ARTE/ Marina Abramovich, come si può imparare a perdonare?

- Luigi Campagner

Tra le maggiori performance consacrate dal Moma spiccano le opere di Marina Abramovic. Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, un profilo dell’artista. LUIGI CAMPAGNER

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Marina Abramovic, Portrait with falcon (2011) (Foto Sean Kelly Gallery, New York)

Al Moma di New York i visitatori entrano colmi di attesa per “l’incontro” con alcuni tra i maggiori capolavori dell’arte pittorica: la Notte Stellata di Van Gogh, il Grande Nudo Disteso di Modigliani, Gli Amanti di Magritte, con un Picasso giovane non ancora cubista, o con Pollock e Rotko, i primi due pittori autenticamente americani. E restano stupiti quando finiscono “prigionieri” tra enormi schermi che proiettano (ripetutamente) la stessa scena in bianco e nero: un uomo e una donna nudi seduti su divani bianchi che si lanciano lentamente una grande palla. Mentre ancora guizza indecifrata l’emozione provata per le potenti opere, il pensiero che si presenta alla mente degli astanti è proprio quello che state pensando: “che palla!”, nel senso esplicito dell’esclamazione popolare, ovvero: “che noia!”. Un velo di vergogna impedisce al pensatore recondito che è in ciascuno — visitatore occasionale incluso — di accorgersi di aver espresso un pertinente giudizio estetico, certificando che l’autore della video installazione sia riuscito a veicolare il proprio messaggio sullo “stato dell’arte” del rapporto uomo-donna. Un’installazione sul magro (e scolorito) bilancio dei loro affari amorosi. È l’arte contemporanea, che come spiega chi la conosce e la studia, “non è un genere d’arte, ma l’arte dei contemporanei”, in qualche misura l’arte di tutti: a patto di non dislocare, melanconicamente, la propria esistenza in un costante altrove.

Tra le maggiori performance consacrate dal Moma spiccano le opere di Marina Abramovic, nata nel cuore della Belgrado comunista settant’anni fa: nomade d’animo, newyorkese d’adozione e Leone d’Oro 1997 alla Biennale di Venezia con Balcan Baroque,  l’impressionante (e nauseante) performance dedicata alla “macelleria” della guerra nei  Balcani, dove l’artista spazzola per giorni un imponente cumulo di ossa di manzo insanguinate.

Considerata  la “matriarca” della  Perfomance Art, Marina Abramovic ha realizzato proprio nelle sale del museo della Fondazione Rockefeller The artist is present (2010), la maggiore delle sue opere recenti, a cui anche la mostra Tenere vivo il fuoco (Rimini 2015) ha dedicato uno spazio importante. L’opera ricapitola un lavoro avanguardistico realizzato in oltre quattro decenni dall’artista da sola, in coppia con l’ex marito Ulay e poi ancora da sola, utilizzando per le esecuzioni il proprio corpo: “la mia casa è il mio corpo”, inteso come voce — ma non parola —, pelle, capelli, sangue, bellezza, sensualità, bocca, dolore e relazione: perché l’altro nella Performance Art fa parte dell’opera: “nel mio caso se non c’è pubblico non c’è arte”. In The artist is present la Abramovic “performa” per tre mesi consecutivi rimanendo seduta immobile per sette ore ogni giorno, senza mangiare, bere, o altro, a completa disposizione del pubblico attirato dalla sua forza e dal suo sguardo dimesso, a sederle di fronte per pochi intensissimi minuti, costantemente ripresi dalla  telecamera. Per diverse migliaia di persone perdersi nello sguardo dell’artista fu  un’esperienza catartica: di autenticità e purificazione, cifra di una performance clamorosamente riuscita. 

Anche l’artista la descrive come “la performance più radicale della mia vita” aggiungendo nella conversazione autobiografica con Alessandra Farkas sul Corriere, dal significativo titolo “Sono nata a sessant’anni”, che “il rigore di quei tour de force ha impresso in me una metamorfosi mentale e fisica profonda, trasformandomi come persona”.

Già dalla metà degli anni 60 Marina Abramovic vive un’esperienza di dissenso profonda nei confronti della “borghesia rossa”, di cui la sua famiglia fa parte grazie a vicinanza con Tito. Come altri dissidenti rischiò il manicomio, soprattutto quando la madre — ex maresciallo e direttrice del Museo d’arte della Rivoluzione — chiamò la polizia per farla internare: “qualcuno le aveva detto che sua figlia stava in una galleria d’arte nuda appesa a un muro”. “Mia madre mi aspettava con le luci spente… con un portacenere di vetro molto pesante in mano. Mi tirò il posacenere in testa ed ebbi il tempo di pensare: d’accordo. Non mi muovo, mi spaccherà la testa e finirà in carcere per il resto della sua vita. Alla fine, però, mi scansai”. Il padre, eroe della resistenza iugoslava, se n’era andato nel 1963, quando lei aveva 17 anni, dopo infinti scontri con la moglie, sfociati nella separazione. Traumi che ritornano anche in molte delle performance storiche, che alternano l’esibizione di un masochismo etico, finalizzato a svelare le recondite intenzioni dell’altro, a una posizione “passivo-aggressiva” messa in scena come tentativo di difesa dalle offese subite, per sfociare nell’opera Manifesto dell’artista (2013) nel precetto del perdono: l’artista deve imparare a perdonare.

Con le performance newyorkesi e la fondazione del Mai (Marina Abramovic Institute) nato col compito di promuovere The Abramovic Method, l’artista è entrata definitivamente  nello star system mondiale. Ha curato per Adidas un video in occasione dei Mondiali di calcio (Brasile 2014) e l’11 settembre 2015 è stata sua la regia della passerella di Givenchy, realizzata per la prima volta a New York, ai piedi della Freedom Tower. Dopo il video con Lady Gaga, reso disponibile sui social per 60 milioni di contatti, ha dichiarato che la sua prossima frontiera saranno i video virali. Ma temo che questa volta, come ha già notato Dagospia, la Abramovic — una tra le cento persone più influenti al mondo nel 2014 secondo il Time — dovrà prendere posto tra milioni di teenager. Non credo invece che tema la concorrenza (sleale) degli “apprendisti stregoni” dell’Isis perché su questo il pensiero dell’artista è chiaro: omicidio e suicidio non sono arte.

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