IL CASO/ Perché il “segreto” di Caravaggio costa così caro a James Bradburne?

Un “incidente” a Brera provocato da James Bradburne ha portato alle dimissioni di Giovanni Agosti. Al centro del caso, il presunto Caravaggio di Torquin. GIUSEPPE FRANGI

29.10.2016 - Giuseppe Frangi
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Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, particolare (1598-99) (Roma, Palazzo Barberini)

Toccare Caravaggio è sempre come toccare una bomba. Lo ha sperimentato in questi giorni anche il brillantissimo direttore della pinacoteca di Brera, James Bradburne, che è incorso in un incidente rovinoso: ha deciso di esporre al fianco della Cena in Emmaus, capolavoro del maestro lombardo che è nelle raccolte del museo, un quadro molto controverso. Si tratta di una Giuditta che decolla Oloferne, replica del celebre e cruento quadro custodito a Roma nel Museo di Palazzo Barberini. Il quadro era stato ritrovato nel 2014 nella soffitta di un collezionista di Tolosa ed era poi stato acquisito da un mercante parigino, Eric Torquin. 

Da tempo l’attuale proprietario aveva progettato di esporlo a fianco di un Caravaggio autentico e sicuro: l’idea era quella di un confronto, ma l’obiettivo vero era quello di consacrare il quadro con una mostra che ne sancisse l’attribuzione. Aveva proposto di esporlo a Napoli e poi anche allo stesso Palazzo Barberini, per affiancarlo al suo originale, ma aveva ricevuto dinieghi dai direttori dei due musei. Così ha provato con Brera e ha trovato inaspettatamente una porta aperta. 

Da tempo infatti il direttore di Brera stava cercando un modo per organizzare attorno al “suo” Caravaggio una piccola esposizione come quelle già dedicate ad altri due capolavori della raccolta, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello e il Cristo Morto di Mantegna. Una filosofia molto azzeccata di valorizzazione del proprio patrimonio, che non comporta grandi costi e che ha incontrato un grande consenso di pubblico. Per Caravaggio Bradburne si è però lasciato ingolosire dalla proposta del mercante parigino, senza pesare bene le ricadute. 

Il quadro scoperto in Francia infatti è al centro di un acceso dibattito tra gli storici dell’arte: pochi credono che si tratti proprio della replica che le fonti attestano Caravaggio avesse dipinto di quel suo soggetto, appena fuggito da Roma per il delitto commesso. Sono gli stessi mesi in cui aveva realizzato il quadro custodito a Brera, e quindi la coincidenza era invitante. Bradburne è così volato a Parigi con Nicola Spinosa, ex sovrintendente di Napoli ed esperto dell’ultimo periodo di Caravaggio: Spinosa era aperto sostenitore dell’autenticità del dipinto e l’osservazione in diretta lo ha confermato nella sua tesi. Il problema è sorto quando il gallerista ha posto la sua condizione: avrebbe concesso il quadro solo se sulla didascalia fosse apparso il nome dell’artista senza nessun punto interrogativo, come si fa con le attribuzioni controverse. Bradburne ha accettato la condizione, senza preventivamente avere l’avvallo del comitato scientifico di Brera, composto da Giovanni Agosti, Fulvio Irace e Philippe Daverio. 

Ma cosa ci sta a fare un comitato scientifico se non viene interpellato su decisioni di tale delicatezza, tanto più che Bradburne non è storico dell’arte ma ha cultura manageriale? Agosti e Irace hanno fatto sapere immediatamente di non essere d’accordo, anche perché il quadro è in vendita e quindi la sua esposizione a Brera con la dicitura “Caravaggio” senza punto interrogativo, ne avrebbe aumentato di molto il valore. Non a caso Torquin ha imposto un valore assicurativo di ben 120 milioni di euro. 

Per cercare di mediare Bradburne ha proposta una soluzione in cui invece del punto interrogativo a fianco del nome nella didascalia ci fosse un asterisco che rimandava ad una nota della direzione della pinacoteca in cui si spiegava che questa era una condizione imposta dal prestatore e che non significava che il museo facesse propria quella attribuzione. Un’ammissione che ha reso ancor più grave la situazione, in quanto ha reso esplicito il “ricatto”. Agosti (che è lo storico dell’arte del gruppo) a quel punto ha ritenuto di non poter avvallare un’operazione di questo tipo e ha così dato le dimissioni, che hanno dato al fatto un’eco clamorosa. 

Eppure la strada da seguire era semplice: fare dell’esposizione del quadro un laboratorio per mettere al lavoro gli storici dall’arte e confrontare le varie ipotesi. Ma il senso di ogni laboratorio è che si arrivi al risultato (sempre che ci si arrivi…) alla fine e non prima di cominciare. 

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