LETTURE/ Quei monaci che Renzi, Varoufakis e Juncker hanno dimenticato

- Paolo Malaguti

Se l’Europa unita comincia nel dopoguerra e continua con la traballante moneta unica, l’unità europea risale a 1500 anni prima, alle radici del monachesimo occidentale. PAOLO MALAGUTI

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Immagine di archivio

Ogni estate vuole i suoi psicodrammi, e le televisioni, tra la replica di una fiction e un film di Alberto Sordi, di solito si buttano sulla cronaca nera. Quest’anno sta andando un po’ diversamente, e per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana le famiglie si radunano davanti alla televisione, ad ora di cena, per avere le ultime notizie in fatto di ristrutturazione di debiti, di spread, di accordi tra Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

Visto però che la televisione è televisione, dal problema di Grecia ed Europa si è scivolati sui tricipiti di Varoufakis, sullo sguardo sempre troppo duro della cancelliera tedesca, sul povero pensionato in lacrime di fronte al bancomat che in un servizio si trova ad Atene e in un altro a Corinto. Insomma, fossimo a novembre, potremmo lasciare l’affaire Tsipras alle aride latitudini dell’economia pura, ma siamo a luglio, e abbiamo bisogno di emozioni forti.

E dire che, a volerle, le condizioni per un upgrade del ragionamento ci sono tutte. E alcune sono venute, sia pure in nuce, proprio dalle parole dei cittadini greci intervistati dai giornalisti. Spesso, infatti, sono state pronunciate frasi del tipo “L’Europa senza Grecia non è Europa”, oppure “L’Europa esiste grazie alla Grecia di Socrate, Platone e Aristotele”.

Mi pare che, a parte sporadici casi, e comunque limitati alle considerazioni “di contorno”, il mondo politico europeo abbia ad oggi tranquillamente omesso la questione culturale che sta alla base dell’attuale frangente, concentrandosi sugli aspetti economici. C’è chi, come il nostro premier, esprime la volontà di ripartire da un ripensamento dell’Europa, ma, e qui, credo, sta il cuore del problema, comunque dopo la strozzatura economica.

Quanto avvenuto nelle ultime settimane ha messo in luce con chiarezza come, di fatto, un’Europa senza Grecia (o senza Italia? Senza Germania?) sarebbe, per come è costruita e pensata l’Europa, assolutamente possibile. Finché, nei fatti, essere in Europa coincide con il rispetto di una serie di parametri eminentemente economici, da un lato nessuno stato membro dell’Unione è al sicuro, dall’altro, con una provocazione, qualsiasi stato che rispetti tali parametri potrebbe entrare nell’Unione, poco importa che si tratti del Giappone o dell’Argentina.

Al di là del fatto che l’Europa sia nata, prima che come Europa delle culture, come sviluppo di accordi di tipo economico e commerciale nel secondo dopoguerra, e al di là del fatto che, stando ai sondaggi, in tutti i paesi europei, e con percentuali bulgare, il momento ritenuto più caratterizzante nel processo di sviluppo dell’Unione sia considerato l’avvento della moneta unica, mi pare che il nodo logico, presente in questi giorni, anche se nascosto, sia assolutamente etico, non economico, cioè, ancora una volta, il dominio di un relativismo dogmatico che, a noi ben noto quando si parla di etica di genere e politica della famiglia, pure si adegua e si insinua in ogni ambito, anche nei bilanci e negli spread.

Proverò a spiegarmi raccontando qualcosa della mia infanzia, che credo sia capitata a molti. Quando i miei genitori litigavano, e magari si tenevano il muso per qualche giorno, io, dall’alto dei miei sette o otto anni, ero divorato dalla paura che mio padre o mia madre se ne andassero di casa. Quando, vedendomi triste e preoccupato, mia madre mi obbligava a confessare i miei timori, ricordo che si metteva a ridere, e si limitava a dire: “La mamma e il papà non se ne vanno”. Quel verbo al presente, all’epoca non dominavo le categorie verbali ma il concetto mi pareva comunque chiaro, non era limitato al momento specifico, ma abbracciava le sostanze universali della mamma e del papà, che, in quanto tali, non se ne sarebbero mai andati.

