STORIA/ Battesimo, chiesa, missione e fede. Cattolici? No, comunisti

- Lorenzo Ettorre

Nel dopoguerra il rapporto tra cattolici e comunisti ha assunto caratteri su cui val la pena riflettere. Reciprocamente condizionante, ne restano le tracce ancora oggi. LORENZO ETTORRE

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Palmiro Togliatti (1893-1964) (Foto dal web)

Tanto nella ricca e iniziale fase di incontro nei governi di unità nazionale, quanto nel successivo periodo dei reciproci antagonismi, il rapporto tra cattolici e comunisti ha assunto caratteri ed effetti su cui val la pena riflettere. Lo scontro tra queste due realtà toccò pressoché tutti gli aspetti della convivenza civile, arrestandosi praticamente soltanto davanti alla soglia del conflitto armato: religione, politica, ideologia, sentimenti furono mobilitati in una contesa che appariva epocale ed irrisolvibile, se non con la vittoria finale di uno dei due contendenti. 

Questa innegabile evidenza, tuttavia, non impedì lo sviluppo di comunanze e affinità che, nella prova dei fatti, risultarono maggiori di quanto uno sguardo sommario potrebbe lasciar intendere. Nello sforzo di combattersi con più efficacia i due contendenti finirono per rendersi più simili l’uno all’altro: cattolici e comunisti, spesso senza neppure accorgersene, furono condotti dalla forza delle cose e dalla logica del conflitto ad accogliere miti, tecniche, strutture omogenee tra loro, se non addirittura coincidenti, almeno speculativamente. Si pensi al frequente ricorso al mito del capo infallibile (Pio XII, Stalin, Togliatti) verso il quale nutrire devozione cieca ed ubbidienza assoluta; all’uso di forme di propaganda emotive e demonizzanti, riconducibili al tema del nemico sleale e traditore; allo sforzo di costituire un’infinità di organismi collaterali, disposti a cerchio, quasi a protezione, attorno alla Chiesa-madre; alla rincorsa verso l’adozione di tecniche di proselitismo più spregiudicate e moderne, come il cinema, il fumetto, la televisione. 

Soprattutto, proprio a causa del carattere globale dello scontro, era comune in entrambi gli schieramenti l’idea che l’educazione delle giovani generazioni fosse ormai un impegno ineludibile. La mobilitazione delle masse, nel Partito comunista, non veniva quindi attuata solo per un transitorio scopo politico, ma era concepita come la base indispensabile per poter costruire una figura nuova di uomo, orientato politicamente in un certo senso ma influenzato nel profondo da una fede e da una morale, secondo coordinate che ne investivano contemporaneamente la vita pubblica e quella privata. Per questi motivi, negli anni di massimo scontro, il Pci adottò lessico e strumenti operativi molto più vicini alla tradizione cattolica che a quella marxista leninista. 

Sarà sufficiente qualche rapido esempio. L’esperienza dei Pionieri fu costruita imitando i metodi educativi delle organizzazioni cattoliche per l’infanzia e la gioventù. La promessa del piccolo pioniere prevedeva infatti l’impegno ad “amare e rispettare i genitori”, ad “essere primi nello studio ed aiutare i compagni di scuola”, “ad amare i lavoratori e gli oppressi”, a “salvare la pace e amare la patria”. I giovani della Fgci furono invitati ad essere educatori dei più piccoli, ripetendo in un certo modo il rapporto intercorrente tra Giac e sezioni aspiranti. 

Per quanto riguardava in modo specifico la Fgci, ci si indirizzò verso la proposta di una morale personale gioiosa e liberante, ma anche piuttosto rigida nei contenuti: sotto la guida di Enrico Berlinguer (che in un suo noto discorso additò anche l’esempio di Maria Goretti) furono prese decise posizioni contro la stampa evasiva e immorale. Il Pci recepì anche un linguaggio fortemente debitore nei confronti della tradizione religiosa: “La universalità di Colui che oggi è scomparso — scriveva ad esempio Concetto Marchesi su Rinascita al momento della morte di Stalin — per non morire più nella memoria e nell’azione degli uomini è in questo prodigioso amplesso che comprende tutto il mondo del lavoro, della civiltà, della fraternità; in queste braccia protese verso tutti i popoli”. Parole, queste, che evocavano immediatamente la tradizionale immagine di Gesù Cristo, con le braccia aperte sulla Croce. 

