LETTURE/ “Dio che abita in tutto”: la poesia della natura in Anna Maria Ortese

- Francesco Roat

Anna Maria Ortese non fu solo autrice di racconti e romanzi; scrisse anche testi brevi su temi ecologici a lei cari, ora raccolti da Adelphi ne “Le piccole persone”. FRANCESCO ROAT

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È bene averlo presente: Anna Maria Ortese non fu solo autrice di racconti e romanzi splendidi, come L’Iguana, Il porto di Toledo, o Il mare non bagna Napoli. Scrisse anche testi brevi ma memorabili su temi ecologici a lei cari — soprattutto in difesa degli amatissimi animali e della natura — apparsi su quotidiani o riviste. A tale riguardo, a cura di Angela Borghesi, presso Adelphi (che della grande scrittrice, venuta meno nel 1998, ha pubblicato tutte le opere principali) è apparsa l’antologia di bellissimi scritti ortesiani intitolata Le Piccole Persone, che raccoglie oltre una trentina di testi in gran parte inediti e comunque mai accolti prima in volume.

Già solo il brevissimo ma intenso pezzo iniziale è un vero e proprio saggio in miniatura, tutto da gustare/meditare. Riflettendo su cosa si possa intendere per Natura, la Ortese sceglie di designarla quale “energia” vitale, precisando come essa secondo lei corrisponda “A una forza e un respiro grandioso, a un evento senza origine, a un ritmo senza riposo, come quello del mare, a una corrente fantastica, incomprensibile, di cui a ciascuno di noi non è dato scorgere che un punto, quello dove si affaccia, per subito sparire, il suo ‘io‘, o qualcosa di ugualmente inesplicabile”. Una visione panteistica dalla quale emerge la peculiare ed elegiaca spiritualità/religiosità ortesiana che, guardando alla natura, coglie in essa le tracce di un eden perduto e al contempo fa sorgere in lei “l’idea di una comune Casa, un comune Padre, un comune Paese, un Reale tanto felice e beato, dal quale partimmo insieme, per naufragare in questo”.

Natura come mistero, altresì, in grado di suscitare in noi stupore e ammirazione; natura che dovrebbe essere intesa, secondo la Ortese, come fratellanza tra gli esseri viventi, animali compresi. Tuttavia — nota la scrittrice con un veemente j’accuse — l’homo sapiens da sempre ha solo saputo sfruttarla/deturparla, non sapendo affatto prendersi cura di essa; quindi “L’uomo è, generalmente, inumano”. Specie con le bestie di cui egli si ciba, allevate/trattate spesso in maniera irrispettosa e quindi mandate a morte nei mattatoi senza pietà alcuna. Ovviamente vi sono molte persone che, al pari della scrittrice, “all’alba sognano la distruzione dei macelli”, ma a suo avviso restano pur sempre ancora troppo poche.

L’estrema sensibilità della Ortese nei confronti del dolore del mondo è notoria; in primo luogo rispetto a quello recato a o patito da quelle che lei chiama Piccole Persone: siano esse farfalle o maiali, piante o uccelli. A testimoniarla basterebbe un aneddoto, fra i tanti riportati nel libro, dove si narra della giovane Anna Maria sempre attenta, per strada, a non calpestare inavvertitamente qualche minuscola formica. Attenzione che dimostra empatia e compassione equanime nei confronti di ogni animale. 

Si tratta di una disponibilità amorevole e devota, non certo fatta propria dalla maggioranza del genere umano, ma che tutti potrebbero acquisire se educati attraverso una auspicabile pedagogia non centrata sul mero “culto dell’uomo”, bensì estesa “al culto di tutta la vita” e messa in pratica all’interno di “una scuola che formi le generazioni alla conoscenza della terra, e ai doveri dell’uomo verso tutta la terra”.

Le Piccole Persone sono dunque un popolo mite e muto. Ma specie in Italia, sostiene la Ortese, se appena si osa parlare del dolore inflitto dagli uomini agli animali, si passa per sentimentali. O utopisti, mi permetto di aggiungere, qualora l’opzione vegetariana venga abbracciata non appena per salutismo ma anche per evitare l’uccisione d’innumerevoli esseri viventi/senzienti. Certo, talune pagine di questa insolita antologia possono risultare al lettore disincantato eccessivamente liricheggianti o enfatiche. Ma l’enfasi impetuosa con cui si esprime questa grande scrittrice è almeno autentica. Come la fede in quel suo ecologico “Dio che abita nelle ciliegie, nel vento, nel mare, negli occhi del cane e nella ragione dell’uomo”.

Ritengo che, se fosse ancora viva, forse oggi la Ortese troverebbe qualche consolazione e conforto nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, essendo quest’ultima all’insegna della fratellanza tra tutte le creature predicata dal santo di cui Bergoglio, divenendo pontefice, ha assunto il nome.

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