Ecco, poter dare per valide alcune cose una volta per sempre, avere la consapevolezza che certi argini non si sarebbero mai rotti, possedere, in altre parole, delle verità assolute, mi ha donato una pace e una solidità di cui ancora oggi godo. In Europa a mio avviso oggi manca proprio questo, la condivisione di valori superiori ritenuti validi nonostante tutto. È una questione di prospettive, ma di estrema rilevanza: per come è nata, l’Europa oggi pone agli Stati la domanda: “Sei in grado di restare?”; se fosse nata, o se venisse rifondata su altre basi, la domanda da fare, nel caso, sarebbe: “Cosa mai avrai combinato per dover uscire?”

E così siamo arrivati al cuore del problema, ossia quello delle basi, delle fondamenta, di questi valori dentro ai quali gli europei potrebbero forse riconoscersi, finalmente, non come parti di alchimie finanziarie, ma come esiti, magari differenziati, di percorsi culturali corradicati. L’anziana che punta il dito contro la telecamera dicendo che l’Europa non può fare a meno della Grecia, per quanto questa ha dato alla cultura classica, di fatto sta dando una sua risposta, rispettabile, alla questione. Con altre parole e altra profondità, Massimo Cacciari ha parlato, in un intervento profondo e condivisibilissimo almeno nei presupposti, della Grecia, madre del logos, come “migliore patria”, citando Von Humboldt, per l’Europa.

Non credo però che la prima e più profonda radice d’Europa sia da ricercare nel pensiero classico. Probabilmente è la seconda radice, anche se è evidente un apparente anacronismo. Come lo stesso Cacciari riconosce, l’importanza del mondo greco, almeno come orizzonte culturale di riferimento, sorge (o risorge) in Europa solo a metà del XIV secolo, a partire dal preumanesimo di Petrarca, che per primo, quasi contestualmente a Boccaccio, cerca di apprendere qualche ombra della lingua di Omero da un maestro di dubbia competenza, Leonzio Pilato, che il raffinatissimo autore dei Rerum Vulgarium Fragmenta accuserà tra l’altro di scarsa propensione all’igiene personale. 

La generazione dell’umanesimo maturo, quella di Lorenzo Valla e Angelo Poliziano, già si muoverà con la destrezza e l’acribia del metodo filologico tra latino e greco, complice, non dimentichiamolo, la caduta della Costantinopoli dei Paleologi nel 1453 in mano a Maometto II, e la conseguente emorragia di uomini e testi dall’Oriente greco all’Occidente latino.

Guardando alle spalle di Petrarca, non possiamo tralasciare l’importanza essenziale di Aristotele sulla rinascita culturale del Duecento, ma non possiamo nemmeno omettere il fatto che l’Aristotele di Dante (che non conosceva il greco e aveva probabilmente letto una sorta di Bignami tardoantico dell’Iliade noto come Ilias latina) è filtrato dal pensiero tomistico, ricompreso, per così dire, alla luce della Rivelazione.

Credo che sia stato un altro il momento in cui non solo culturalmente, ma anche politicamente l’Europa, o almeno l’Europa coincidente con le attuali Inghilterra, Italia, Francia, Germania, Svizzera, Austria, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, si è trovata unita in una fase fondativa di sostanziale importanza: il monachesimo occidentale. 

Una fila di carri, nell’anno 597, percorre la vecchia rete stradale romana da sud a nord, in direzione di Canterbury. La guida un monaco di nome Agostino, inviato da papa Gregorio Magno. I carri, oltre alle altre cose, contengono decine di manoscritti, esemplati con ogni probabilità nella biblioteca Lateranense. Beda il Venerabile scriverà che il papa invierà ancora “nec non et codices plurimos” ad Agostino, negli anni successivi.

Un secolo dopo, Benedetto Biscop, che vivrà per 75 anni, tra il 634 e il 709, scenderà dall’Inghilterra in Italia almeno sei volte, e fonderà, tra l’altro, i monasteri di Wearmouth e di Jarrow. Sturmi, discepolo dell’inglese Bonifacio, nel 774 fonda il monastero di Fulda; Pirmin, forse proveniente dalla Spagna visigotica, fonda nel 724 Reichenau. Gli esempi potrebbero ovviamente proseguire ancora molto a lungo, passando da Cluny a Bobbio, da Salisburgo a Iona, da Tours a, ovviamente, Montecassino.

