ARTE/ Friedrich, il “divino” abita in noi

- Francesco Baccanelli

I suoi mari racchiudono la sete d’infinito degli uomini di ogni epoca, i suoi paesaggi meditazioni sulla caducità umana. È Caspar D. Friedrich (1774-1840). FRANCESCO BACCANELLI

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Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818) (Immagine d'archivio)

I suoi mari racchiudono la sete d’infinito degli uomini di ogni epoca, i suoi paesaggi invernali meditazioni sulla caducità umana. Il tedesco Caspar David Friedrich (Greifswald 1774 – Dresda 1840), oltre che nelle vesti di pittore, si trova perfettamente a suo agio anche in quelle di filosofo. La superficie delle cose non fa per lui. Il dato naturale è importante per la sua ricerca artistica, ma rappresenta soltanto il punto d’inizio. I significati che gli interessano vanno cercati più in profondità. E, più che con gli occhi, vanno scrutati con il cuore.

Questa indole è evidente in tutte le sue opere, a partire dal celebre Viandante sul mare di nebbia (Amburgo, Hamburger Kunsthalle), che ormai è divenuto un simbolo della solitudine dell’uomo moderno di fronte ai grandi interrogativi della vita.

Per avvicinarci meglio alla dimensione filosofica di Friedrich possiamo utilizzare gli scritti che ci ha lasciato lui stesso. Si tratta di appunti non destinati alla pubblicazione, brevi e frammentari. Per quanto, in certi passaggi, si rivelino poco agevoli (non mancano le contraddizioni, probabilmente dovute agli scarti cronologici tra una riflessione e l’altra, e il più delle volte è impossibile individuare i nomi degli artisti presi di mira nelle invettive), questi scritti raccolgono spunti davvero interessanti. Tra le edizioni in lingua originale, la più completa è: Caspar David Friedrich in Briefen und Bekenntnissen, a cura di Sigrid Hinz, Berlino, Henschelverlag Kunst und Gesellschaft, 1968. In italiano, invece: Caspar David Friedrich, Scritti sull’arte, Milano, Abscondita, 2001.

Le riflessioni che meritano maggiore attenzione sono probabilmente quelle dedicate al significato dell’attività artistica. Friedrich cerca di fissare su carta le coordinate del proprio lavoro, confrontando l’arte del primo Ottocento con l’idea di pittura che ha maturato nel corso degli anni: “Il compito dell’artista non consiste nella fedele rappresentazione del cielo, dell’acqua, delle rocce e degli alberi; sono la sua anima e la sua sensibilità a doversi rispecchiare nella natura. Riconoscere, penetrare, accogliere e riprodurre lo spirito della natura con tutto il cuore e con tutta l’anima è dunque il compito di un’opera d’arte”. E ancora: “Il pittore non deve dipingere solo quello che vede dinanzi a sé, ma anche quello che vede dentro di sé. E se in se stesso non vede nulla, smetta di dipingere anche quello che vede dinanzi a sé. Altrimenti i suoi quadri somiglieranno a quei paraventi dietro a cui ci si aspetta di vedere il malato o il morto”.

Nelle opere di Friedrich, accanto a una forte componente romantica, individuabile soprattutto nella scelta dei temi sviluppati e nell’approccio spirituale, si notano anche alcune cadenze classicheggianti. L’artista tedesco non sa rinunciare all’equilibrio delle forme, non riesce a fare a meno dell’armonia. E, come vediamo nelle sue grandiose aperture paesaggistiche, tradisce sempre una certa propensione per il bello ideale.

La sua estetica è (consapevolmente) in polemica con gli esiti più esuberanti del Romanticismo: “Esprimere i pensieri per mezzo dei contrasti più acuti è per voi diventata una norma. Voi cercate la molteplicità, perdete l’unità e vi smarrite in contraddizioni. Credete che la natura si manifesti solo attraverso il contrasto? Lodate forse la bellezza del mattino solo se la notte che l’ha preceduto è stata tempestosa? Oppure credete che dove c’è unità non possa esservi molteplicità, o che la semplicità sia vuota? È chiusa all’arte la sensibilità di colui al quale la natura non si manifesta nell’armonia più delicata, e che riconosce il suo spirito solo nel contrasto più acuto”.

All’interno dei suoi appunti, Friedrich se la prende anche con i colleghi più giovani. Li accusa di arrivismo e di scarsa preparazione: “Nelle epoche precedenti alla nostra i pittori – si pensi ad Albrecht Dürer e ad altri ancora – compivano il proprio apprendistato presso un maestro, come fanno i giovani calzolai ed i sarti. Ora però la superbia e la presunzione sono penetrate nei giovani, l’uovo vuole essere più intelligente della gallina, l’esperienza dei vecchi non viene più rispettata, ognuno vuol essere il maestro di se stesso”.

Alla modernità Friedrich guarda in modo sereno. Accoglie di buon grado ciò che può rendere migliore la vita delle persone. Al tempo stesso, però, non vuole assolutamente che l’arte perda la sua natura più intima. Sente il bisogno di difenderla da quanti intendono piegarla al culto della scienza. Dipinti e disegni devono continuare a rappresentare il mondo interiore dei loro autori: “Guardati dalla fredda erudizione e dal cavillare sacrilego, poiché uccidono il cuore, e quando il cuore e il sentimento sono morti negli uomini, l’arte non può dimorarvi. Conserva la tua sensibilità pura e di fanciullo, segui incondizionatamente la voce della tua interiorità, giacché essa è il divino in noi e non può trarci in inganno. Considera sacro ogni puro moto del tuo animo; rispetta come sacra ogni ispirazione pia, giacché essa è arte in noi! Nell’ora dell’entusiasmo essa diviene forma visibile, e questa forma è il tuo quadro”.

Arte e scienza, pur partendo entrambe da un’osservazione del dato naturale, sono per Friedrich due discipline del tutto diverse. Chi le confonde – è il caso, ad esempio, di Carl Gustav Carus, uno dei suoi più stretti seguaci – commette un errore gravissimo. Le questioni scientifiche non devono avere la meglio sul mondo interiore dell’artista, sui suoi sentimenti, sulla sua potenza creativa: “Costruite, se vi è possibile, delle macchine che racchiudano in sé lo spirito dell’uomo e sappiano esprimerlo, ma non plasmate degli uomini che siano simili a macchine, senza una volontà propria e senza un proprio dinamismo”. E ancora: “L’uomo, il pittore, non ha altra risorsa all’infuori della propria spiritualità, da cui derivano l’originalità e l’unità dei suoi dipinti”.  

È spirituale la lente d’ingrandimento con cui Friedrich interroga la natura. E spirituale è anche il fine della sua arte. Il pittore tedesco sente di poter essere utile all’umanità solo aprendosi all’Assoluto e rivolgendo le proprie attenzioni ai grandi interrogativi della vita. “L’uomo”, annota tra un appunto e l’altro, “non è per l’uomo modello incondizionato, ma è il divino, l’infinito la sua meta”. Attraverso l’arte Friedrich cerca di portarci dritti al cuore del mistero. Ci trascina di fronte al senso della vita. Ci mette a tu per tu con l’ineffabile. Sa che alla fin fine siamo tutti viandanti sulla terra e, per non lasciarci troppo soli con i nostri mari di nebbia, ci offre un piccolo ponte verso l’infinito.

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