LETTURE/ Philip Roth, raccontare la disperata vulnerabilità dell’uomo

- Silvia Stucchi

La biografia di Claudia Roth Pierpont (nessuna parentela con il romanziere), giornalista per il “New Yorker”, ripercorre la vita di Philip Roth attraverso le sue opere. SILVIA STUCCHI

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Philip Roth (Immagine dal web)

Riprendendo il titolo di uno dei più celebri romanzi di Roth, Zuckerman scatenato (1981), la biografia di Claudia Roth Pierpont (nessuna parentela con il romanziere), giornalista per il New Yorker, ripercorre la vita di Philip Roth attraverso le sue opere. Più che biografia, quindi, sarebbe più corretto definire questo volume “uno studio letterario”, che è cosa ben diversa, e forse anche più complessa di una biografia pura.

Come ammoniva lo stesso Nathan Zuckerman, prendendo a prestito le parole usate da Kafka in una lettera, “dovremmo leggere solo quei libri che ci mordono e ci pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci scuote con una botta in testa, cosa lo leggiamo a fare?”. Non a caso, questa citazione è posta in esergo al volume di Claudia Roth Pierpont, perché, in un panorama letterario che pure non è mai stato così ampio per opportunità di scelta, pochi sono gli scrittori che hanno scritto con più durezza, con uno scavo più spietato, provocandoci, esattamente mordendoci e pungendoci, su quei temi che costituiscono lo zoccolo duro della nostra essenza di uomini: il dolore, l’amore, il desiderio, la morte. 

O, come più dettagliatamente elenca l’autrice, i temi affrontati nel corso del tempo dalla narrativa rothiana sono “gli ebrei in America, gli ebrei nella storia, il sesso e l’amore e il sesso senza amore, il bisogno di dare un senso alla vita e il bisogno di cambiamento, genitori e figli, la trappola dell’ego e quella della coscienza, gli ideali americani, il tradimento americano degli ideali americani, le proteste degli anni Sessanta, la presidenza Nixon, l’era Clinton, Israele, i misteri dell’identità, il corpo umano nella sua bellezza e il corpo umano nella malattia che corrompe, le devastazioni della vecchiaia, l’approssimarsi della morte, la forza e il venir meno della memoria” (p. 11). 

Di fronte a cotanto, titanico spettro di argomenti, verrebbe da pensare che Roth sia un uomo tetro, cupo, serioso, burbero, mentre invece, come tiene a sottolineare l’autrice (che di Roth è stata una grande ammiratrice, e poi ha avuto anche la fortuna di diventare uno dei lettori cui lo scrittore sottoponeva le sue opere prima di pubblicarle), si tratta di una persona piacevolissima, di un conversatore amabilissimo, pieno, nei suoi discorsi, di guizzi, di vivacità e di ironia.

Uno studio letterario complessivo come Roth scatenato nasce quindi non solo dopo una conoscenza di anni da parte dell’autrice, ma, per la sua natura di studio retrospettivo, esso poteva iniziare a prendere forma solo una volta concluso l’intero sforzo creativo di Roth, e cioè una volta conclusa la stesura, da parte dello scrittore, di Nemesi, nell’autunno del 2009. E il ritiro dalle scene di Roth costituisce anche una sorta di precondizione che ha determinato la forma di questo saggio corposo, ma di piacevole lettura, di forma ibrida, in fondo, in cui trovano posto analisi dei romanzi, frammenti di chiacchierate con l’autore, “ricordi, osservazioni, opinioni, pensieri e ripensamenti” (p. 6), storie, aneddoti e persino lacerti di canzoni.

Non c’è aspetto della vita, e della produzione letteraria, di Philip Roth, che l’autrice trascuri in queste oltre quattrocento pagine: anzi, vita e letteratura sono inestricabilmente unite; l’una affonda le radici nell’altra. Ne emerge una lunga panoramica sulle umane debolezze, e, come imparerà il lettore, molti degli episodi, dei personaggi, degli aneddoti che hanno costituito il succo, il cuore e il sangue della materia narrativa di Roth vengono dalla sua vita stessa, dai suoi insuccessi, anche, a partire dal matrimonio con Maggie Williams, definito dall’autrice forse l’unione letteraria più devastante dopo quella tra Francis Scott Fitzgerald e Zelda. E devastanti, anche se a volte viste attraverso il filtro dell’ironia, sono le vicende dell’umanità, sempre dolente, ritratta da Roth. 

Per capire lo spirito e la tonalità, per così dire, di quest’autore, immaginando di trovarci nella felice condizione di non conoscere Roth (e dico felice perché una simile condizione presupporrebbe ancora la possibilità della scoperta dei suoi romanzi), potremmo iniziare da tre opere dei suoi ultimi anni, in primo luogo da uno dei suoi libri più duri, Everyman. Secco, scarno (poco più che un racconto lungo), Everyman parla di funerali, di fosse nei cimiteri, di morte, di ospedali, del deterioramento fisico e delle malattie che della morte sono l’anticamera: non per nulla la scena clou del racconto è ambientata nel cimitero un po’ fatiscente della cittadina del New Jersey dove sono sepolti i genitori del protagonista. Di fatto, un libro lugubre (dalla copertina tutta nera, simile, in fondo, nella sua tremenda essenzialità, a una lapide), e insieme un ottimo viatico per entrare dentro l’universo di Roth. 

