LETTURE/ Viva la laïcité, anzi no: che cos’è vivo e cos’è morto dopo il 13 novembre

- Markus Krienke

Che ne è, dopo il 13 novembre parigino, del vecchio caro principio di laicità, che ha regolato, pur tra alterne vicende, il rapporto tra stato e religioni in Europa? MARKUS KRIENKE

delacroix_liberta_rivoluzioneR439
Eugène Delacroix, Libertà che guida il popolo (1830) (Immagine dal web)

Uno degli effetti più significativi degli attentati del 13 novembre per l’Europa stessa e per la sua autocomprensione è l’intensificarsi del dibattito sull’integrazione. E ci si accorge che in questo dibattito manca un elemento per niente secondario, che solo ora ritorna di primaria importanza: il “fattore religioso”. Infatti, lo stato secolare europeo — che vedeva assicurata la libertà religiosa proprio attraverso l’esclusione della religione dalla sfera politica — non poteva contemplare nella religione un fattore specifico del problema dell’integrazione, in quanto gli era proibito di considerare la religione come fattore sociale tout court. In questa prospettiva, il modello francese poteva vantare di realizzare questa idea nel modo più puro, sebbene anche la laïcité francese consentisse notevoli eccezioni su questa linea. I modelli della Germania e dell’Inghilterra furono al contrario considerati quelli di una laicità “zoppicante”, perché privilegiavano alcune confessioni cristiane. E in Italia è tutt’ora in corso un dibattito molto acceso sui privilegi della Chiesa cattolica.

Ma sorprendentemente è proprio il modello à la française — che aveva assicurato l’integrazione sociale tramite la forte affermazione di uno stato neutrale “al di sopra” dei conflitti religiosi, etnici e via dicendo — il primo a essere messo fortemente in dubbio dagli avvenimenti post 11 settembre 2001 che sono tragicamente culminati nel 13 novembre francese. Il fattore religioso, secondo questa prospettiva illuminista, appare un elemento di divisione tra gruppi ed etnie, e per questo non può costituire un principio pubblico: l’unità nazionale si stabilisce unicamente tramite la volontà comune di affermare i valori costitutivi francesi. Ma il “fallimento” di tale idea di integrazione, tramite l’affermazione di una “neutralità” esclusiva di qualsiasi religione, non è semplicemente il segno del “fallimento” di un modello preciso, bensì una domanda critica al principio di laicità in tutta Europa, nelle varie e molteplici forme in cui esso è realizzato nei suoi paesi membri. Non bisogna dimenticare tra l’altro che questo principio francese è soltanto la realizzazione più radicale di quella laicità che vale per tutti i paesi europei.

Da qualche tempo, infatti, notiamo nei parlamenti e tribunali di tutta l’Europa un significativo aumento di tematiche collegate alla religione e alla convivenza di gruppi religiosi nelle società che credevamo secolarizzate. Se queste istituzioni laiche si trovano sempre di più a dover decidere “in materia religiosa”, non è questo già un superamento della laïcité? Non si tratta piuttosto di un coinvolgimento dello stato in una sfera dalla quale finora si è sempre distanziato nel nome di una neutralità indiscutibile? Invece si ritrova ora a dover regolare situazioni conflittuali nella società, come il problema dell’integrazione, in cui la religione assume un ruolo centrale. 

In altri termini, mentre la “religione” non si trova più in quella posizione che le è stata “assegnata” dallo stato secolare moderno, anche quest’ultimo, d’altra parte, ha lasciato la sua sfera di “neutralità di esclusione” e cerca ora di realizzare una siffatta neutralità in modo nuovo, attraverso una concreta affermazione della realtà religiosa: non a caso si parla ormai dell’epoca “post-secolare” in cui l’Europa è entrata a far parte.

Questa osservazione non significa in alcun modo che l’Europa debba superare il principio della laicità, che continua ad essere il principio fondamentale di libertà in qualsiasi stato politico. Ma certamente deve scoprire che quella direzione in cui essa l’ha interpretato finora — la “neutralità di esclusione” affermata dalla laïcité — pare come un ideale regolativo non destinato a essere realizzato nella sua radicalità. 

In altre parole, pur mantenendo fermo il principio di laicità, la neutralità dello stato si mette in atto soltanto attraverso una concreta collaborazione con le varie religioni che segnano la società civile, affermando positivamente la pluralità religiosa e riconoscendola come una risorsa indispensabile per la realizzazione di dimensioni fondamentali della società civile come la solidarietà e il rispetto reciproco.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori