LETTURE/ Czesław Miłosz, ci sono due sole parole da salvare

- Alessandro Rivali

Czeslaw Milosz (1911-2004), premio Nobel, non smise mai di interrogare il male, ne cercò un riparo (non la soluzione) nella poesia. Un testimone da non dimenticare. ALESSANDRO RIVALI

Czeslaw Milosz è un poeta che continua a dare vertigini. La sua opera è un braciere di meditazioni, alla ricerca di quella pietas così deturpata nel XX secolo, il secolo “cane lupo”, come insegnava la voce alta e sofferente di Mandel’štam.

Milosz è un maestro assetato di verità e la sua lezione è un autentico Eden per chi voglia sfuggire alle pastoie dell’individualismo e del frammento, almeno in campo poetico. In proposito, si può leggere il recente La testimonianza della poesia (Adelphi), un libretto delizioso che raccoglie “sei lezioni sulla vulnerabilità del Novecento”, una miniera ricchissima, particolarmente emozionante quando Milosz passa in disamina la poetica di molto Novecento invasa da una crescente “cupezza”.

Nel 1980 Milosz si aggiudicò il Nobel con questa motivazione: “Con voce lungimirante e senza compromessi ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti”. Giustissima intuizione di un premio Nobel indovinato (come, del resto, spesso accade per la poesia: Tranströmer, Szymborska, Walcott, Heaney), ma la sua poesia si sarebbe disvelata con altrettanta forza anche senza le ceneri della seconda guerra mondiale, le mutilazioni dell’amata Polonia o il “salato pane” dell’esilio.

Milosz ha infatti la più grande concezione possibile della poesia: può riparare dal male, può, in qualche modo, arginare il dolore, anche senza averne l’ultima interpretazione.

Per entrare nell’immaginario di questo autore c’è, prima di tutto, l’antologia (Poesie) pubblicata da Adelphi e curata da Pietro Marchesani.

Iosif Brodskij, altro Nobel meritato, le introdusse con una fulminante Presentazione: “Non ho alcuna esitazione nell’affermare che Czeslaw Milosz è uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande. E anche se si privano le sue poesie della splendida ricchezza stilistica della sua lingua nativa, il polacco (come accade inevitabilmente nelle traduzioni) e le si riducono al puro contenuto, ci troviamo pur sempre di fronte a uno spirito severo, inflessibile, di una tale intensità che l’unico paragone che si è in grado di pensare è con i personaggi biblici e, più di tutti, con Giobbe”.

Milosz è proprio come lui. Non si dà tregua, sempre proteso a un’interrogazione “verticale” sul male. Un suo testo capitale è ambientato a Varsavia nel ’45, “sulle macerie della cattedrale di San Giovanni”. Il poeta inizia così la sua meditazione: “Che pensi qui, dove il vento / che soffia dalla Vistola sparge / la rossa polvere delle rovine?” e conclude affermando che ci sono due sole parole da salvare: “verità e giustizia” (A Varsavia).

Milosz può essere luminoso e duro come il quarzo, oppure, quando abbandona la pelle di Giobbe, diventa un profeta ardente. E la prima fase della sua poesia ha accensioni apocalittiche che forse non dispiacerebbero ad alcuni narratori “sanguigni” del nostro tempo.

Basta prendere un campione come Scadenze, scritta a Vilna nel ’36: “Tutto trascorso, tutto dimenticato, / sulla terra solo fumo, nuvole morte / e sui fiumi di cenere ali che ardono / mentre arretra il sole avvelenato / e l’alba della condanna esce dai mari”. 

Milosz ha uno sguardo fotografico, che, per esempio, sigilla la verità in un cammeo per un’epifania femminile: “Quando c’è la luna e le donne in abiti a fiori passeggiano / provo stupore per i loro occhi, le loro ciglia e tutta l’organizzazione del mondo. / Mi sembra che da una propensione reciproca così grande / potrebbe finalmente risultare la verità ultima”. (Quando c’è la luna).

Milosz non si arrende al catino insanguinato della storia. È sì un poeta metafisico, ma è anche un teologo della storia. E quando il suo sguardo brancola nel buio, alza le braccia e la sua poesia diventa preghiera. Non solo Giobbe o Ezechiele, ma il re Davide che bussa alla porta di Dio nel tempo della pienezza e nella cruda solitudine.

Così nasce, per esempio, la struggente poesia per l’amico sacerdote Józef Sadnik, scomparso prematuramente a 47 anni. 

È impressionante il dialogo di Milosz con la morte. Sembra che alcuni testi siano scritti tra le lacrime. Ogni verso come una ferita, di un dolore composto eppure profondissimo: Milosz riesce a cogliere nella realtà una grazia, un’illuminazione, anche quando sembra prevalere la tenebra: “Pregavo Dio di fare di me ciò che volesse / e gli dicevo la mia gratitudine / perfino per l’insonnia quando mugghia la marea / e il conto della vita” (Pornic).

Di fronte alla “crisi” sull’uomo, Milosz non alza bandiera bianca. È un alfiere della speranza, che per ardore compete con un altro autore dal “cuore aperto” come Péguy. 

È davvero significativo che l’antologia più celebre delle sue poesie sia coronato da un testo sulla speranza: “Verso la fine del ventesimo secolo, nato al suo inizio, / dopo aver scritto libri, buoni o cattivi, ma laboriosi, / dopo conquiste, perdite e recuperi, // sono qui con la speranza di poter ricominciare da capo…” (Verso la fine del ventesimo secolo). 

La poesia è anche questo. Vedere chiaro nella notte oscura. Come insegnava Ungaretti o Giovanni della Croce. Per questo, lo dicevamo in apertura, Czeslaw Milosz è un maestro da cui ripartire.

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