Nell’omonimo morality play quattrocentesco, Everyman, nome parlante quant’altri mai (ognuno, un singolo che ci rappresenta tutti) incontra Death, la Morte, proprio quando meno se l’aspetta. Ma, contrariamente al personaggio medievale, l’Everyman di Roth — che incontra, anch’egli, la morte inaspettatamente, senza grandiosità alcuna, nel corso di un intervento chirurgico nemmeno dei più complessi — da perfetto uomo del postmoderno, è nell’angosciante condizione di non credere più a nulla, né a Dio né all’aldilà. Per l’Everyman di Roth, l’unico Paradiso davvero degno di questo nome è l’infanzia, ed è un paradiso, ovviamente, perduto e irraggiungibile; l’inferno, invece, ossia la rinuncia alla vita terrena, toccherà in sorte a tutti. Il racconto ha la “brutalità secca e diretta” (p. 342) di una serie di fosse scavate nella terra del cimitero. Come il nome richiede, Everyman è, infatti, un uomo del tutto comune, che, come tanti, ha dovuto ribassare le sue aspettative (pur avendo studiato pittura, si è riciclato in campo pubblicitario) ed è appagato di avere una vita più o meno come tutti. 

Ricorda l’autrice come la sola citazione da Everyman che i giornali ripresero e che fu usata come slogan sulla vecchiaia, come se fosse il precipitato della saggezza popolare, è una battuta “che a Roth venne in mente guardando i servizi televisivi sull’evacuazione di un ospizio durante l’uragano Katrina, con gente in barella e in sedia a rotelle che veniva caricata su una barca in mezzo ad acque turbinose: “La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro…” (p. 346).

Il sentimento è il medesimo, debordante, nel successivo romanzo, Il fantasma esce di scena, un libro, però, meno schematico e meno sentimentale di Everyman. Proseguimento di Scrittore fantasma (1979) mette in scena ancora una volta Nathan Zuckermann, che, dopo una clausura di anni, si reca a New York, non solo per motivi di salute, ma anche per ritrovare una donna che, molti anni prima, aveva incontrato, giovane e incantevole, presso lo scrittore Lonoff. Ora, invece, la donna ha passato i settant’anni, ha il cranio rasato con a vista una tremenda cicatrice ancor fresca, esito di un’operazione al cervello, e un’aria smarrita e squallida. In fondo, il romanzo parla non solo della vecchiaia, ma anche di quei pregiudizi, false nozioni e mistificazioni che ci fanno pensare a una divisione fra giovani e vecchi. 

E il terzo romanzo utile a immergerci direttamente nell’atmosfera della narrativa di Roth è L’animale morente, breve narrazione che, più ancora di altre sue opere, ha fatto guadagnare all’autore l’ostilità imperitura delle femministe e la fama di grande misogino, entrambe, a nostro avviso, immeritate. Protagonista del romanzo è David Kepesh, già al centro di Il professore di desiderio, in cui acquisiva una orribile consapevolezza, quella dell’inevitabile esclusione del desiderio da parte dell’amore e viceversa. Nell’Animale morente troviamo un Kepesh invecchiato, ma sempre brillante, che, oltre a insegnare letteratura all’università, conduce una trasmissione e, si può dire, è diventato una piccola celebrità locale. Le sue passioni sono due: la musica, e le donne; ieri studentesse ventenni, oggi le stesse studentesse diventate quaranta-quarantacinquenni; e, insieme, in questo orizzonte, pur paurosamente deprivato dall’angoscia del desiderio romantico, Kepesh pensa con ossessiva intensità a Consuela, studentessa con cui aveva allacciato una relazione anni prima, e con cui i rapporti si sono rotti, ma la cui bellezza e perfezione fisica hanno lasciato in lui un rimpianto pungente. Eppure, dopo aver letto decine di pagine, ecco che il breve romanzo cambia tono, e veniamo a scoprire una verità che riporta il racconto nel cono d’ombra della fine, rendendolo un disperato “trionfo della morte”: Consuela è molto malata, e, in effetti, il romanzo, nel finale, si rivela come il disperato rievocare, da parte del suo ex professore, la sua conoscenza con la giovane donna, nella speranza che sia lei, di cui Kepesh non ha notizie, a ricontattarlo.

Il tratto più interessante delle pagine di Claudia Pierpont Roth sta nel fatto che da esse emerge il ritratto di un uomo che, come dimostrano i suoi romanzi e tutti i suoi articoli, ha inesauribilmente trasformato la vita in parole, senza sosta e trasfigurando artisticamente episodi, incontri, particolari, e tutto questo per adempiere all’obbligo che si è assunto: raccontare la disperata vulnerabilità dell’uomo.


Claudia Roth Pierpont, “Roth scatenato. Uno scrittore e i suoi libri”, traduzione di Anna Rusconi, Einaudi 2015, 424 pp.

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