STORIA/ Dal Brennero al Grappa, forse è (solo) questione di “schei”

- Paolo Malaguti

Strache, leader della destra austriaca della Fpo, di recente è tornato a parlare di Grande Tirolo. Una uscita che ha qualcosa a che fare con le nostalgie venete e trentine? PAOLO MALAGUTI

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Leggo, a distanza di qualche giorno, l’uscita elettorale di Heinz-Christian Strache, leader della destra austriaca della Fpo, sull’auspicio del ritorno del Tirolo italiano sotto l’egida di Vienna, e mi stupisco scoprendo che questi fortunali tirolesi mi portano a pensare alle strade asfaltate. Ma andiamo con ordine.

Essere veneto, tra le altre cose, significa essere vicino di casa dei trentini. Sarà la prossimità linguistica (il dialetto veneto risale il Brenta e l’Adige in varianti comprensibilissime tanto a Trento quanto a Rovereto), sarà che il Po a sud, il Garda a ovest e la linea-simbolo di Piave e Tagliamento a est ci allontanano dai vicini emiliani, lombardi e friulani, come ancora una volta testimoniano le differenze linguistiche, lì molto più radicali. Ma, come la Cina dei tempi andati, oggi anche il Trentino è vicino, o, almeno, è dai veneti percepito come tale. E si sa, il buon rapporto col vicino non è cosa semplice da mantenere. Specie quando la sua erba, al di là di proverbi e luoghi comuni, risulta effettivamente essere più verde. E non parlo soltanto dei prati e dei boschi, ma della percezione di un benessere e di una disponibilità economica di gran lunga superiori rispetto allo standard veneto.

E visto che nella quotidianità familiare si tende sempre a una sorta di semplificazione, o piuttosto alla simbolizzazione, all’isolamento di determinati archetipi, ecco che, nell’immaginario comune del veneto in visita di piacere o di lavoro nelle terre del Trentino Alto Adige, il benessere non assume il volto, a mero titolo esemplificativo, delle buste paga sensibilmente più alte per i dipendenti di scuola e università, dei sostegni dati dalle province autonome alle nuove coppie per l’acquisto della prima casa, delle biblioteche comunali che dispongono di fondi che, giù in pianura, appaiono addirittura fiabeschi. Nulla di tutto ciò: il Trentino è semplicemente la terra delle strade sempre asfaltate, e dei balconi sempre fioriti. Recentemente tali luoghi comuni (in particolar modo il primo, quello delle strade asfaltate) hanno avuto la consacrazione dei social network, con fotografie (probabilmente ritoccate ad arte) che rappresentano il confine tra le due regioni: al di qua, in Veneto, la strada sembra appena arata. Al di là, una nera tavola da biliardo.

L’atteggiamento dei veneti, di fronte a questi vicini di casa privilegiati, negli ultimi anni è sempre stato oscillante, per non dire schizofrenico. Ogni tanto qualche politico (nel 2005 fece notizia Galan, che aveva dichiarato di voler impugnare tali privilegi, a suo avviso incostituzionali, nelle opportune sedi europee) si lancia contro i fratellini viziati da mamma Roma; più serenamente, e più frequentemente, qualche comune di confine tenta la carta del referendum per saltare la barricata. Eh sì, la tentazione è forte: una legge, una rettifica alla carta geografica, et voilà: vasi in fiore a tutte le finestre, e asfalto a catinelle.

A Lamon il referendum è stato ampiamente superato dai sì alla trentinizzazione ancora nel 2005. Ad oggi, dopo il no della Regione Trentino Alto Adige, i secessionisti di Lamon pare stiano ancora aspettando l’approvazione di una proposta di legge costituzionale che si rincorre da tre legislature. Come a dire: va ben l’autodeterminazione dei popoli, ma non si scherza coi fiori e con l’asfalto. E dire che dal 2005 al 2008 sono stati molti i comuni veneti a indire referendum in questa direzione: i Sette Comuni dell’Altopiano di Asiago, Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana… Nel luglio del 2007 addirittura la Provincia di Rovigo approvò all’unanimità la richiesta di aggregazione al Trentino, e il fatto che poi la cosa non sia andata in porto fu un vero peccato, perché, se Rovigo da un lato ci avrebbe guadagnato in termini economici, Trento ci avrebbe guadagnato un sempre utile sbocco sul mare. Facili ironie a parte, alla fine furono stanziati dallo Stato dei fondi straordinari di “perequazione”. Volendo azzardare una semplificazione, la protesta venne addormentata con un contributo straordinario che, manco a dirlo, ha rimandato, ma non risolto, il problema di due regioni che, pur geograficamente vicine e culturalmente vicinissime, quando si parla di soldi finiscono col guardarsi in cagnesco. Già, i soldi. Perché alla fine sembra che si parli di questo, ed era qui che volevo arrivare.

Quando Strache fa le sue dichiarazioni sul Grande Tirolo da ricostituire, porta avanti un discorso in ultima analisi nazionalistico. Tenta di rivangare, con ovvie finalità populistiche ed elettorali, le memorie di un’integrazione difficile, e i miti di un passato di fasti non troppo remoti, se ancora il ricordo attecchisce sull’elettorato. Usando la categoria romantica, potremmo dire che Strache parla, o crede di parlare, al volk.

Il Veneto è stato percorso a più riprese, nell’ultimo quarto di secolo, da ventate autonomiste, secessioniste, federaliste, forse più di ogni altra regione italiana. Al di là dei fenomeni più eclatanti, come il “golpe del tanko” e l’arroccamento sul campanile di piazza San Marco, abbiamo avuto e abbiamo le diverse Lighe, le feste dei popoli veneti, le riviste, i siti, le pagine sui social che studiano, parlano, auspicano e celebrano la Nasion Veneta, le genti venete, l’Indipendensa, in diverse modalità e con diversi itinerari proposti.

È di pochi giorni fa la conferma, da parte del presidente della Regione, Luca Zaia, che il 2016 sarà l’anno del referendum consultivo sull’autonomia del Veneto. Per i pessimisti sarà un compromesso al ribasso che non porterà a nulla di concreto, per gli ottimisti un primo passo, comunque, verso un mutamento da più parti ormai avvertito come necessario. 

Di certo resta l’impressione, soprattutto dopo la “salvinizzazione” della Lega Nord, di un movimento che si è come sfibrato, disperso in tanti rivoli. Il tema caldo del leghismo della prima ora, ossia la dialettica contro il centralismo romano e contro le sperequazioni tra nord e sud Italia, è stato anestetizzato, rimandato a data da destinarsi, in nome di una destra nazionalista di evidente aspirazione europea, che al posto della “Roma ladrona” e dei “terùni catastrofe del nord” individua i nuovi nemici da un lato nei migranti del sud del mondo, dall’altro nelle presunte mire egemoniche del neocentralismo europeo.

Ma questa mole di fenomeni politici veneti, che sembra nutrirsi di alcuni grandi catalizzatori culturali, in primo luogo il mito della Serenissima, seguito dal recupero e dalla salvaguardia della “lingua veneta”, posto che esista o che sia mai esistita, a mio avviso risponde a un malessere che è nato economico e che continua ad essere eminentemente economico: il malessere di una regione che produce parecchia ricchezza, a fronte della quale non ottiene il riconoscimento (politico, fiscale, finanche mediatico) che le spetta da uno Stato ancora abbastanza oggettivamente sbilanciato attorno ad altri poli (non solo romani, ma anche lombardi). Se tale malessere non fosse economico, ma effettivamente il malessere di un “popolo” oppresso da un invasore, dubito che Rovigo, Asiago, Belluno, Cortina si sarebbero detti pronti a rinnegare la propria veneticità in nome di una maggiore disponibilità di denari.

Dunque i tirolesi fanno parte di un popolo, i veneti no? E dove alligna questa incapacità di percezione nazionale che sembra attanagliare il Veneto, e forse buona parte d’Italia, a vantaggio di particolarismi, disaffezioni, mancanza di etica pubblica? In un processo di unificazione nato male e proseguito non nel migliore dei modi? Nei Comuni medievali? Nello Stato della Chiesa? Nei Longobardi?

Alle elementari, negli anni Ottanta, mi hanno spiegato in una determinata maniera il 1866, Lissa e Custoza, l’annessione del Veneto al Regno. Oggi le cose sono cambiate, ha fatto breccia anche nelle menti dei moderati l’idea che quel referendum (ma quanti ne abbiamo avuti, nella nostra storia!) abbia avuto perlomeno qualche zona d’ombra, e che le “folle festanti” che nei temi di quinta elementare gremivano le piazze all’arrivo dei soldati sabaudi non fossero poi così oceaniche, visto che nelle campagne i contadini spesso non fecero mistero di non cogliere poi tutta questa differenza tra un imperatore a Vienna e un re a Firenze. E ancora, in studi recenti si riscoprono gli atti di alcuni processi per disfattismo, celebrati nei giorni tragici di Caporetto, a carico di anziani contadini e piccoli commercianti di Padova e Treviso, colpevoli di aver detto che, a fronte di tutta quella distruzione e di tutta quella fame, a quel punto era meglio quando si stava sotto l’Austria. 

Nel bene e nel male, credo che i nazionalismi non ci competano, o non ci competano ancora. Ci sarebbe la non piccola obiezione, a questa affermazione, del ventennio fascista, ma se avessi spazio e non temessi di annoiare, avrei pronte delle bellissime pagine di Meneghello, o di Tomasi di Lampedusa, o più indietro delle “Fiabe italiane” curate da Calvino, sul rapporto tra il popolo (o i popoli? Ho usato la categoria romantica, caspita!) della nostra penisola e l’autorità di volta in volta costituita sulle sue spalle.

Ho giusto lo spazio per ricordare che, se le parole tracciano un destino, gli “schei” veneti per “soldi”, non provengono dagli iperperi bizantini, o dai ducati veneziani, ma da Scheidemünze, austriaco per “moneta spicciola”.

Al tempo non c’era l’asfalto sulle strade, ma, a quanto pare, si era già capito che, in fatto di soldi, è opportuno guardare a nord. 

(Secondo di due articoli. Leggi qui il primo articolo)

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