ARTE/ “Natività 1965” di Congdon, così Dio squarcia il cielo e viene

- Rodolfo Balzarotti

Una Natività del 1965, in cui William Congdon mette tutta la forza e il mistero dell’Incarnazione, è esposta in S. Raffaele Arcangelo a Milano. RODOLFO BALZAROTTI, DOMENICO SGUAITAMATTI

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William Congdon, Natività 1965 (particolare)

Facendo seguito al successo dell’iniziativa di due anni fa, la Rettoria della chiesa di San Raffaele Arcangelo in Milano, in collaborazione con l’Associazione Sant’Anselmo e la William Congdon Foundation, anche quest’anno ospita in questo piccolo tempio milanese — dal 4 dicembre 2016 al 28 gennaio 2017 — un dipinto che l’artista americano William Congdon (1912-1998) ha dedicato al tema della Nascita di Cristo. Si tratta di un Natività del 1965, eseguito quindi cinque anni dopo la versione del 1960, già esposta nel periodo di Avvento e Natale 2014-15.

Da qualche anno la Rettoria di San Raffaele Arcangelo sta proponendo un affascinante confronto-dialogo tra immagini antiche e immagini moderne all’interno dello spazio liturgico, nella convinzione che l’opera d’arte vada accostata in una prospettiva integrale, ricomponendo il valore estetico con quello del significato. In effetti, la chiesa di San Raffaele si trova nell’omonima via di Milano, quasi affondata nel fianco del palazzo della Rinascente, a poche decine di metri dalla Cattedrale, con la quale intrattiene, per lunga tradizione, un legame simbolico molto stretto, quasi fosse una “cappella esterna” del Duomo stesso: luogo di silenzio, di preghiera e di adorazione del Sacramento — qui esposto in permanenza — proprio nel cuore della Milano dei consumi e della finanza. E inoltre al centro di un percorso che unisce i nuovi “santuari” cittadini dell’arte, il Museo del Novecento e le Gallerie d’Italia.

Pubblichiamo di seguito la lettura iconografia e iconologica che monsignor Domenico Sguaitamatti, rettore di San Raffaele Arcangelo, ci propone di quest’opera del grande maestro americano.

Rodolfo Balzarotti

“Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Isaia 63,19).

Questo grido forte, quasi disperato, di Isaia al Signore perché si riveli presto al suo popolo che, lontano da Lui, abita case di inquietudine e di smarrimento; che rincorre, brancolando, luci effimere su vie che spesso conducono sul ciglio di minacciosi baratri di vuoto, trova in quest’opera di William Congdon, “Natività 1965”, un’eco di straordinaria efficacia ed attualità.

Prima di essere un “dipinto”, quest’opera è “voce” che amplifica il grido del profeta e lo fa risuonare nel nostro oggi a riempire similari spazi di incertezze e di paure, identiche case di fragilità e debolezze, a colmare comuni luoghi di solitudine e di disperazione.

Prima di essere un “dipinto”, quest’opera è il “canto di speranza” dell’artista stesso che, fatto proprio il grido del profeta, nel travaglio della sua conversione, fa esperienza della forza di questo Dio che “squarcia” il cielo del suo interiore smarrimento per scendere ed abitarlo con la sua risanante presenza.

Congdon ci racconta questo: un evento universale che ha segnato la storia dell’umanità, ma anche un’esperienza intimamente personale, traguardo di un bello, di un vero e di un bene caparbiamente ricercati e finalmente trovati. 

Con pennellate dense, veloci, immediate ed istintive senza alcun ripensamento; con colori materici, decisi e vibranti nel loro spessore dal sapore quasi scultoreo; con una luce abbagliante che buca l’oscurità aprendo lo sguardo allo stupore, Congdon canta il grande Mistero dell’Incarnazione, ma, insieme, ci offre lo spaccato della sua anima “squarciata” dallo stesso Mistero e impreziosita dal “Dono”. 

Maria, la puerpera, è distesa, alla maniera delle icone orientali, in questo spazio dorato che è grotta e insieme utero di luce che ne sfuma i contorni: di lei se ne percepisce il corpo raccolto negli azzurri accesi e corposi e il gesto tenero e materno nell’abbracciare e sostenere il Figlio. Di lei non si legge il volto risolto da una pennellata veloce che lo vela e nasconde, ma se ne intuisce l’anima: Maria è rapita nel Mistero di cui è diventata umile e nascosta testimone.

L’immagine del Figlio dato alla luce non ha la postura e la fragilità del neonato: Egli si regge ben dritto e sicuro nel grembo della madre.

Dipinto di luce e ben definito dai decisi contorni scavati nel denso colore Egli ci cerca, ci guarda e ci chiama, ci invita all’incontro: siamo già oltre il Natale: è Epifania, Rivelazione, Manifestazione.

E c’è già chi risponde: sulla destra un timido, ma nitido bagliore forse di una stella, illumina tre o più personaggi che il pittore non descrive, ma incide con tratti veloci, primitivi, profondi, quasi informali, traendoli dalla stessa corposa materia, strappandoli al buio, dinamici e decisi nel loro passo festoso come di danza. Certo i re Magi, ma ancor prima i pastori e, dopo, l’artista. E anche noi, se dalle nostre notti e dal nostro inoperoso dormire, vicini o lontani che siamo, troviamo il coraggio di lasciarci svegliare e mettere in cammino incontro al “Dono” che è nato per noi.

Un “Dono” che Congdon coglie nella grandezza del suo essere uomo impastato dei colori della nostra stessa carne, ma che, nella sua regale postura che fa del grembo di Maria un umanissimo trono, già contempla anche nella verità del suo essere “Dio”, Messia sofferente, Crocifisso e Risorto, Re e Signore dell’universo, assiso nella sua gloria di luce. Decise e più marcate pennellate vibranti di luce bianca indicano e circondano il Bambino: siamo oltre il Natale, oltre la rivelazione epifanica. 

Congdon ci conduce al cuore del Mistero, a quella “Teofania” che nella Trasfigurazione del Tabor trova la sua completa e definitiva rivelazione.

 

Buon Natale

Mons. Domenico Sguaitamatti

 


Orari di apertura della Chiesa di San Raffaele Arcangelo, via San Raffaele, Milano
Lunedì-venerdì: 9.00-18.30
Sabato: 16.00-18.30
Domenica: 15.30-18.30
Dal 4 dicembre 2016 al 28 gennaio 2017. Chiuso dal 25 dicembre 2016 al 1° gennaio 2017.

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