LETTURE/ De Lucia (Dna): la mafia siciliana c’è, ma si è inabissata

Profondo conoscitore di Cosa nostra, dopo avere lavorato a lungo a Palermo oggi il giudice Maurizio De Lucia è alla Dna. E ci parla del “mondo di mezzo”. FRANCESCO INGUANTI

giustizia_toga_vuotaR400
Infophoto

Il giudice Maurizio De Lucia è nato a Trieste, ha studiato a Napoli, ha lavorato lungamente a Palermo ed oggi è a Roma, sostituto procuratore nazionale Antimafia. Una lunga esperienza che ne fa un profondo conoscitore non solo di Cosa nostra, ma anche di altre forme di criminalità come la camorra campana. Proprio per questo gli abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere l’evoluzione e le differenze tra queste due forme di delinquenza organizzata. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del libro di Antonio La Spina Il mondo di mezzo. Mafie e antimafie (Il Mulino, 2016).

De Lucia, lei ha lavorato molti anni a Palermo e adesso lavora a Roma. Com’è la mafia siciliana vista dalla capitale?
Questo che stiamo vivendo è un momento delicato perché si sta diffondendo in alcuni ambienti la sensazione che la mafia siciliana, Cosa nostra siciliana, non sia più un problema nazionale. Indubbiamente oggi la situazione è molto diversa dai drammatici anni 90, ma certamente va ribadito con forza, soprattutto a Roma, che la mafia non è affatto debellata. Se passa il messaggio di una mafia sconfitta, noi la mafia ce la ritroviamo più forte di prima, perché il tessuto, le strutture dentro cui vive la mafia esistono ancora e sono ancora forti. La disponibilità di soggetti ad entrare dentro la sua struttura è stabile, ed è questa la ragione per cui io guardo con preoccupazione le distrazioni — chiamiamole così — romane, dettate da un’agenda romana che è un’agenda nazionale, che è ovviamente diversa dalla nostra, ma che non deve dimenticare la pericolosità del fenomeno.

Si può applicare anche alla mafia siciliana il concetto di “mondo di mezzo”, divenuto famoso dopo lo scandalo di Mafia Capitale?
La mafia siciliana è sempre stata un “mondo di mezzo”, anche se in passato abbiamo usato termini diversi. La caratteristica della mafia siciliana è proprio questa: di essere stata da sempre un elemento di mediazione tra il ceto dominante e quelle che alcuni chiamano le classi subalterne. Ha risolto un sacco di problemi al ceto dominante. Ha sempre trattato politicamente con chi contava, del resto se così non fosse parleremmo della mafia come di una delle tante organizzazioni criminali dedite alle rapine o ad altri reati. La mafia, invece, si è mossa e si muove da 150 anni come soggetto politico.

L’evoluzione più recente della mafia che la fa sembrare meno appariscente, meno violenta, quasi meno pericolosa, la rende più difficile o più facile da combattere?
Certamente è più difficile da combattere; ma, attenzione, Cosa nostra si trova in questa nuova condizione perché costretta. La mafia non si sommerge per sua volontà, si sommerge perché l’inabissamento è una condizione per sopravvivere rispetto ad una pressione fortissima dello Stato. E’ chiaro, quindi, che vive in una condizione di maggiore debolezza. Per esempio la diminuzione degli omicidi non è una sua scelta, ma la conseguenza dell’azione di repressione condotta dalla Stato.

Non la si può definire, quindi, come una sorta di evoluzione della mafia campana?

La mafia campana non esiste; ci sono, invece, una infinità di piccole bande di camorra continuamente in guerra fra loro, molto feroci, che trattano soprattutto lo scambio della droga, ma non solo. Questa perenne fibrillazione produce una violenza che la mafia siciliana, che è un ordinamento, autoregola; e pertanto ricorre alla violenza solo come estrema ratio. Non si può assolutamente parlare di una sorta di “camorrizzazione” della mafia siciliana. Nel nostro caso esiste una struttura ordinata in cui l’istituzione regge, anche in un momento come questo; tutto è, quindi, tranne che un insieme di bande in combattimento fra loro.

 

Cos’è più difficile, combattere la mafia o l’antimafia nel modo in cui oggi si presenta?  
Gli esempi negativi di antimafia sotto i riflettori in questo momento sono quello che io chiamo un effetto collaterale di un grande movimento antimafia che si è sviluppato alla fine del secolo scorso. E’ importante che esista un movimento antimafia, se si pensa che per lungo tempo non c’è stato. Il movimento antimafia è cresciuto. La mafia in qualche misura si sente fuori. E’ inevitabile che di fronte ad un movimento antimafia che cresce si creino un serie di fenomeni di trasformismo probabilmente inevitabili, ma che vanno combattuti. Bisogna però stare molto attenti a non fare di tutta l’erba un fascio ed a lanciare sentenze di condanna solo mediatiche, sulla scorta ad esempio di indagini che non hanno trovato ancora alcuna determinazione finale né sono passate al vaglio del contraddittorio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori