LETTURE/ Noi, peccatori baciati dal Padre

- Danilo Zardin

Ogni essere umano coltiva l’attesa della misericordia. Essa è anche uno dei grandi fili conduttori del magistero della Chiesa dei nostri ultimi tempi: l’Amore ci precede. DANILO ZARDIN

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Ludovico Carracci, Cristo e la Cananea (1593-4, particolare) (Immagine dal web)

Ogni essere umano coltiva l’attesa della misericordia. Fin dai primi passi nell’esistenza, non possiamo sfuggire al bisogno di un abbraccio pienamente materno, fatto di totale gratuità, di vera compassione e di perdono. La scena della pietà di Maria piegata sul corpo straziato di Cristo deposto dalla croce è forse l’emblema più commovente di questa dinamica dell’amore che attraversa persino la parete buia della morte. Il tema evangelico del ritorno del figlio vagabondo e ribelle alla casa del padre che non aveva mai cessato di volere il suo bene rimanda alla medesima esperienza radicale: l’uomo è bisogno, attesa di un bene da compiere, ma questo bene ci viene donato, si comunica a noi a partire da un Amore che ci precede. A Lui spetta l’iniziativa decisiva.

La tradizione cristiana ha sempre guardato alla realtà della misericordia leggendola in primo luogo dal punto di vista di Dio. Più che ad agire in prima persona, l’uomo si è trovato chiamato ad accogliere una promessa di vita nuova a cui prima di tutto aderire. E solo immergendosi nel respiro di una relazione di cui un Altro tiene i fili ultimi possiamo diventare, a nostra volta, balbettanti moltiplicatori dell’irraggiamento della carità in ogni ambito che ci circonda.

Il tema della misericordia costringe a ribaltare il primato presuntuoso dell’io soggettivo. Nel cuore della nostra mentalità postmoderna, l’io è ciò che determina il destino dell’individuo e modella la forma della scena del mondo. Si tratta invece di passare dal culto della falsa onnipotenza dell’ego all’umile realismo oggettivo imposto dal dato che non siamo noi i padroni esclusivi del nostro essere, e tanto meno del nostro futuro. Il bene, la gioia e la salvezza della vita, ciò che ci può soddisfare e rendere felici, ci vengono offerti come possibilità. Dipendono da qualcosa d’altro, fuori di noi, che viene prima di quanto possiamo realizzare con le sole nostre mani. La vita non è a nostra totale disposizione: noi per primi apparteniamo, siamo discendenza e frutto. Siamo generati. E la dimensione più naturale che rispecchia questo nostro essere il prolungamento di un amore che ci scavalca è, alla fine, solo la riconoscenza.

In pratica, la realtà stessa delle cose invita a rimettere al centro il senso della dipendenza da Dio, creatore amoroso, che cerca la risposta di adesione filiale della creatura. Il miope narcisismo dell’autoesaltazione ingenua deve lasciarsi riconvertire: questa sfida è uno dei grandi fili conduttori del magistero della Chiesa dei nostri ultimi tempi. La misericordia riscoperta come piena rivelazione del vero volto di Dio in dialogo con il desiderio inscritto nel cuore dell’uomo si è riappropriata della sua matrice “divina” nel modo in cui l’ha rilanciata Giovanni Paolo II. Dio-carità è stato il potente avvio dell’insegnamento più autorevole di Benedetto XVI. Ora si prosegue, con altri accenti ancora, nel solco del continuo rinvio di papa Francesco al perdono incondizionato dell’Amore che oltrepassa ogni fallimento, ogni senso di colpa dell’uomo prigioniero della sua clamorosa inadeguatezza. 

Non sono questioni di pura teologia di scuola. Qui si rimette in gioco la fede come chiave della risposta al problema umano, che non si può ridurre alla riforma del mondo sociale e al contenimento dei disagi che lo inquinano, ma consiste innanzitutto nella guarigione del male dell’io. Il nucleo di fondo su cui misurarsi non può che essere il dramma della luce o del senso da ridare alla vita della persona. Per coglierne le implicazioni, può essere utile tornare, proprio all’apertura del Giubileo straordinario della Misericordia, su alcuni passaggi della bella lezione di p. Mauro-Giuseppe Lepori presentata al Meeting di Rimini di quest’anno, sullo stesso tema generale dell’ultima edizione della manifestazione. 

Nella parte finale del suo intervento, l’abate generale dei cistercensi riprende il commento alla parabola del figliuol prodigo, sottolineando con forza la centralità di uno sguardo sulla vita del mondo dominato dall’esperienza della carità che non possiamo farci da noi, la carità che redime venendoci profusa in puro dono: “Non si può più vivere che per diffondere la testimonianza della misericordia del Padre, cioè della scoperta che anche l’ultimo dei perduti, soprattutto l’ultimo dei perduti, ha nel cuore di Dio uno spazio infinito di attesa, di desiderio, un abisso di amore misericordioso che arde di abbracciare, di baciare, chi è perduto”.

