LETTURE/ Majakovskij, così la Rivoluzione inganna (e uccide) la nostra vita

- Fabrizio Sinisi

Vladimir Majakovskij è stato il poeta della Rivoluzione russa. Un ideale per cui vivere, un fuoco ardente più della rivoluzione stessa. Fino al tradimento e al dramma finale. FABRIZIO SINISI

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Vladimir Vladimirovic Majakovskij (1893-1930) (Immagine dal web)

Vladimir Majakovskij — lo dice ogni manuale — il poeta della Rivoluzione russa. È stato (i manuali sottolineano anche questo) uno che nella Rivoluzione bolscevica ci ha creduto davvero, fin dall’inizio: arrestato e carcerato dalla polizia zarista per tre volte in due anni, ci ha creduto al punto da aderire entusiasticamente ai criteri della propaganda sovietica; al punto da scrivere, nel 1925, un poemetto su Lenin. Quello che i manuali, invece, tacciono spesso, è che Majakovskij ha creduto alla Rivoluzione più della Rivoluzione stessa: ha chiesto e cercato nella Rivoluzione quello che la Rivoluzione non poteva dargli: una soddisfazione totale, una presenza di se stesso così totale da riempire una fame immensa, sproporzionata. Ricevendone poi tutto il contraccolpo di delusione e d’ombra. Attraversando con una passione quasi febbrile questa domanda, Majakovskij è stato fra gli artisti più vitali di tutto il Novecento. La sua vitalità, si può dire, è stata la forma stessa del suo destino: «Che posso farci», si chiede, «se io / con tutta, / l’intera portata del mio cuore / in questa vita, / in questo / mondo / credetti / e credo». E chiede, quasi prega: «Dammi un cuore! / E sangue – / fin nell’ultima vena». «Vastità, / me senza asilo / accogli / di nuovo nel tuo grembo! / Quale cielo adesso? / Quale stella?». 

Tutta l’opera di Majakovski, anche quella più dichiaratamente propagandistica, è costellata da queste emergenze di sincerità: domande che suonano come lampi improvvisi. Tanto più imprevedibili in quanto suonano come contraddizioni: il socialismo compierà tutto, la macchina (il grande mito del futurismo russo) renderà finalmente l’uomo completo. Eppure. Eppure queste domande scoppiano come squarci che la contraddizione del materialismo, invece che sopire, fa risorgere con una forza drammatica imprevista: «Ci sarà l’amore, non ci sarà? / E come? / Piccolo, grande? // Ma come verrà un vero grande amore in un corpo così?». E ancora, parlando della donna di cui è disperatamente innamorato: «Da sette anni queste acque mi tengono gli occhi addosso. / Quando, / quando arriverà la liberazione?». Per poi ricadere, battuto ma non sconfitto, in una mortificazione del desiderio che risuona come un dolore: «E allora di nuovo, / sconfortato e cupo, / prenderò il mio cuore, / irrorato di lacrime; / lo porterò, / come il cane / porta / nella cuccia / la zampa stritolata dal treno». Un dolore che ha in sé un presentimento, una vivacità che non si giustifica da sola: «E sento / che l’io / è poco per me. / Qualcuno da me erompe ostinato». 

Majakovskij ha presentito, vissuto, saputo e sofferto l’esperienza di un cuore vivo e di una vitalità debordante che sembra non trovare risposta; eppure spinge, spinge sempre di più, è ciò che rende implacabile la vita: «Se Marte esiste / e se lì c’è un cuore umano, / anche lui / ora / geme / per questo. (…) / Questo tema arriva, / ordina: / “Verità!”. / Questo tema arriva, / comanda: / “Bellezza!” (…) / Questo tema arriva, / non si consuma mai, / dice soltanto: / “D’ora in avanti guarda me!”. / E tu lo guardi, / e vai come l’alfiere / seguendo la terra d’un fuoco rosso seta. (…) / Questo tema è arrivato / nel mio quotidiano, / come una tempesta ha disperso uomini e cose. / Questo tema è arrivato, / scansando gli altri, / e solo, / è ormai vicino, non mi lascia». 

Tutta la fame, l’esuberante potenza vitale ed espressiva di Majakovskij hanno avuto, si può dire, un solo grande obiettivo e una sola grande speranza: il cambiamento. Che il mondo cambiasse, che l’uomo cambiasse, e le cose, e lui stesso — in un grandioso cammino verso la felicità e la pienezza. Per questo più di ogni cosa Majakovskij ha odiato la scontatezza, il vivere “senza febbre”: «Quel vivere in cui niente cambia, che si manifesta oggi come il nostro peggior nemico e che fa di noi dei filistei». 

Anche per questo, il 14 aprile del 1930, Majakovskij si è sparato un colpo di pistola al cuore. La Rivoluzione non bastava, non poteva bastare. Nel biglietto di addio, una frase è fulminante: «La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano». Ecco, forse, indica Majakovskij non solo con la sua opera ma anche con la sua fine, il dramma grande della vita di ognuno: che il grande amore si realizzi e viva, diventi storia, che non si spezzi contro il vivere. Ecco, sembra dire Majakovskij: la vita stessa ha la forma di questa domanda.  



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