LETTURE/ “Fuoco unanime”: la paternità dei santi, la tenerezza dei poeti

- Alessandro Rivali

le collane di poesia in Italia sono morte, dicevano alcune terze pagine di diverse testate la scorsa estate. “Fuoco unanime” di Daniele Gigli ne è la smentita. ALESSANDRO RIVALI

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“La poesia è morta”. O, meglio, “le collane di poesia in Italia sono morte”. La sentenza spettrale si è aggirata per le terze pagine di diverse testate la scorsa estate. Se è difficile conoscere il futuro “cartaceo” della poesia, forse è più facile rassicurare sul destino di quest’arte che dalla saga di Gilgamesh in poi ha scaldato tanti cuori: no, non morirà. Perché è intimamente legata alla sete di verità e di conoscenza di ogni uomo. Chissà, forse ai poeti toccherà di vivere un nuovo e diverso samizdat, fatto di letture tra amici e pubblicazioni a tirature limitate, o, forse, come ha ricordato un maestro come Giampiero Neri, toccherà loro di essere come il Battista nel deserto, che insegnava controcorrente o nell’indifferenza.

Nella realtà dei fatti, la poesia italiana è molto viva e tra le novità un posto particolare spetta al Fuoco unanime di Daniele Gigli, che è allo stesso tempo un poema, un quaderno di traduzioni (la rivisitazione del Mercoledì delle ceneri) e una profonda lettura del nostro tempo (così rapido e coperto di lividure).

Gigli guida il lettore in un viaggio senza sconti. Lo fa dantescamente passare per molte terre dolenti. Indica, come un Giobbe ulcerato, molti mali: le città alveare, gli uomini divenuti automi, le anime scavate dall’ansia, le “albe e tramonti troppo svelti”. Il tarlo che morde la sua poetica è la ricerca della vita autentica. E il suo nemico è colui che edifica “travi di cristallo, cattedrali di superbia”, l’uomo sicuro di sé, svuotato dalla ricerca di senso. 

Nel retroterra di Gigli c’è la Scrittura ed Eliot, con molta terra “guasta”: “S’incurvano lontani verso l’erba sguardi allucinati e grigi. S’alzano nel nero i fumi della terra”, e, ancora, “La terra delle ossa senza tendini, dei corpi sfarinati è adesso, / adesso e in ogni luogo. / Passa in un’epoca l’acciaio della notte, il fremito dei corpi senza nome”. Ma il suo viaggio è attualissimo e rievoca quegli scenari grigi tanto presenti nelle descrizioni di Cormac McCarthy, autore ossessionato dal “male” e della ricerca di un “fuoco” salvifico (come nella Strada e nella sua ottima resa cinematografica firmata da John Hillcoat).

A Gigli interessa il segreto (e lo sguardo) di chi vuole ricostruire dopo lo sfacelo. La capacità di sognare e di perdonare anche dopo il disastro (magari interiore). Ed è per questo che le visioni di Fuoco unanime ricordano anche le pagine di un libro che andrebbe riscoperto, penso a Un cantico per Leibowitz (1959) di Walter Miller: storia di un mondo devastato che inizia a risorgere accanto ai ruderi di un antico monastero (l’autore fu tra gli aviatori che rasero al suolo l’abbazia di Montecassino rimanendone sconvolto). 

La poesia di Gigli (1978) è un unicum tra i nostri autori più giovani: sorretta da una lingua dura e tagliente (quante volte ritorna la parola “pietra”), si muove secondo una meditazione concentrica e sempre più alta. Ha qualcosa del Luzi estremo (“Tu dove sei, mi chiedo, dove in questa luce incerta: / ancora qui, ancora nel mio cuore o fuori, inanimata, persa?”) e il raccoglimento contemplativo di Milosz (“Guardami, Signore, e accogli questo canto di ascensione”). Di certo, non esita a guardare in faccia temi “ustionanti” come l’Origine e la sofferenza: “Come il dolore scava l’ossidiana, / scortica la pietra, stiamo qui, né ieri né domani. / Prego per te, per la tua fede stanca, per la mia: / non gravi il peso più della memoria, / non più gravi dell’amore”.

Il vertice di Fuoco unanime è Alyscamps. Fortissima l’immagine di partenza: uomini affidano cadaveri a un grande fiume, il Rodano, perché possano essere recuperati e poi sepolti nei Campi Elisi di Arles: “Portaci a casa” mormorano i corpi stesi / nelle casse. […] “A casa, a casa” / prendono coraggio le ossa, si ubriacano di sé berciando / all’acqua, a quelli che rimangono, rivolgono il lamento / a un mondo d’ombra e attesa”. 

Qui arriva la resa dei conti finali, l’Apocalisse, e qui vengono toccate le corde più profonde dell’animo umano, evocate dal coro dei “vinti”: “Avremo un corpo luminoso un giorno?” / Si innalzano preghiere dalle case, / dai borghi che inchiodarono le assi. / “Un giorno, un giorno” / chiedono pietà e memoria – loro estinti…”.

E la risposta del poeta è lucidissima e intessuta di speranza: “Avremo / un corpo luminoso un giorno e carne viva, / un amore più perfetto”. Ed è un balsamo corroborante perché in questo tempo violento abbiamo davvero bisogno di molta paternità e tenerezza. Quella dei santi e, qualche volta, dei poeti.

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