LETTURE/ Caproni, quel muro della realtà che solo la carne può “sfondare”

- Daniele Gigli

Nel maggio del 1975 Livio Garzanti colmava un’attesa decennale, dando alle stampe uno dei libri cardinali del Novecento poetico italiano, “Il muro della terra”. DANIELE GIGLI

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Giorgio Caproni (1912-1990)

Quasi quarant’anni fa, nel maggio del 1975, quel Livio Garzanti da pochissimo scomparso colmava un’attesa decennale dando alle stampe uno dei libri cardinali del Novecento poetico italiano, Il muro della terra di Giorgio Caproni.

Attesa decennale perché l’ultimo volume del poeta livornese, il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, datava 1964. Dieci anni e oltre passati ad affondare il cesello in quella ferita dell’essere, in quella cesura tra questo mondo e l’altro, tra l’incertezza mascherata dell’al di qua e la speranza vagamente irragionevole nell’aldilà che dominava quel libro fin dall’inizio, con la sua fotografia del «…l’uomo che di notte, solo/ nel “gelido dicembre”,/ spinge il cancello e rientra/ — solo — nei suoi sospiri…» (In una notte d’un gelido 17 dicembre, da Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, p. 241). Un uomo, aggiungeva chiarendo il tiro nella poesia successiva, «che se ne va/ e non si volta: che sa/ d’aver più conoscenze/ ormai di là che di qua…» (Senza titolo, 1-4, p. 242). Un uomo e una condizione che ritornano nelle battute iniziali del Muro della terra: «Un uomo solo,/ chiuso nella sua stanza./ Con tutte le sue ragioni./ Tutti i suoi torti./ Solo in una stanza vuota,/ a parlare. Ai morti» (Condizione, da Il muro della terra, p. 287). 

Che cosa resta, si chiede Caproni con sempre più insistenza? Che cosa resta degli anni che passano, del dolore che avanza, del desiderio che giorno dopo giorno sembra irrachitirsi sempre più in un rancore sordo verso sé e verso le cose? «Di noi, testimoni del mondo,/ tutte andranno perdute/ le nostre testimonianze./ Le vere come le false./ La realtà come l’arte» (L’idrometra, 1-5, p. 291). La polvere e nient’altro: ché senza fine tutto è dentro o fuori indifferentemente, e non c’è strada o terra che al fondo resista alla corruzione del tempo. E anche combattere, allora, lottare, inebriarsi di una libertà senza guida abbagliati dalla nostra luce riflessa («Eran costretti, tutti,/ a seguir lui, il solo/ che avesse una lanterna. Ma all’alba,/ tutti, si sono dileguati»All’alba, 1-4 p. 305), tutto — senza un fine, senza un segno qui e ora che del fine sia indicazione sicura — assume i tratti grotteschi di una farsa senza personaggi e senza trama. 

Perché l’amore, perché la guerra, se — vinta la battaglia — ci attende il deserto? «A chi,/ […] annunziare l’esito», quando davanti a noi ci «stanno a guardare/ soltanto i morti, e alle spalle/ la sodaglia del mare?» (L’esito, 17-20, p. 311). Con chi condividere le fatiche, le brame, le gioie coltivate e vissute in un deserto disarmonico che non dà scampo? È una domanda che taglia obliqua tutta la raccolta, fino a trovare il suo culmine negli echi rievocati della guerra partigiana, dove lo scontro di desiderio e distruzione dell’uomo sull’uomo, del fratello sul fratello — ché tutte le guerre, si sa, sono guerre civili — esplode in un vis à vis gelido e sardonico tra due amici messi dal destino su rive opposte. 

Entrambi, racconterà Caproni più tardi, con in mano uno sten ed entrambi con l’obbligo di usarlo prima che lo faccia l’altro: «”Be’?” mi fece./ Aveva paura. Rideva./ D’un tratto, il vento si alzò./ L’albero, tutto intero, tremò./ Schiacciai il grilletto. Crollò./ Lo vidi, la faccia spaccata/ sui coltelli: gli scisti./ Ah, mio dio. Mio Dio./ Perché non esisti?» (I coltelli, p. 313). 

La disarmonia, il poco bene sempre mischiato al troppo male e sempre soccombente, la sensazione di abitare un mondo e una vita in cui non c’è patria né unità, ma solo frammenti e confusione. È qui che s’innalza il muro della terra, il muro di una ragione che tanto più è affilata, tanti più frammenti coglie, tanto meno sa legarli, convergerli a un senso unitario, finendo anzi con l’affondare nel dominio del dolore e del non senso: «Com’è alto il dolore./ L’amore, com’è bestia./ Vuoto delle parole/ che scavano nel vuoto vuoti/ monumenti di vuoto. Vuoto/ del grano che già raggiunse/ (nel sole) l’altezza del cuore» (Senza esclamativi, p. 339). Una ragione che percepisce una tale gamma di accenti da disperare che possano un giorno comporsi come accade invece nel miracolo della musica, dove un accordo si dice «risolto» quando ognuna delle sue note risuona di armoniche che ha in sé ma che non è in grado di produrre se non in rapporto con altre: «Tonica, terza, quinta,/ settima diminuita./ Rimane così irrisolto/ l’accordo della mia vita?» (Cadenza, p. 387). 

Un accordo irrisolto di note tanto più struggenti quanto più dolci, la disillusione di Macbeth, una ragione che, con Leopardi, sembrerebbe più umano non avere, data l’impenetrabilità del suo muro. Caproni ne è sicuro, cosciente di questo limite invalicabile che affermerà in più di un’intervista e che ne guiderà pensiero e poesia fino all’incompiuto Res Amissa, uscito nel 1991 un anno dopo la sua morte. 

Ma come sui muri, talvolta, fili d’erba si arrampicano penetrando tra la malta, così — quasi nascosto in mezzo al libro successivo — nel lucido razionalismo caproniano s’insinua un breve intermezzo che illumina un’altra ragione. Una ragione della carne che non può esimersi dal cogliere un di più dato e innegabile, un eppure che constata l’esserci delle cose, e che da questo esserci, solido e visibile, fa discendere il desiderio dell’ordine e della pace, la percezione vaga ma reale che quest’ordine e questa pace siano talmente desiderabili da non poter non essere anche veri: «Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo — un fiore — a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente — con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte» (Altro inserto, da Il franco cacciatore, p. 493).


(I numeri di pagina sono tratti da Giorgio Caproni, L’opera in versi, a cura di Luca Zuliani, Mondadori, Milano 1998).

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