Per più di un motivo credo che sia l’Europa dei monasteri la prima, vera Europa alla quale oggi potremmo e dovremmo richiamarci. In primo luogo, fu quello il primo momento di diffusione di una cultura scritta e condivisa “orizzontalmente” dopo la caduta dell’Impero romano. Virgilio, Stazio, Lucano, Cicerone, Plinio, Pompeo Trogo, Giustino sono i primi di una lunga serie di “salvati” grazie agli scriptoria di tutta Europa, e poco importa che i centri di scrittura e le biblioteche fossero di fondazione irlandese o cassinese, franca o tedesca, e che scrivessero in onciale o beneventana o minuscola carolina.

In secondo luogo, come ampiamente dimostrato da E.R. Curtius nel suo insuperato Letteratura europea e Medio Evo latino, quello che si attuò nell’Europa altomedievale non fu una semplice operazione intellettuale, una trasmissione arida di testi scritti, la clonazione asettica di opere da un’antichità sublime verso un’epoca, di là da venire, che, grazie alla filologia, potesse finalmente ripulire Cicerone dalle scorie medievali riconsegnandolo alla purezza dell’antico. 

Quelle generazioni di uomini, evangelizzatori, scrittori, lettori, crearono, comunicando tra di loro grazie alla fitta rete di scambi che di fatto sussisteva tra i monasteri “fratelli” in tutta Europa, un immaginario, un sistema di codificazione e di gerarchizzazione del reale e dei suoi valori, che oggi abbiamo dimenticato (dimenticando ad esempio i nomi di Alano di Lilla, Bernardo Silvestre, Eberardo il Tedesco), ma di cui, nondimeno, siamo eredi.

In terzo luogo, a differenza del recupero del pensiero greco nell’umanesimo e a differenza in fin dei conti della concezione stessa del sapere filosofico nel pensiero greco-romano, intrinsecamente connesso con le arti liberali e quindi con l’otium, la cultura del monachesimo occidentale è stata in grado di intervenire, di incidere in profondità nel territorio, non solo con un’opera di evangelizzazione che, come nel caso di Bonifacio, fu in grado di portare la Germania alla Chiesa e all’Europa (cosa che non era riuscita a Roma) ma con la creazione di quella rete infinita di infrastrutture economiche connesse al centro abbaziale, prodromiche alla cosiddetta rinascita del Mille. La stessa esperienza politica carolingia, se non si fosse mossa nel solco di un’alleanza con la Chiesa di Roma e di una stretta collaborazione con il monachesimo penetrato nel regno dei Franchi dall’Inghilterra (vedasi Alcuino di York), difficilmente avrebbe avuto gli esiti che oggi, in modo un po’ miope, sono ancora considerati la protogenesi dell’esperienza di un’Europa unita, di fatto già in essere da almeno 150 anni.

E per concludere ad anello, tornando all’economia, proviamo a pensare a cosa sarebbe oggi l’Europa se fossimo rimasti alla concezione romana del labor / fatica, di cui è rimasta traccia ad esempio nel travail / travaglio francese. La cultura ellenistica aveva inventato, con la macchina di Erone, il prototipo del motore a vapore. Il salto logico dall’ambito dei mirabilia a quello dell’ausilio al lavoro quotidiano non ci fu non già per ingenuità degli antichi, ma per la concezione stessa del lavoro, che, essendo una “cosa da schiavi”, non era necessario nobilitare. 

Solo nel momento in cui il labor è uscito dalla sua condizione umiliante e servile ed è entrato, contestualmente alla preghiera, negli ingredienti stessi della salvezza, si sono create le condizioni culturali e antropologiche per la fioritura socioeconomica dell’Europa moderna.

Come si vede, i nomi e i fatti ci sono, per andare alla ricerca di quei valori comuni che sempre e comunquerestano in e di ogni paese che si riconosce nell’Europa, al di là del suo rapporto deficit/pil. Il dubbio, a questo punto, è nella presenza o meno della volontà politica di fare questo passo. Forse un’Europa che finalmente si riconosca legata da vincoli indissolubili fa paura, meglio un’Europa debole, finanziaria, che accetta di perdere i pezzi per strada, come una famiglia che si sgretola nonostante gli anni di vita assieme. 

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