SCENARI/ Per uscire dalle macerie del neoliberismo ci serve Charles Péguy

- Antonio Quaglio

Si chiude il trentennio neo-liberista: lascia macerie culturali e pone sfide difficili. Mauro Magatti e Giulio Sapelli ne hanno discusso alla Summer School Ceur. ANTONIO QUAGLIO

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Il sociologo (Mauro Magatti dell’Università Cattolica) non teme di prospettare addirittura “una tragedia” alla svolta del neo-liberismo declinante. Ma non rinuncia a chiudere il suo intervento alla Summer School del Ceur, in corso fino a oggi pomeriggio al Camplus di Turro,con qualcosa di più di una proiezione analitica. Il suo modello di “scambio sostenibile contributivo” non è un affatto un lieto fine certo e prevedibile ad evitare involuzioni dittatoriali sia della politica che dell’economia; ma una “speranza razionale” utile come bussola culturale lo è certamente, ancorata all’irriducibilità sociale del “legame umano”.

Lo storico dell’economia (Giulio Sapelli, della Statale di Milano) non è meno intellettualmente “tragico” alle Conversazioni a Milano 2016, sotto il titolo “Libera natura umana”. Denuncia la “perdita dell’innocenza” di un liberismo che non riesce a farsi vero liberalismo e molte altre perdite: come la centralità delle classi dirigenti o il ruolo strutturale degli stati nazionali, annientati dall’urto della globalizzazione finanziaria. Non riesce a dissipare davanti ai suoi occhi uno scenario di “stagnazione secolare” deflattiva, di desertificazione imprenditoriale imposta dal boomerang regolatorio dell’iper-liberismo. Però non rinuncia a raccomandare la lettura di encicliche come Caritas in veritate e Laudato Sì: non può non esserci più nulla dopo l’ennesima fase tardo-capitalista, in cui la democrazia e la geopolitica degenerano in “poliarchie pretoriane” e le società degradano a “folle solitarie”.

Troppo facile tuttavia, hanno detto entrambi, fermarsi all’archiviazione notarile di un trentennio di storia fra gli anni Settanta e il 2008. Sbagliato tagliar corto su un neoliberismo che avrebbe solo tradito “premesse e promesse” (il Pil mondiale è raddoppiato, centinaia di milioni di umani hanno avuto accesso a soddisfazione di bisogni prima sconosciuti. E’ vero invece, ha sottolineato Magatti, che il neo-liberismo lascia una confusa eredità antropologica ed è questo il problema. Lascia un’economia molto concentrata negli assetti produttivi e nella distribuzione della ricchezza. Lascia masse di uomini convinte della “crescita indefinita” dal cui nessuno sarebbe “democraticamente” escluso da una quota parte crescente. Lascia la finanziarizzazione dell’economia come paradigma di un capiltalismo “automatico”, in cui l’accumulazione è istantanea e senza limiti. Lascia, soprattutto, una società frammentata in “io” individuali, risucchiati dalla tecno-finanza in circuiti di “volontà di potenza”.

Fra gli esiti possibile di una transizione dal neo-liberismo, secondo il sociologo della Cattolica, non possiamo escludere nuove escalation di “violenza”: sotto forma di conflitti o di ridimensionamento autoritario delle democrazie. E vanno osservati da vicino i trend evolutivi del lavoro: quando lo “smart working”, al contrario che “liberazione totale e nello spazio”, prefigura un nuovo taylorismo digitale. Ma c’è una terza via che non sia la solita terza via? 

Per Magatti, studioso della “generatività sociale”, sì: si chiama “scambio sostenibile contributivo”. Vuol dire ad esempio gestire l’edilizia in modo diverso da come l’ha affrontato il neoliberismo (crescita quantitativa, finanza, individualismo). Vuol dire costruire case che affrontino in modo differente le problematiche demografiche e ambientali. E non è certo più un’edilizia da lasciare in mano al mercato: è uno dei molti ambiti dell’economia e della società in cui la dimensione pubblica deve trovare nuovi sspazi.

Verso un neo-statalismo? “Bisogna spazzar via una falsità: che il neo-liberismo abbia liberato le persone dagli Stati e dalla loro oppressione, vera o presunta” ha detto Sapelli. “Se c’è stata un’epoca in cui lo Stato ha condizionato la vita economica e sociale con le regole è stata quella del neo-liberismo: soprattutto in Europa è stato il trionfo del cosiddetto ordo-liberismo, cioè la pretesa di iscrivere nelle costituzioni i principi strutturali e di funzionamento dell’economia”. La “desertificazione da marco travestito da euro – ha sferzato Sapelli – è nata da qui”. E se il burocratismo tiranneggia l’Europa, nei singoli stati dominano nuove generazioni di “pretoriani” (un tempo i militari, oggi spesso i magistrati). Ma anche negli Stati Uniti, ha sottolineato, la crisi del 2008 ha visto le banche d’investimento di Wall Street decidere al tavolo del governo chi doveva sopravvivere e chi fallire: e le regole della poliarchia – che è la decadenza della democrazia e della bilancia dei poteri geopolitica nata in Westfalia – sembrano ispirare anche il Ttip. L’accordo transatlantico destinato sulla carta a rilanciare su massima scala la libertà economica glolbalizzata, in realtà rischia di imporre alle regioni più deboli le regole di quelle più forti (come l’obbligo per qualunque impresa di utilizzare forza lavoro locale in Usa).

Un’altra ossessione neo-liberista, la competizione esasperata, è quella che ha portato l’Unione Europea ad avere 136 gestori di telecomunicazioni e 728 distributori di energia: da questa frammentazione del mercato nasce veramente efficienza e qualità del servizio, marginalità economica in grado di essere rievrsata sui livelli salariali e sulla generazione di produttività?

Neppure per Sapelli, tuttavia, la speranza muore. Rinviene dai pensieri forti dell’Europa: ad esempio dal lavoro manfatturiero, ad un tempo produttivo e pieno di valori, identificato da Charles Péguy. Oppure dalla categoria “comunità”: che appartiene a tante culture (quella cattolica o quella socialista), Non certo a un neo-liberismo bruscamente tramontato quando sembrava allo zenith.

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