LETTURE/ Cristianesimo e islam, tutte le “conseguenze” del velo di Timante

- Silvia Stucchi

Con “Il velo”, Giulia Galeotti, responsabile delle pagine culturali dell'”Osservatore Romano” torna a occuparsi di un tema non semplicemente “femminile”. SILVIA STUCCHI

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Con Il velo, Giulia Galeotti, giornalista e storica, responsabile delle pagine culturali dell’Osservatore Romano e curatrice del mensile Donne chiesa mondo, torna a occuparsi, dopo Storia dell’aborto (Il Mulino 2003) e Storia del voto alle donne in Italia (Biblink 2006), di una tematica non semplicemente “femminile”, quanto piuttosto di un argomento che, coinvolgendo in prima persona le donne e il loro corpo, diventa poi di interesse generale e universale; ne risulta una lettura interessantissima, scorrevole, che si affronta con piacere anche grazie alla sensibilità letteraria dell’autrice, sempre chiarissima nell’affrontare la tematica sia sotto il punto di vista storico che da quello dell’attualità.

Il cuore del volume è strutturato in tre sezioni, dedicate alle tre grandi religioni monoteistiche, Ebraismo, Cristianesimo, Islam. E, alla fine, prima delle conclusioni, si ricorda come c’è una figura, tradizionalmente rappresentata velata, che è comune alle tre religioni rivelate: Maria, ragazza ebrea, madre di Cristo, è una figura molto importante e rispettata anche nell’islam, tanto che una delle prime volte in cui il termine hijab compare è proprio in relazione a Maria. Giulia Galeotti cita i versetti 16-17 della Sura XIX intitolata Maria, ricordando come questa figura venga spesso evocata per favorire una certa vicinanza fra culture e religioni. 

L’autrice ricorda quindi come l’obbligo di coprirsi il velo durante le cerimonie religiose cristiane, ribadito formalmente nel 1917 e formalmente abolito con il Concilio Vaticano II nel 1965, affondasse le sue radici dapprima nella predicazione di Paolo, in particolare nelle sue esortazioni alla comunità di Corinto, che aveva sede in una metropoli vivace, popolosa, corrotta, dai costumi molto rilassati: “la comunità cristiana locale è notoriamente discola, anche perché in essa sono presenti varie realtà (…) Vizi, fornicazioni, lussuria e divisioni interne, contrapposizioni, fazioni e processi, confusione sul matrimonio, eccessiva rigidità verso alcune cose ed eccessivo permissivismo nei confronti di altre” (p. 64): è questo l’humus su cui si innestano le prescrizioni di Paolo, il quale, del resto, si premura di ribadire Galeotti, non è affatto un “maschilista integrale”. Nè potrebbe esserlo un personaggio che, nella Lettera ai Galati, scrive “Non c’è né giudeo né greco, né schiavo né libero, non c’è maschio e femmina, perchè tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (3, 28). Del resto, proprio nelle comunità citate da Paolo, ci sono diaconesse come Febe (a Cencre), Prisca, Trifena e Trifosa “che hanno lavorato per il Signore” (Romani 16, 12); Maria, “che ha faticato molto per voi” (Romani 16, 6), tutte donne cui Paolo rende onore per il loro impegno di attiva responsabilità nella vita delle Chiese. 

Il velo nelle culture del Mediterraneo e della Mezzaluna fertile non era affatto cosa nuova: era anzi la prerogativa delle donne perbene, di alto lignaggio e di condizione onorevole, mentre prostitute e serve di infimo livello erano non tanto dispensate, ma impedite dal portarlo (e, se lo facevano, rischiavano addirittura la fustigazione). Ancora in certe realtà europee nel XVI-XVII secolo, come a Venezia, il velo era prerogativa delle donne maritate e rispettabili.

Quanto al velo nel mondo islamico, G. Galeotti, dopo aver ricostruito i termini della questione in senso storico, e aver ricordato che il termine hijab significa propriamente “barriera o separazione”, passa a indicare i principi della modestia e dell’abbigliamento, a partire dalla Sura 24, 31, sino alla letteratura hadith, ovvero quella raccolta di fatti e detti del Profeta (per esempio, l’importante Hadith di al-Bukhari). L’autrice passa poi a esemplificare tutta una serie di posizioni in merito espresse da donne che hanno vissuto o vivono questa esperienza, dimostrando come non ci possa essere un manicheismo nella questione e che, anzi, quella di portare il velo possa essere una decisione dovuta a scelte e valutazioni personalissime e fra loro diverse, non necessariamente indotte dalla famiglia.

Molte giovani donne infatti portano il velo come elemento di valorizzazione di sé e della propria identità, lo scelgono. Per suffragare questo, Galeotti riporta dichiarazioni di intellettuali e di professioniste, di donne giovani e mature: in effetti, l’autrice cita Leila Ahmed (pp. 170-171), la quale ricorda come un certo rifiuto di oggetti e tradizioni occidentali è da un certo punto di vista anche “comprensibile, visto che, nei secoli passati, gli arabi hanno sofferto e ancora talora soffrono per le ingiustizie e lo sfruttamento coloniale e post-coloniale dell’Occidente”. 

Ma la questione è molto complessa e il velo continua a essere al centro di letture antitetiche, anche a causa della diversa legislazione con cui certi Paesi europei, come la Francia, hanno preso posizione contro i simboli religiosi nei luoghi pubblici, e nella scuola in particolare. Resta però, in ogni caso, una notazione positiva, ovvero che il processo di rilettura dei testi sacri è avvenuto e avviene soprattutto a opera di donne. Ma, da un punto di vista storico-artistico, è interessante notare come Timante, il grande pittore vissuto ad Atene fra V e IV sec. a.C., ci abbia lasciato un capolavoro che riveste un significato interessante in relazione al velo, che è però attributo di un uomo: si tratta del celebre Sacrificio di Ifigenia, citato da Cicerone nell’Orator, da Valerio Massimo, Quintiliano, Plinio il Vecchio. In questa rappresentazione Calcante è triste, Ulisse e Menelao sono visibilmente affranti, ma solo Agamennone, il padre sconvolto e annichilito dal dolore, è velato. E a partire da questo velo maschile e non femminile, la scelta di Timante è diventata un mito di fondazione dell’arte occidentale, utilizzato da scrittori, pittori, filosofi, sino a cristianizzare questo mito nel Trattato dell’arte della pittura, scoltura et architettura di Giovanni Paolo Lomazzo (1585): qui viene raccomandato ai pittori di arte sacra di imitare l’artista greco per dipingere in questo modo i personaggi ai piedi della croce: ossia, il velo viene, ancora una volta, connotato nel segno della separazione, dell’intimità del sentimento, del ritorno in sé. “E così, coprendo anche Maria e tutte le altre donna presenti sul Calvario”, afferma G. Galeotti, ” il velo di Timante torna a pieno titolo nella nostra storia” (p. 211).


Giulia Galeotti, “Il velo. Significati di un copricapo femminile”, EDB, Bologna 2016.

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