LETTURE/ Sei ebrei tedeschi in Palestina, il “sogno” di Herzl costa caro

- Luigi Campagner

La storia, le pagine e le memorie di sei ebrei tedeschi immigrati in Palestina in anni cruciali del secolo scorso. “Tra Sogno e Realtà”, saggio di Claudia Sonino. LUIGI CAMPAGNER

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Al summit per la pace di Parigi (3 giugno 2016), promosso dalla Francia per favorire una ripresa del dialogo tra Israele e Autorità Palestinese, sono convenuti 25 paesi e alcuni organismi internazionali, ma al tavolo dei dialoganti i posti dei diretti interessati sono rimasti vuoti. La storia corre veloce: sono passati centovent’anni dai primi vagiti del sionismo di Theodor Herzl, il Mosè viennese: intellettuale e giornalista principale teorico, assieme Martin Buber, del sionismo moderno, che indicò nuovamente nella Palestina la Terra Promessa. Oggi sono in molti ad aver perso il filo di questa storia e a chiedersi come mai si sia arrivati all’attuale contrapposizione tra i due popoli.

Il recentissimo libro, colto e raffinato, di Claudia Sonino Tra Sogno e Realtà. Ebrei tedeschi in Palestina (1920-1948), pubblicato da Guerini e Associati, non nasce con l’ambizione di illuminare il complesso scenario della questione palestinese, né di buttarsi nell’agone politico divenuto nei decenni sempre più incandescente. La ricercatrice e docente di letteratura tedesca mantiene con polso fermo le pagine dedicate ad alcune eminenti figure di ebrei tedeschi, immigrati in Palestina nel periodo preso in considerazione, nel solco della ricerca scientifica senza mai deragliare in altri campi che non siano quelli scelti dalla sua passione per la letteratura e per la complessità umana che essa permette di accostare.

Le pagine ricche di inediti, di testimonianze, di lettere personali e documenti scovati con amore e tenacia dall’autrice, sono molto più che un semplice aiuto ad approcciare il tema del sionismo moderno e del problema, ad esso intrinsecamente connesso, del rapporto tra arabi ed ebrei in Palestina. La loro lettura costituisce un’esperienza di meditazione: ondivaga, altalenante, difficile e appassionante ad un tempo, come il rapporto dei protagonisti con il sogno sionista e con il suo tradursi in esperienza storica fino allo scoccare della nascita dello stato di Israele nel 1948.

Abilissima, l’autrice trasforma sotto gli occhi del lettore un saggio storico-letterario in un avvincente romanzo di sei brillanti documentatissimi e nel contempo stringati capitoli. Con la sua personale narrazione di figure del calibro dello scrittore Arnold Zweig, della poetessa Else Lasker-Schüler, del massimo esperto di cabala e mistica ebraica Gershom Sholem; e ancora del filosofo Hugo Bergmann, amico personale di Kafka, fondatore della Biblioteca dell’Università Ebraica e rettore della stessa, della giornalista e scrittrice Gabriele Tergit e del giurista e letterato Paul Mühsamil, la Sonino opera costantemente delle scelte in ordine alla scientificità del suo lavoro, senza che l’universalità dell’interesse per il lettore comune ne risulti intaccata.

Alla scelta dei “personaggi” e a quella del periodo l’autrice procede sulla base di un precedente criterio linguistico che indica per tutti il tedesco come lingua madre. Sono personaggi di confine, caratterizzati da una “asimmetria del cuore” — titolo di un precedente lavoro della Sonino — combattuti “tra un non più e un non ancora”. 

Tra un mondo linguistico e culturale dal quale sono stati rigettati e la partecipazione alla fondazione di un mondo nuovo che nella resurrezione dell’ebraico antico trova il suo atto fondativo. Sei personaggi sul ciglio di un’apocalisse che non sanno se interpretare come la morte del vecchio o la nascita del nuovo.

Assecondando il punto di vista delle singole personalità l’autrice illumina il complesso discorso del sionismo, tanto poco univoco quanto lo sono e lo sono stati gli ebrei nella loro storia millenaria: idolatri e monoteisti, orientali e occidentali, sefarditi e askenaziti, tradizionalisti e innovatori, conservatori e rivoluzionari, osservanti e atei, scienziati, mistici, musicisti e pittori.

Rifugiati sull’arca costruita per i sionisti da Lord Balfour, a cui si deve la Dichiarazione britannica che nel 1917 pose il diritto al “focolare ebraico in Palestina”, stanno uno fianco all’altro il sionismo religioso e spirituale e il sionismo statuale che il primo considera come la propria negazione; il sionismo sociale dei kibbutz che assieme alla proprietà abolisce anche famiglia e religione, e il sionismo revisionista, sciovinista e armato, che si fonderà con quello politico con la nascita dello stato di Israele. Sono le figure multiformi del sionismo che si rincorrono nei pensieri, nei fantasmi e nelle paure degli uomini e delle donne narrate dal libro. 

Di loro solo alcuni sono sionisti della prima ora. Gabriele Tergit, la giornalista progressista berlinese, ad esempio, non lo era. Paul Mühsamil lo divenne solo in seguito. Con il sionismo prevalentemente culturale che affondava le sue radici nei Discorsi alla Nazione Tedesca di Fichte, Hugo Bergmann operò affinché la nascente cultura ebraica in Palestina fosse aperta all’ebraismo mondiale e alla cultura europea. Scholem fu profondamente deluso dalla parabola politica del sionismo che considerava una forma di prostituzione degli ideali dell’ebraismo al nazionalismo. Solo la Shoah ridimensionò il suo pessimismo. Il sionismo “utopista e romantico” di Zweig — corrispondente e amico di Freud, che in Palestina andò in analisi da Max Eitingon — non resse l’impatto con la nuova realtà. Dopo 15 anni di Oriente rientrò a Berlino Est portando con sé una posizione politica e culturale più vicina al giovane Marx della Questione Ebraica (1843) che non allo Stato Ebraico (1896) di Herzl. L’ebreo tedesco Karl Marx riteneva che la questione ebraica fosse un falso problema perché l’emancipazione dell’ebreo non poteva che coincidere con l’emancipazione dell’umanità. Mente per Herzl l’obbiettivo del sionismo è proprio la risoluzione della secolare questione ebraica.

Solo su due cose i sei personaggi studiati e raccontati da Claudia Sonino sarebbero stati fermamente d’accordo: nella volontà di distinguere il sionismo dal nazionalismo e nell’indicarne la sua diversità nella volontà di rispetto della comunità araba. Che non si sia trattato solo di un sogno travolto dalla realtà spetta agli epigoni offrirne la prova. Perché il destino di un sogno (sognato) è sempre affidato al risveglio del sognatore.





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