienza.  







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