LETTURE/ Quel Sud (Italia) di cui l’Europa non può fare a meno

- Massimiliano Mandorlo

In questi giorni in cui qualcuno dice addio all’Europa, è utile rileggere “Ritorno al Sud” di Marcello Veneziani. L’Europa dà frutti al nord ma le radici sono al Sud. MASSIMILIANO MANDORLO

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Ritorno al Sud, prodigioso affresco di Marcello Veneziani sull’homo meridionalis e sulla civiltà del Mezzogiorno, mi ha subito richiamato alla mente scene, paesaggi e situazioni impresse nei luoghi della memoria. Sono tornati improvvisamente alla luce gli interminabili viaggi estivi in treno verso Sud per raggiungere il nonno Giuseppe (u’zzi Peppi Marzu per la sua pazza allegria), le cuccette con le lenzuola di carta, l’infinita notte estiva che penetrava come un vento caldo dai finestrini del treno in corsa avvolgendo noi bambini, sfidando il buio con le luci al neon di stazioni deserte, tra treni merci e convogli abbandonati: “Il gergo della vita bisbigliava nell’oscurità. Soprattutto era bella l’euforia dell’attesa. La luce tornerà, così i grandi rassicuravano i bambini, e se non tornerà quella elettrica verrà poi quella del giorno. Coricarsi con quella promessa nutriva la notte d’incanto […] Nel ricordo della luce che si faceva promessa di tornare, trovavo l’essenza profumata della vita, il senso del mondo e del divino, la morte e la rinascita” (p. 18).

Ho capito solo alcuni anni più tardi, grazie a quegli incredibili “ritorni al Sud”, che per capire il Sud è forse necessario viaggiare verso Sud, abbandonare ogni possibile pregiudizio o categoria per lasciare spazio alla disponibilità del cuore, liberandosi dall’oppressione dei pensieri (non il “pensiero”, come avverte l’autore, ma la “folla dei problemi relativi al nostro quotidiano funzionare”). Perché, come afferma il pan-meridionalista Veneziani, il Sud non è appena il risultato di accordi economici, politici o tecnocratici ma una vera e propria “categoria dello spirito”. Per temprare lo spirito, ho deciso in accordo con Veneziani (lui non ne è al corrente, ma scommetto che approverebbe) di tentare a luglio un funambolico viaggio Milano-Taormina in compagnia di mia moglie, su strada ferrata ovviamente. Lei ama le montagne e io il mare, ma come spiega bene Eraclito è solamente dai discordi che può nascere bellissima armonia. 

Boutades a parte (ma il viaggio a Taormina è reale), la genialità della scrittura di Veneziani riesce a spaziare dai viaggi alla politica, alla filosofia, all’estetica (meridionale) non senza una buona dose di umorismo e ironia, raccontando in una prosa avvincente che unisce leggerezza e profondità i segreti, le bellezze, le ricchezze e le miserie delle contrade del Sud. Perché, come spiega Veneziani, anche le diversità tra Nord e Sud possono essere una vera ricchezza per ripensare l’Europa che “è un albero che dà frutti al Nord, ma il tronco è italiano, meridionale e le radici sono piantate nel Mediterraneo, da cui traggono linfa, luce e calore”. Un’Europa più mediterranea di quanto i legiferatori di Bruxelles vogliano farci credere.

“Ma oggi il Mediterraneo cos’è? È il luogo dell’Europa tardiva, del Meridione a rimorchio, dei paesi indebitati, della primavera araba, della fratellanza islamica, del terrorismo, dei barconi di affamati. Questa è l’immagine prevalente. Ma potrà mai immaginarsi un’Europa compiuta che rinneghi il Mediterraneo con le sue radici greche, romane, cristiane, oltre le contaminazioni arabe e giudaiche, turche e normanne?” (p. 276).

Lo sguardo di Veneziani è quello di chi, meridionale di nascita (Bisceglie 1955) e di vocazione, emigrando verso Nord ha avuto in dono dalla sorte la possibilità, dolorosa e preziosa insieme, di vivere in una lontananza che è l’unica speranza per “abitare il cuore inviolato dei luoghi e dei cari che altrimenti vedremmo morire intorno a noi”. Così, in queste pagine appassionate l’autore ci conduce in un viaggio estetico, metafisico e “geospirituale” attraverso numerose tappe, ripartenze e ritorni, di cui vale almeno la pena citare alcuni significativi momenti:  la “controra” (la siesta meridionale, ossia il “Niente Radioso, la resa dorata al caldo, alla digestione, alla stasi antica del Sud” ), la “civiltà del pane” (la Puglia come “Terra del Pane”), la “ricerca del paese perduto” (il “posto che ami, dov’è la tua origine e che devi lasciare”), l’inscindibile binomio “We love Sud /we leave Sud”, le terre aspre della Calabria, la Sicilia come “isolata regina nel cuore del Mediterraneo di cui è la sintesi, vivente e morente”, la “metafisica del cannolo”, il Sud dei vulcani che realizzando il sogno di Federico II diventa “locomotiva d’Italia e d’Europa”, il Sud di Diogene, Pitagora, Parmenide, Zenone, Campanella e Vico, “patria del pensiero, laddove il contemplare eccede sull’agire”. 