L’accenno all’ardore del bacio sponsale potrebbe sorprendere chi non è allenato a confrontarsi con il discorso religioso sviluppato fino alle sue ultime conseguenze. Ma il rimando viene subito dopo persino dilatato mettendo arditamente in rapporto il registro della misericordia nutrita dall’amore divino con il linguaggio di quello che una consuetudine plurisecolare ha etichettato con il termine di “adorazione”: “Gesù ha detto alla samaritana che il Padre cerca adoratori. In latino ‘adorare’ ha l’etimologia della tensione alla bocca, ad os, cioè comporta anche l’idea del bacio. È proprio questo che fa il padre della parabola col figlio appena tornato: lo stringe al collo e lo bacia. L’adorazione cristiana non è uno stare di fronte a un mistero indifferente, ma lo starci all’abbraccio e al bacio di un Dio a cui si ritorna, e i Padri della Chiesa non hanno mancato di far notare che il bacio di Dio è la comunicazione all’uomo dello Spirito Santo, [cioè] della vita e comunione amante della Trinità. Tutta la mistica cristiana sta in questo bacio del Padre misericordioso che ci trasmette lo Spirito dell’adozione filiale in Cristo. La mistica cristiana è una mistica di peccatori abbracciati e baciati dal Padre”.

Accostato in questi termini, il tema del ritorno del figlio perduto all’abbraccio amoroso del padre che, lui per primo, lo ha desiderato e gli è andato incontro si libera di ogni evanescenza superficialmente sentimentale. Le sue radici affondano in una storia di spessore straordinario, che le tracce segnaletiche abbozzate nel cenno di p. Lepori riconducono senza equivoci a una linea precisa della più alta pietà cristiana di ogni tempo. 

È la linea che trova per esempio nei Sermones di san Bernardo di Chiaravalle sul Cantico dei cantici una delle sue pietre miliari. Nel sermone ottavo, san Bernardo sfrutta già con assoluta esplicitezza la metafora del bacio per tradurre in simbolo concreto l’idea del vincolo che lega le persone divine nel mistero della comunione trinitaria e da lì si riverbera nel fiume di carità riversato sull’uomo disponibile all’umile atto dell’adorazione, trascinato dall’intensità dell’affetto che cerca un volto a cui fiduciosamente affidarsi: “Se, giustamente, il Padre viene inteso come colui che bacia e il Figlio come colui che è baciato, non sarà certo fuori luogo interpretare lo Spirito Santo come bacio, poiché egli è l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unità”.

Dalla matrice poetica del Cantico veterotestamentario, il tema del bacio segno supremo dell’amore in cui fluisce la misericordia divina assume anche, in un altro autore della prima generazione cistercense del XII secolo, Aelredo di Rievaulx, il significato più umano del bacio di amicizia che stringe nell’unità coloro i quali, condividendo la medesima vocazione al destino, diventano “un cuor solo e un’anima sola”. Ma il “bacio spirituale” a cui pensa Aelredo non è “un contatto della bocca, bensì un sentimento del cuore; non è un congiungere le labbra, ma un fondere gli spiriti”, e in esso traspare in controluce lo stesso “bacio di Cristo, perché è lui che lo dà, non direttamente con la sua bocca, ma con quella dell’amico, ed è lui quello che inspira in quelli che si amano quel santissimo affetto che li fa sentire uniti al punto da sembrar loro che, in corpi diversi, abiti una sola anima”. Gradino superiore, nell’ascesa al soprannaturale, è il “bacio intellettuale”, che è “l’infusione della grazia mediante lo Spirito di Dio”. E così si ritorna al registro più teologico, che vede nella terza persona della Trinità la forza del legame che tiene unite le prime due e comunica la possibilità della partecipazione alla loro totale fusione attraverso il dono della misericordia da cui l’uomo è abbracciato con un “bacio” di rigenerazione a vita nuova, che unifica e trasforma in una cosa sola.

Il tema dello Spirito Santo visto come bacio della misericordia divina si rintraccia già in Ambrogio. Riaffiora persino nella codificazione sistematica della scolastica di san Tommaso, e prima ancora percorre tutta la grande scuola monastica del medioevo occidentale, come mostra Gregorio Penco in un suo pregevole studio sulla spiritualità e sulla cultura che essa ha saputo generare. Tornando alla lezione di p. Lepori da cui siamo partiti: si può dire allora che l’esistenza cristiana come tale è un “andare verso tutti, e accogliere tutti, con la coscienza e quindi la testimonianza che ogni persona umana sta mancando al Padre, all’abbraccio e al bacio di un Dio che comunica sé stesso come amore, come misericordia”. La missione cristiana è inoltrarsi anche verso “il peggior nemico… lasciandosi precedere dalla coscienza, cioè dall’esperienza, e dalla celebrazione della misericordia eterna di Dio”. Perché non si può certamente dubitare che ci sia, forse più ancora che nei primi secoli dell’era cristiana, “un profondo bisogno di mistica della misericordia nel mondo di oggi”.

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