Tutti questi elementi ripropongono la necessità di considerare gli anni del secondo dopoguerra sotto il profilo della continuità storica con il periodo precedente: a ben guardare, infatti, molti dei temi agitati dalla propaganda erano simili a quelli già proposti e adottati dal fascismo. Così era per il recupero del sentimento nazionale, del quale nel secondo dopoguerra proprio cattolici e comunisti si proponevano come i più autorevoli interpreti. Rispetto al fascismo, ovviamente, venivano eliminati i toni accesamente nazionalistici ed imperialistici, cercando di saldare patriottismo e democrazia: permaneva però la tendenza a liquidare l’avversario bollandolo come “antinazionale”. Ciò che richiamava il fascismo, inoltre, era il carattere onnicomprensivo e totalizzante delle ideologie proposte dal comunismo e dalla Chiesa: esse sembrano una scatola, un rifugio entro cui collocare, in un solido quadro di valori tradizionali e rassicuranti, le paure dell’oggi e le angosce per il domani, già percepito come necessariamente diverso dallo ieri. Così l’impatto di quelle trasformazioni sociali che andavano alterando il rapporto tradizionale tra città e campagna e tra industria e agricoltura, veniva ricondotto e “ammorbidito” ricorrendo all’ideologia totalizzante. La mobilitazione fra i due blocchi finiva così per legarsi alla transizione epocale vissuta dalla società italiana fra anni Quaranta e Cinquanta. 

Altre pratiche diventate d’uso comune per il militante comunista contribuirono ad avvicinare i due mondi, in qualche caso addirittura sovrapponendoli. Nella fattispecie, si trattava dell’imitazione “laica” effettuata dal Pci di alcuni riti e devozioni popolari propri della religione cattolica. Un ruolo assai particolare, ad esempio, assumeva l’operazione del tesseramento — a partire dalla necessità di ampliare la quantità della base militante e di verificarne in seguito l’attendibilità — ripetuta ogni anno con procedure che affinavano e interiorizzavano quel senso quasi religioso della decisione personale di iscriversi al partito che faceva parte di un’antica tradizione dei movimenti politici della sinistra. Vero e proprio battesimo laico per i nuovi iscritti, il tesseramento assumeva per i già militanti il valore di una responsabile riconferma della fede. 

Il rinnovo della tessera — si può leggere nelle direttive per la campagna di tesseramento della Federazione di Milano, del 1949 — da parte del militante comunista, e la nuova iscrizione al partito per il lavoratore di avanguardia, è di per se stessa un’azione di lotta, è un impegno al combattimento, un giuramento di fedeltà ai principi del marxismo ed alla lotta delle masse. La tessera è per il militante comunista il documento che lo lega alla grande famiglia dei comunisti; rappresenta l’ideale per il quale si è battuto, si batte e si batterà. 

Non granché dissimile dal battesimo cattolico, anche il tesseramento comunista — come precisato nei fogli d’ordine e nelle circolari del partito — avrebbe dovuto assumere un “carattere di gioiosa festività”: all’uopo era consigliata l’organizzazione di “feste di cellula e di sezione per la consegna collettiva di tessere ai nuovi iscritti”, perché, precisavano i dirigenti della federazione di Bari, “avere la tessera del nostro Grande Partito deve essere un avvenimento da festeggiarsi”. Ovunque il tesseramento avrebbe dovuto assumere i caratteri di una grande manifestazione politica: insieme una prova di rigore e di fede, un’operazione organizzativa e una festa, con una ritualità a volte persino pedantesca che non lasciava al caso neppure i più minimi particolari. 

 

(1 – continua) 





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