Veneziani è consapevole di come la nostra identità culturale mediterranea ed europea non possa prescindere dalla tradizione, ricchezza inesauribile e non sterile ripetizione di schemi (“la tradizione come risorsa e non come prigionia”). Proprio in quest’ottica il Sud può trovare la forza per reinventarsi e superarsi, come mostrano numerosi esempi meridionali di innovazione. Ad esempio, la giovane impresa aeronautica di Monopoli che costruisce ultraleggeri, la focacceria di Altamura che ha fatto chiudere il McDonald’s con la sua spietata concorrenza oppure  la fattoria biologica del Belice che recupera antiche sementi di grano, frutta e legumi. Tradizione che significa anche ritornare all’origine, viaggiare alla ricerca del tempo perduto non appena per recuperare un passato ormai scomparso ma per “coltivare l’origine nel proprio cuore”.

Sa scendere in profondità Veneziani, nel dipingere l’archetipo del “terrone globale” senza scadere in una facile e grottesca comicità ma toccando alcuni punti cardine della società italiana: l’importanza della famiglia e dei suoi affetti, la dignità del lavoro e dell’educazione, il rispetto per il sacro e per il bello, la pietas di fronte al dolore privato e alla morte. Due intensi e commoventi capitoli sono dedicati dall’autore alla morte della madre e del padre, ritratti nella fragile bellezza della loro vecchiaia (perché “i vecchi camminano un po’ sbandando, come se fossero con un piede nei cieli e acquistassero ubriachezza di vita, portati dal vento”). Mentre la società dei media coltiva la spettacolarizzazione della volgarità e della trasgressione, il “dolore discreto”, umile e silenzioso viene come rimosso ed esorcizzato. 

È però ancora possibile al mondo una tenerezza umana, sembra dirci Veneziani attraverso la stupenda descrizione della vecchiaia del padre, raffigurata come una progressiva “odissea senza ritorno”: “Stava svanendo la sua mente e a volte, dopo una giornata trascorsa in casa, chiedeva di tornare a casa. Non era demenza senile ma una traccia di estrema lucidità e una richiesta disperata di aiuto: chiedeva di tornare in sé, di ritrovare il suo corpo e la sua mente, e usava la metafora più elementare, la casa, per invocare il ritorno” (p. 242).

Se almeno una volta nella vita avete attraversato le assolate regioni meridionali con mezzi di fortuna (si sconsiglia l’aereo perché contrario al sacro dogma della lentezza), se avete sperimentato gli effetti allucinatori di una lunga siesta pomeridiana, siete saliti su una corriera Scoppio (nomen-omen) Taranto-Palermo, vi siete fermati agli incroci e siete passati col rosso libero (ma, sempre: attenzione agli incroci), avete gustato un caffè soffiato in ghiaccio salentino, taralli, pizze, metafisici cannoli, o avete visto sulla terribile Salerno-Reggio Calabria motociclisti capovolti e uomini a petto nudo sbucare contromano in galleria sventolando magliette in segno di pericolo, ecco, questo è il libro che fa per voi. O se solamente avete curiosità del mondo e custodite nel cuore la nostalgia di luoghi o visi cari, almeno fermatevi per un attimo davanti a quest’ultima, prodigiosa, immagine che l’autore ci offre del ritorno. Ritorno al Sud, all’origine, alla calma e luminosa essenza della vita, come in un miracoloso radunarsi intorno alla tavola per ritrovare tutti i visi cari e amati in un momento di eterna grazia: “E non importa che avremmo poco o nulla da dirci e che resteremmo senza parole, sorpresi e stregati di ritrovarci per una volta insieme, vivi. Non ci diremmo nulla perché vorremmo dirci troppo, saremmo presi dalla voglia di vederci, di toccarci, le sole presenze parlerebbero al nostro posto. Stupiti di esserci” (p. 253).

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