LETTURE/ “Le cose semplici”, Doninelli racconta la fine e l’inizio del mondo

- Fabrizio Sinisi

L’ultimo romanzo di Luca Doninelli, “Le cose semplici” (Bompiani, 2015) proietta il nostro mondo nel futuro. Raccontando il crollo della civiltà e la sua ripartenza. FABRIZIO SINISI

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Immagine di archivio

Un romanzo straordinario, fluviale e spericolato come Le cose semplici (838 densissime pagine sono effettivamente un gesto spericolato) ha per forza di cose molti punti di vista e altrettanti ingressi: ognuno sceglie i suoi, compie il suo personale percorso. Il mio punto-chiave — il momento che m’illumina il testo in modo irrevocabile — è a pagina 385. Al netto della trama: ci sono un uomo e una donna, come in ogni grande storia occidentale — innamorati fino alla radice di sé. Tuttavia, per una serie di complesse vicende, non si vedono e non si sentono per vent’anni. Dopo appunto vent’anni, riescono a sentirsi per telefono: una telefonata tra un marito e una moglie separati da vent’anni di apocalisse, ai due capi dell’Oceano Atlantico, lui a Milano, lei a New York. Non hanno affatto smesso di amarsi — anzi forse l’amore, in quella distanza, s’è maturato; spaccandosi e dolorando, s’è inverato. Lei gli dice: “Vengo lì, se vuoi, e ti porto in America con me”. Quando?, chiede lui. “Subito, vuoi?”. Lui replica, incredulo: “Me lo chiedi?”, e lei, di rimbalzo, decisiva: “Io chiedo tutto”. 

Non si spiegherebbe il romanzo, o perlomeno il personaggio di Chantal (che del romanzo è la forza interna, l’anima, il miracolo e l’inquietudine), senza capire questo: Chantal è ciò che è perché la sua postura esistenziale è una perenne, insistita, addirittura quasi disumana domanda. «Io chiedo tutto». La domanda, qui, è la condizione del desiderio, ciò che domina l’essere di Chantal; un’assoluta dignità del desiderio come condizione essenziale della persona: Chantal «non permette mai al desiderio di racchiudersi in una voglia» (p. 488). Per Chantal, «la moralità consisteva nell’atteggiamento umano di fronte agli imprevisti» (p. 763). 

Le cose semplici potrebbe sembrare un romanzo di fantascienza; e lo è, ma nella misura in cui I promessi sposi può dirsi un romanzo storico. Doninelli proietta i suoi avvenimenti nel futuro senza propriamente inventare nulla, ma sviluppando in modo estremo e radicale qualcosa che è già nel presente: ecco, perciò, gli eventi dentro un orizzonte più ampio e più lungo. È ciò che in letteratura si chiama, propriamente, «visione». La trama è semplice: la storia d’amore (e poi il matrimonio) fra Dodò, linguista italiano, e Chantal, giovanissima enfant prodige parigina. Durante un giro di conferenze di Chantal negli Usa, in Occidente frana, letteralmente e molto rapidamente, il patto sociale. Viene meno la fiducia che regge governi, relazioni, contratti; l’Europa e l’America rimangono prive di qualsiasi collegamento, le comunicazioni e i trasporti s’interrompono. I due sposi rimangono ai due lati dell’oceano per vent’anni, testimoni di una civiltà crollata e (nella seconda parte del libro) protagonisti di una storia nuova. 

La prima parte del romanzo è destinata a cogliere le cause dell’apocalisse: la perdita di dignità del desiderio («Una civiltà coincide con i campi che apre al desiderio umano, e nessun delitto è altrettanto subdolo dello sterminio del desiderio», p. 551); l’incapacità pericolosa e disperata di sostenere una speranza “contro ogni speranza”: «Una volta stabilito con tutte le ragioni che la speranza non ha diritto all’esistenza in questo mondo, perché un uomo spera ugualmente?». La concezione di civiltà occidentale che emerge nel romanzo ha infatti soprattutto questa cifra: una lotta incessante fra la speranza e la disperazione, fra il desiderio e la mera sopravvivenza. 

Tuttavia l’analisi della situazione, l’individuazione delle cause della crisi non basterebbe a ripartire; la centratura sui valori mancati non sarebbe sufficiente. Solo un’iniziativa umana, una persona, è il luogo e il germe, l’energia di una ricostruzione. Questo luogo è Chantal. Da lei riparte la civiltà. E da dove, istituzionalmente, riparte? Qui ecco un altro colpo di genio: da un’università. S’insegna agli altri ciò che si fa fare. Insegnare, imparare e mettere in pratica vengono fatti convergere nello stesso gesto e nello stesso: la vita in comune, la città come luogo di costruzione di un bene per tutti. Inizia a stabilirsi — timidamente — un rapporto così ragionevole di convivenza e sopravvivenza, una forma così autentica di comunità, che torna a fondarsi storicamente ciò che era mancato nel vecchio mondo: la fiducia, appunto. Così come l’Europa era stata fondata «sul passaggio di sguardi dai maestri ai discepoli» (p. 194), il nuovo continente si fonda sul bene, sul buono, sul vero: «Il bene è la vera attrattiva. Quando mi trovavo con Chantal era il mio amore a dettarmi non soltanto le parole che dicevo, ma tutte le azioni, dal modo di comportarmi con un povero a quello di affrontare un argomento di conversazione, dalle parole da rivolgere a un cameriere alla scelta dell’itinerario per la passeggiata» (p. 189). È un ritorno alle origine come unica possibilità per la novità, per l’evento: il bene non come dovere, ma come inesorabile desiderio per sé. 

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