ATTENTATI BERLINO E ANKARA/ Islamisti, ’68, Br: qualcosa in comune c’è

- Lorenzo Roesel

“È possibile riconoscere una rispettiva familiarità fra l’esperienza sessantottina o musulmana e quella terroristica di ieri o di oggi”; ma scegliamo di non vedere. Lettera di LORENZO ROESEL

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Immagini di repertorio (Foto: LaPresse)

Caro direttore,

Ho letto con attenzione l’interessante articolo uscito ieri a firma di Guido Salvini su Il Foglio dal titolo “Non nascondiamo l’Islam”. L’ho trovato equilibrato, corretto e sufficientemente esaustivo nel suo ragionamento complessivo. Mi permetto tuttavia di aggiungere un elemento ulteriore, relativo ad un significativo passaggio dell’articolo. Mi riferisco in particolare a quello in merito al paragone fra il terrorismo islamico e organizzazioni similari “laiche” che appartengono al nostro passato più oscuro, come le Brigate rosse. L’autore, velocemente, ne ammette l’incomparabilità ma la questione è molto più complessa. 

Non intendo qui rifarmi alle caratteristiche proprie del fenomeno terroristico italiano, evidentemente discordanti con quello contemporaneo di matrice islamica sia per la rispettiva espressione operativa sia per il movente ideologico. Nato in una società democratica e parlamentare che aveva raggiunto eccezionali traguardi economici e di sviluppo il primo, il secondo s’intreccia piuttosto con riformulazioni teologiche, rivendicazioni nazionalistiche e disagi economici. Apparentemente i fenomeni non hanno effettivamente nulla in comune. 

Eppure, l’atteggiamento di molti contemporanei (musulmani e non) verso il fenomeno terroristico islamico rischia di essere il medesimo che perdura da decenni nella società italiana rispetto al nostro oscuro periodo terroristico. 

Della nostra più travagliata epoca recente infatti, rimangono divisioni e incomprensioni depositate in profondità nel tessuto sociale del nostro paese. Gli “anni di piombo” hanno lasciato una voragine fra chi della lotta armata fece bandiera e modello di azione, chi da essa si astenne e chi ne fu spettatore o perfino vittima. Intere generazioni che tutt’ora vivono incomprese l’una all’altra e incapaci di dialogo, perché ultimamente sprovviste di “memoria”. 

Impossibilitate cioè all’impegno di un reciproco riconoscimento del nucleo fondativo di quegli anni e della coscienza che li guidò. 

Mi riferisco qui all’intricata connessione tra l’esperienza sessantottina e il fenomeno terroristico successivo. Una linea di continuità così profonda da far percepire, non a caso, un malcelato peso di responsabilità morale anche a quei protagonisti del periodo che non furono tuttavia membri di nuclei di lotta armata.

A mancare nel dibattito culturale e storiografico attuale sul terrorismo italiano è l’ammissione finale che il terrorismo italiano altro non era se non una più profonda e allo stesso tempo esplicita manifestazione storica della radicale posizione rivoluzionaria violentista del Sessantotto. L’estrema forma di violenza di un linguaggio e di una cultura politica sessantottina per nulla spuria o aliena ad essa, ma che piuttosto ne covava inconsciamente la pulsione al suo interno. 

Ecco, improvvisamente, che il paragone con il terrorismo islamico si rivela insospettabilmente adeguato. Così come ancora oggi ci ostiniamo a non voler vedere le innegabili continuità culturali, sociali e politiche tra la posizione sessantottina e il processo terroristico, così la grande maggioranza dei musulmani di ogni paese, forse con la benevolente intercessione dei maggiori media occidentali, non intendono tutt’ora fare i conti con il loro lato più oscuro. Non vogliono vedere le interconnessioni e gli evidenti pretesti che la loro propria identità fornisce a quella estrema forma di ribellione e di militanza violenta che ha colpito a Istanbul, a Zurigo e a Berlino. 

In entrambi i casi, il tentativo è esorcistico: si pensa che ignorando il rapporto, smentendolo pubblicamente, rinnegandolo con forza, si salverà ciò che di buono vi è nella propria appartenenza (religiosa o politica) e si isolerà e condannerà più facilmente la pratica terroristica. Ma l’effetto è l’opposto: si perdono infatti così di vista le precise responsabilità del proprio inconscio e se ne impedisce la catarsi. 

È possibile riconoscere una rispettiva familiarità fra l’esperienza sessantottina o musulmana e quella terroristica di ieri o di oggi: ma occorre averne il coraggio, senza temere per questo di subire sommari giudizi di massa che non meritano il nostro disprezzo, figuriamoci la nostra attenzione.

Lo ripeto: non si combatte un nemico da bendati. Forse, per sciogliere definitivamente i nodi di entrambe le esperienze terroristiche, è il momento di guardarsi dentro, con onestà e lucidità, senza avere paura delle proprie ombre o dei propri totem (sessantottini o islamici che siano). D’altra parte, lo diceva già Flaubert molto tempo fa: “il ne faut pas toucher aux idoles, la dorure en reste aux mains”. Abbiamo bisogno di vedere cosa c’è sotto tutto quell’oro, oppure rimarremo per sempre prigionieri del piombo. Italiani o musulmani poco importa. 

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